La responsabilità dell’UE verso la geopolitica energetica della Russia

La politica energetica di uno Stato non può al giorno d’oggi esimersi dalla considerazione di partenza che le due fonti principali di energia – il petrolio e il carbone – sono in recessione e per contro il gas naturale sta crescendo più di tutte le altre fonti energetiche messe assieme.

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Per raggiungere una certa sicurezza energetica risulta dunque fondamentale diversificare le fonti di approvvigionamento, ovvero garantirsi – in quanto Stato – la disponibilità di rifornimenti energetici affidabili a prezzi ragionevoli (Yergin, 2006) da più fornitori ed evitare di dipendere interamente o in gran prevalenza da uno solo. Questa è la strada che ha cercato di intraprendere l’Unione Europea negli ultimi anni e che è stata dichiarata nel pacchetto “Unione dell’Energia” del febbraio 2015, dopo aver lanciato – attraverso la Commissione Europea – il progetto del Corridoio Meridionale del gas nel 2008, passante per Georgia e Turchia.

L’UE, infatti, dipende per il 54% delle fonti energetiche che utilizza dalle importazioni e, nello specifico, se per il petrolio la percentuale che importa è addirittura dell’89% sul consumato, per il gas naturale risulta il 66%. Inoltre, 6 membri dell’UE sono totalmente dipendenti dalla Russia per le importazioni di gas. Si tratta di Lettonia, Lituania, Estonia, Svezia, Finlandia e Bulgaria, ma ci sono altri Paesi con una dipendenza sostanziale, come la Polonia (50%), ed altri ancora completamente estranei al mercato del gas russo (Portogallo, Spagna, Irlanda, Gran Bretagna, Cipro e Danimarca). Il discorso è diverso per il carbone, dal momento che quello importato rappresenta il 44% del totale consumato, mentre per le forme di energia rinnovabili e per il nucleare l’UE è totalmente indipendente. Il gas è la fonte di energia il cui consumo cresce più di tutte le altre messe assieme, quindi anche se ad oggi è ancora la terza tra le fonti principali di energia al mondo, sarà sicuramente protagonista importante nel futuro prossimo. Nell’Unione Europea, essa è la seconda più utilizzata (22%), davanti al carbone (17%) e dietro al petrolio (37%). Nucleare e FER1 sono ancora ferme al 12%.

Da questi dati emerge che la fonte energetica più importante per la sicurezza energetica dell’Unione Europea è il petrolio: costituisce infatti oltre un terzo del paniere energetico dell’UE e viene quasi interamente importato. L’UE è il maggiore importatore di petrolio al mondo; la Russia il secondo maggiore esportatore. Il legame tra questi due soggetti è, geopoliticamente, inscindibile.

Nel 2015, infatti, la Russia era il principale paese di provenienza delle importazioni dell’UE-28 di petrolio greggio, pari al 27,5%2. Per quanto riguarda il gas naturale, invece, nel 2015 la quota importata da Mosca era del 29,4%3 e nel 2018 ha subìto un ulteriore incremento dell’8,1% sul 20174, arrivando nel primo semestre del 2018 addirittura oltre al 40%5. Ecco quindi perché risulta così importante il ruolo geopolitico della Russia nelle forniture di fonti energetiche all’Unione Europea. Il petrolio ha un ruolo strategico nei trasporti, mentre il gas naturale è utilizzato prevalentemente ad uso residenziale, termoelettrico ed industriale: in poche parole, la loro importazione è necessaria agli Stati dell’UE ed all’UE stessa. Ma trovarsi in una tale situazione, per giunta con una potenza regionale scomoda come la Russia di Putin, viene vista come una minaccia per la propria sicurezza energetica.

Nel tentativo dell’Unione Europea di iniziare un processo di diversificazione dell’approvvigionamento delle fonti energetiche, scoppia nel 2014 la crisi in Crimea, che porta la Russia a progettare il gasdotto Nord Stream 2 per aggirare l’Ucraina a Nord e, congiuntamente al progetto (poi naufragato) del South Stream, per collegare – nella grande visione di Putin – Europa e Russia dal punto di vista energetico. Ma la Commissione Europea si è opposta dapprima, con vigore, al South Stream assieme a Paesi dell’Europa centro-orientale, fino a portare Gazprom (la più grande compagnia russa) al rifiuto dell’opera, non senza conseguenze: il fallimento del progetto orientò Putin verso Cina e Giappone, Paesi tradizionalmente ostili. Con la prima, che necessita di gas a causa dell’elevato aumento del consumo, firma nel 2014 un accordo di 30 anni che prevede la fornitura di circa 40 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno; con il secondo progetta un gasdotto da 30 miliardi di metri cubi di gas annui. Ma Putin guardò anche alla Turchia: un altro effetto è stato infatti il progetto del Turkish Stream, gasdotto che dovrebbe sostituire il South Stream e al quale l’UE – con l’aiuto degli USA – contrappone il Trans-Adriatic Pipeline (TAP), rafforzando la posizione pivotale dell’Italia nella sfida geopolitica tra USA e Russia. La superpotenza mira a contenere la potenza regionale, che si muove però a sua volta con Germania e Turchia per creare un blocco euroasiatico. La Russia dimostra, insomma, di avere o perlomeno di trovare facilmente delle alternative in caso di imprevisti.

La partita continua a giocarsi attorno al gas anche più recentemente, con il Presidente ucraino Petro Poroshenko che ha rivolto un appello all’UE per bloccare anche la costruzione del Nord Stream 2, il quale permetterebbe all’Europa di approvvigionarsi del gas direttamente dalla Russia facendolo arrivare in Germania aggirando l’Ucraina (con una perdita stimata per quest’ultima di 3 trilioni di euro). La Commissione Europea rischia di non considerare il Nord Stream 2 come strategico per la sicurezza energetica dell’UE6 e costringere di conseguenza un’altra volta la Russia a rivolgersi altrove per il suo export, il che significa un trasferimento degli affari verso est.

La conferma è data dalle parole del Commissario europeo per il clima e l’energia, Miguel Arias Cañete, il quale ha bocciato a nome della Commissione europea il progetto North Stream 2 sostenendo che “non contribuisce agli obiettivi della politica energetica dell’UE in materia di sicurezza energetica o di diversificazione delle forniture”7. Alcuni Stati, come la Germania (Paese di arrivo del gasdotto), sembrano tuttavia consapevoli del pericolo e cominciano a ripensare anche alle esigenze energetico-economiche oltre (ed in contrasto) alle posizioni squisitamente politiche. Pesano però le due risoluzioni, quella del Congresso americano – in funzione anti-russa in particolare sul conflitto ucraino e probabilmente come contrasto alle società tedesche8 e francesi9 presenti in Gazprom – e quella del Parlamento Europeo – per la quale sarebbe un “progetto politico che minaccia la sicurezza energetica europea” – che minano ancora più drasticamente l’opera, in quanto senza garanzie dall’UE la Russia si è dimostrata riluttante nel completare la realizzazione già per il Turkish Stream.

Si profila però per l’Europa la necessità di importare volumi pari a 77 miliardi di metri cubi di gas l’anno entro il 202510, una cifra così ragguardevole da mettere in dubbio le capacità di Nord Stream 2 e Turkish Stream sommati: i gasdotti russi diventerebbero fondamentali per garantire all’Europa i volumi necessari a prezzi convenienti, ragione per cui l’UE dovrebbe assumere un atteggiamento più responsabile e svincolato da logiche esterne nei confronti della Russia e stringere invece i rapporti con essa anziché spingerla verso oriente.

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