La riluttanza tedesca per le spese militari

L’amministrazione Trump intende chiedere a ogni paese che ospita truppe statunitensi di pagare i costi relativi alla protezione offerta. Nel conto è previsto anche un +50% a titolo di compenso per i costi del passato. Gli Stati Uniti hanno personale militare in più di 100 paesi: ci sono circa 56.000 soldati in Giappone, 35.000 in Germania, 28.500 in Corea del Sud, 12.000 in Italia, 9.000 nel Regno Unito e molti altri ancora.

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La richiesta di far pagare una specie di “abbonamento alla difesa imperiale” è una provocazione talmente assurda da non risultare credibile. L’idea è circolata in occasione del recente vertice bilaterale con la Corea del Sud ed è chiaramente una provocazione negoziale fine a sé stessa, ma è indice della volontà americana di richiamare all’ordine gli alleati asiatici ed europei, ultimamente sempre più inclini a disallinearsi dalla politica estera e dalla visione del mondo degli Stati Uniti. Dopo la firma del MOU con la Cina c’è da aspettarsi che un simile espediente venga impiegato anche con l’Italia. Intanto, un messaggio è stato recapitato al membro della NATO più riluttante: la Germania.

Dopo l’ennesima diatriba interna al governo Merkel sul delicato tema dell’aumento del budget per la difesa, Richard Grenell, ambasciatore degli Stati Uniti e uomo di Donald Trump a Berlino, ha provocato apertamente il governo tedesco dicendo che ridurre “i già inadempienti” impegni di operatività militare “è un segnale preoccupante che la Germania manda ai suoi 28 alleati della NATO”.

Le reazioni politiche sono state di fuoco, un’indignazione trasversale che ha visto politici socialdemocratici della SPD e liberali della FDP uniti nel chiedere al governo di firmare un foglio di via per l’ambasciatore Grenell. Il problema è che sembra non esserci niente a questo mondo in grado di convincere il governo tedesco a fare massicci investimenti nella Difesa. Per Berlino tutti i problemi che riguardano la Germania possono essere risolti con mezzi non militari, la Bundeswehr non viene considerata neanche come un valido deterrente. La cosa che rende sempre più nervosi gli americani però è la leggerezza con cui la leadership tedesca tratta l’argomento, arrivando a dire pubblicamente delle vere e proprie bugie.

Angela Merkel e la sua erede politica Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK) in più di un’occasione hanno parlato della necessità di formare esercito europeo e progetti comuni per l’industria della difesa. AKK è addirittura arrivata a proporre la costruzione di una portaerei europea, una proposta quasi insultante visto che proviene da un paese che non è in grado di far prendere il mare a tutti i suoi sottomarini e il volo a tutti i suoi caccia da combattimento. Il Ministro per la Difesa Ursula von der Leyen chiede da tempo di aumentare il budget, ma il Ministro delle Finanze Olaf Scholz si oppone. Secondo lo Spiegel è la stessa Merkel a lavorare dietro le quinte per scongiurare gli aumenti della spesa militare, nonostante le dichiarazioni di facciata in favore di Von der Leyen e le promesse fatte a Trump.

Inoltre, adesso la Germania sta anche andando incontro a un rallentamento dell’economia: il crollo degli introiti fiscali e la crisi in arrivo rendono impossibile aumentare la spesa senza violare la dottrina economica del pareggio di bilancio – il famigerato “zero nero” (schwarze null). È questo il problema principale di uno Stato che mette il consolidamento fiscale prima di ogni altra cosa, si finisce con il sopprimere gli investimenti. Von der Leyen vorrebbe innalzare le spese militari dall’1,35% del Pil al 1,5% entro il 2023, consentendo a Berlino di convergere verso il target NATO del 2%. Secondo il budget attuale però, il rapporto sta convergendo verso un debole 1,2% che Washington non apprezzerà.

Tutti i principali attori dello scenario internazionale hanno una volontà di potenza militare che trae origine nella storia e nella cultura politica, ma non in Germania. Il passato pesa come un macigno nella mistica nazionale tedesca, un disinteresse nei confronti della Bundeswehr che i vicini e gli alleati hanno sempre guardato positivamente: ben venga una Germania ricca e pacifica senza velleità di potenza militare. Per l’opinione pubblica italiana può risultare difficile capire l’atteggiamento tedesco. In Italia le Forze Armate non vengono associate al passato fascista e quegli uomini e donne in divisa sono visti come “i nostri ragazzi” che vanno in giro per il mondo a fare missioni dall’alto valore etico.

C’è sempre un occhio positivo per questi uomini e donne dediti al sacrificio di una vita in uniforme. In Germania invece la carriera militare non viene considerata attraente ed eroica come da noi, le forze armate faticano a reclutare abbastanza soldati e l’opinione pubblica non vede i militari come un’espressione dell’orgoglio nazionale. Non a caso, molte reclute oggi provengono da famiglie di immigrati, nuovi tedeschi che evidentemente guardano alla Bundeswehr come espressione della nuova Germania di cui desiderano far parte.

Questa bella storia di redenzione collettiva tedesca (vera o presunta che sia) sta diventando un problema per gli alleati. La repubblica federale è l’economia più grande d’Europa e l’UE non può risolvere le sue disfunzionalità senza una postura più assertiva e responsabile del paese più importante del blocco. Berlino deve farsi carico del suo ruolo di leadership in campo economico e geopolitico, e proteggere attivamente lo status quo di cui è uno dei principali attori e beneficiari.

La ferma volontà di non aumentare le spese per la Difesa fa il palio con la ferma volontà di non alleggerire la dottrina economica del rigore di bilancio e con il dogma assoluto di non accettare mai l’unione di trasferimenti nell’eurozona. Con la riunificazione ci si poteva aspettare una presa di coscienza maggiore, invece l’unica assertività cara a Berlino sembra essere quella di dire “no” a ogni modifica sostanziale dello status quo e a ogni richiesta di “fare di più” che viene dagli alleati, per lo più disposti a riconoscergli il ruolo di egemone continentale.  Dal dopoguerra a oggi c’è consenso sull’idea che una Germania immobile è meglio di una Germania potente, ma l’era in cui la Germania poteva godere della sua condizione restando immobile è finita. Oggi quell’inattività è dannosa per tutti.

Un esempio evidente delle conseguenze lo stiamo vedendo in queste settimane con le manovre cinesi per aumentare la presenza in Europa. Pechino ha potuto inserirsi tra le spaccature interne dell’UE e insediarsi con forza nei paesi messi in ginocchio dalla crisi dell’eurozona, e adesso è l’intera unione a trovarsi impreparata, incapace di reagire. Una Germania che si fosse fatta carico di risolvere la crisi dell’eurozona non avrebbe dato ai cinesi la possibilità di inserirsi nei paesi indeboliti come la Grecia, ancora alle prese con il suo programma di salvataggio.

La Germania si trova in prima linea nella competizione tra le grandi potenze, fulcro centrale dell’Europa al centro delle mire egemoniche di Stati Uniti, Cina e Russia. Se Berlino non prende posizioni nette sulle principali posizione globali iniziando ad agire di conseguenza – facendosi carico anche dei bisogni degli alleati europei – non sarà mai presa sul serio al di fuori della dimensione commerciale, e con essa anche il resto dell’Unione Europea.

 

 

 

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