La riforma costituzionale dell’Algeria: lotta al terrorismo e difesa dei confini

L’Algeria è in fermento politico dal 2019, quando migliaia di cittadini si sono riversati in piazza per protestare contro il tentativo di Abdelaziz Bouteflika di ricandidarsi alla presidenza per il quinto mandato consecutivo. Le mobilitazioni di massa guidate dal movimento Hirak hanno posto fine a vent’anni di governo Bouteflika e portato al potere l’attuale presidente Abdelmdjid Tebboune. Domenica 1 novembre il popolo algerino ha approvato gli emendamenti costituzionali proposti dal governo: una mossa ambiziosa sia in risposta alle richieste dell’opinione pubblica – non ancora soddisfatta – ma anche come mezzo per la salvaguardia dei propri confini dall’estremismo violento che si riversa dal vicino libico e dagli altri paesi limitrofi in difficoltà.

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Dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1962, la Costituzione del paese nordafricano ha stabilito che la missione del proprio esercito era quella di difendere i confini e la sovranità nazionale senza violare i diritti delle altre nazioni. Ciò cambia con le modifiche apportate dopo il referendum – che  ha approvato le proposte con il 66,8% dei voti nonostante una bassa affluenza – svoltosi qualche giorno fa (data che è coincisa con l’anniversario dell’indipendenza algerina): nello specifico, la modifica degli articoli 28 e 29 della Costituzione consentirà operazioni militari transfrontaliere dopo l’approvazione dei due terzi del Parlamento e nell’ambito di missioni supervisionate dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana o dalla Lega Araba..

La preoccupazione di Algeri per i propri confini è evidente ed è diventata particolarmente accentuata con la ribellione dei Tuareg nel Mali qualche anno fa, con diversi attacchi terroristici alle città algerine e soprattutto con il conflitto libico che dura ormai da anni. Mentre in passato la politica algerina era in gran parte  passiva nei confronti dei conflitti presenti nella sua regione, oggi l’ex colonia francese è consapevole della necessità di un impegno che vada oltre la mera azione diplomatica, con il fine di affermare il proprio ruolo negli affari regionali e, come già detto, difendere il proprio territorio.

Il rapporto sulla sicurezza algerina dell’OSAC, il Consiglio consultativo per la sicurezza d’oltremare degli Stati Uniti, ha rivelato come la presenza di gruppi terroristici come AQMI (Al-Qaeda nel Maghreb islamico), suoi gruppi alleati ed elementi dello Stato Islamico, inclusa un’affiliata algerina conosciuta come Jund al-Khilafah, oltre ai gruppi stanziati nella regione del Sahara, sia un problema per il governo del paese nordafricano. Queste realtà aspirano ad attaccare servizi algerini, obiettivi di governo locale ed interessi occidentali. Il rapporto mette altresì in guardia dalle minacce transfrontaliere immediate, come la presenza di estremisti libici al confine orientale dell’Algeria. Preoccupazioni arrivano anche dal confine tunisino, dove le fazioni di AQMI algerine e tunisine potrebbero provare a fondersi.

Nell’ambito della lotta al terrorismo, mantenere un esercito forte all’interno dei propri confini era diventato alquanto inutile per Algeri, in particolar modo con l’aumento delle possibilità di attacchi connessa alla crescita geopolitica dei gruppi terroristici. Quindi, da un punto di vista strategico, consentire ai militari algerini di partecipare alle operazioni di mantenimento della pace all’estero significa recuperare e attaccare  il terrorismo in patria e nelle zone contigue.

La scelta della modifica costituzionale è stata definita come pragmatica. La regione è alquanto instabile, e l’Algeria è circondata da paesi, principalmente Mali, Niger e Mauritania considerati “stati fragili”, oltre al confine libico che rimane una zona calda da tenere sempre sotto controllo fino alla risoluzione del conflitto che vede impegnate la fazione di Tripoli e quella con sede a Tobruk.

Indubbiamente, la Libia è una questione di sicurezza nazionale per l’Algeria. Dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011, l’instabilità in Libia – con la quale condivide un confine terrestre di oltre 900 chilometri – ha dominato il quadro delle minacce in Algeria: tra il perenne vuoto di potere, la proliferazione di armi, la presenza di gruppi jihadisti e miliziani stranieri, l’arena libica destava una costante preoccupazione nei palazzi governativi algerini. Gli effetti indiretti della turbolenza libica hanno anche presentato enormi sfide alla sicurezza, compresa la destabilizzazione del Mali e del Sahel sul fianco meridionale algerino. Una serie di attacchi terroristici all’interno del territorio algerino sono stati collegati alla Libia e al Mali. Infatti, nonostante la ferma dottrina del non intervento – precedente alle modifiche apportate il primo novembre – le voci su unità algerine impegnate in operazioni di antiterrorismo in territorio libico sono circolate dal 2017 in  poi. Negli ultimi anni, l’Algeria ha perseguito una politica di tranquilla neutralità in Libia, promuovendo il dialogo politico e la costruzione della pace dal basso, a livello tribale. Un approccio che è stato ostacolato dai numerosi attori esterni che hanno avuto un forte impatto sulla situazione libica. L’interferenza militare straniera in Libia ha travolto le dinamiche locali, emarginando la soluzione inclusiva e negoziale che Algeri tentava di portare avanti.

Nonostante alcuni errori di valutazione da parte della diplomazia algerina nell’affare libico, sembra che l’ex colonia francese resti impegnata a promuovere il compromesso e il dialogo politico nel paese limitrofo. Tuttavia, se i dialoghi intra-libici e internazionali non dovessero concludersi con una soluzione che sia in grado di garantire una stabilità duratura, il governo di Algeri ha oggi la possibilità di ricorrere a decisioni fino a qualche tempo fa impensabili, sulla falsa riga del presidente egiziano al-Sisi che in più occasioni ha minacciato un intervento militare in Libia – a sostegno del suo alleato Khalifa Haftar – con la giustificazione di tutelare i propri confini e salvaguardare gli interessi egiziani in Libia. Un possibile intervento militare di Algeri in Libia sembra da escludere, dati i buoni rapporti sia con la Turchia che con l’Egitto (i due principali alleati delle due fazioni libiche) e vista la neutralità che l’Algeria ha sempre mantenuto con Tripoli e Tobruk.

Nella nuova architettura regionale caratterizzata da una miriade di minacce ai suoi confini, l’Algeria cerca di riposizionarsi modificando i suoi rigidi principi non interventisti. Ciò servirà da deterrente, scoraggiando potenzialmente attori statali e non dall’intraprendere azioni indesiderate o impegnarsi in aggressioni militari contro vicini diretti. Ancora più importante consentirà ad Algeri di proiettare la propria potenza militare e assumere un ruolo guida in qualche possibile azione militare sovranazionale.


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All’interno della regione africana, l’Algeria deve fare un passo in avanti e concentrarsi sui propri interessi nazionali. Algeri pensa che l’interventismo militare sia fondamentale dopo aver assistito ad anni di terrorismo in casa e ai propri confini. Pertanto, il ritorno di un ruolo attivo in Africa per ragioni politiche ed economiche ha bisogno del supporto militare per rafforzare la sua posizione nel continente attraverso una nuova visione strategica.

Mario Savina,
Geopolitica.info