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TematicheCina e Indo-PacificoLa repressione in Xinjiang e gli obiettivi di Pechino

La repressione in Xinjiang e gli obiettivi di Pechino

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In origine, la popolazione che abitava lo Xinjiang era in assoluta maggioranza uigura, turcofona e musulmana, ma gli avvenimenti verificatisi nel 1949, con la fine della guerra civile e la vittoria del comunismo in Cina, hanno determinato l’annessione del Turkestan orientale, ribattezzato Xinjiang, alla Repubblica Popolare cinese (RPC). Pechino, da quel momento in poi, ha agito portando avanti un’opera di colonizzazione con l’invio di gruppi di cinesi di etnia Han ad abitare il territorio, modus operandi che riecheggia quello della “Campagna delle terre vergini” chrusceviana che permetteva allo Stato centrale sovietico di controllare i territori remoti e sterminati dell’Asia centrale.

Prigionieri in casa propria 

La denominazione di Regione autonoma uigura dello Xinjiang risulta distante dalla realtà: in effetti, la mano lunga di Pechino controlla serratamente quest’aria, situata in Asia centrale e divisa dalla Cina secondo confini naturali, determinati dalla presenza del deserto del Gobi. Tale distanza geografica, che rende difficile il controllo e le comunicazioni, si riflette anche nella situazione sociale, radicalmente tramutata negli ultimi decenni. La posizione geografica dello Xinjiang ha un’importanza strategica per le mire cinesi che vanno nella direzione della Belt and Road Initiative e che, perciò, non lasciano spazio a nessuna forma di irredentismo che possa arrestare il processo di affermazione del Paese come potenza economica mondiale. Il governo cinese non vuole instabilità all’interno dei suoi confini e per mantenere la situazione sotto controllo, in Xinjiang, ricorre all’uso sistematico della violenza, al silenziamento dei dissidenti, allo scioglimento di qualsiasi organizzazione politica e, stando alle attuali testimonianze, alla prigionia in campi di lavoro forzato e di rieducazione, tanto che il territorio è stato soprannominato regional detention

Le ambizioni del Dragone

Stabilizzare lo Xinjiang è di vitale importanza per Pechino: sul piano estero serve a promuovere rapporti economici solidi e a rafforzare la presenza in Asia Centrale, sul piano interno è necessario per la quantità di risorse energetiche della regione, fondamentali per mantenere un livello produttivo elevato. L’analista Gardner Bovingdon, nel volume Autonomy in Xingjiang: Han Nationalist Imperatives and Uyghur Discontent, ha definito il passaggio dagli anni Novanta agli anni Duemila come un passaggio dalla discriminazione alla segregazione della popolazione uigura, sostenendo che si possa parlare di imperialismo economico Han. La natura economica della disputa emerge con chiarezza se si guarda distintamente allo sviluppo asincronico della zona dello Xinjiang abitata da Uiguri, che costituiscono il 45% della popolazione nello Xinjiang, e della zona popolata a maggioranza Han, oggi circa il 41% della popolazione: nella prima l’economia è depressa, arretrata e i redditi pro capite sono fissati ai limiti della sussistenza, inoltre l’ondata di riforme economiche che ha investito la Cina a partire dagli anni Ottanta non ha toccato la minoranza etnica uigura; mentre nella zona popolata a maggioranza Han si è registrato un forte progresso che ha permesso ai cittadini un tenore di vita alto, agevolato dal coinvolgimento nelle politiche lavorative. Le disuguaglianze sono più profonde se si tiene conto del fatto che la popolazione uigura che risiede nella parte meridionale della regione lavora per la maggior parte nel settore agricolo e rispetto ai colleghi di etnia Han viene sottopagata: infatti, il reddito medio di un uiguro ad Urumqi nel 2011 era pari a 892 RMB, mentre per un lavoratore di etnia Han il reddito medio era di 1141 RMB. Il divario economico si acutizza, incidendo sulle nuove generazioni: per molti giovani Uiguri è più difficile accedere all’istruzione, rispetto ai coetanei di etnia Han, perché molto spesso le famiglie non sono in grado di sostenere la tassazione scolastica.  La situazione nello Xinjiang mina la solidità del progetto della Belt and Road Initiative: infatti, la regione è uno snodo cruciale per approfondire la cooperazione con i Paesi dell’Asia Centrale, meridionale e occidentale. Se la situazione nella regione autonoma rimarrà tesa, Pechino vedrà sfumare i suoi progetti. Le politiche restrittive adottate dal Partito Comunista Cinese (PCC) hanno acuito la sensazione di esclusione dell’etnia uigura, che ha risposto, di contralto, con atteggiamenti di nazionalismo etnico e chiusura. L’Islam, per gli Uiguri, è una fonte che ispira nella popolazione musulmana l’appartenenza ad un’identità collettiva, e li fa sentire parte dell’ideale della ricostruzione di un mondo panturco dai Balcani allo Xinjiang. Il governo cinese si trova a scegliere fra due vie: la prima consiste nel continuare a esercitare forti violenze sulla popolazione musulmana per tenere sotto serrato controllo la regione, guadagnandosi le denunce internazionali, senza contare sul fatto che le violazioni dei diritti umani incoraggiano la formazione di un fronte occidentale contro Pechino; la seconda consiste invece nell’attuare forme di decentramento che promuovano una maggiore autonomia con la speranza che la situazione si risolva pacificamente attraverso dei concordati che permettano alla popolazione musulmana uigura di esercitare i propri diritti fondamentali. 

La reazione delle amministrazioni occidentali 

A seguito delle denunce di numerose ONG, fra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, le amministrazioni occidentali hanno preso misure severe nei confronti di Pechino. L’attuale segretario di Stato americano ha ribadito che quello che sta accadendo in Xinjiang è da considerare un “genocidio”. L’accusa di genocidio è confermata dal fatto che le detenute sarebbero state abusate e costrette alla sterilizzazione e all’aborto nei campi di lavoro forzato. Il Parlamento di Ottawa, attraverso una mozione approvata a larga maggioranza a febbraio 2021, si è accodato alla denuncia dell’amministrazione americana e ha chiesto che le Olimpiadi invernali previste per il 2021 siano spostate altrove. Alle Nazioni Unite è in corso un acceso dibattito fra la Cina e i Paesi occidentali che, in blocco, denunciano la violazione dei diritti umani degli Uiguri residenti in Xinjiang. L’Unione europea, a marzo 2021, ha comminato sanzioni a quattro ufficiali cinesi, fra cui l’ideatore del programma di sorveglianza dello Xinjiang, mentre contemporaneamentr gli USA hanno sanzionato due dirigenti cinesi, Wang Junzheng, segretario del comitato del partito per la produzione e la costruzione nello Xinjiang e Chen Mingguo, direttore dell’ufficio per la pubblica sicurezza. 

La tecnologia contro le tre forze del male: il separatismo, l’estremismo e il terrorismo

Il controllo che il governo della Repubblica Popolare cinese dispiega su tutto il territorio in maniera capillare è reso possibile grazie al know-how, su cui le aziende private e di Stato, fra cui la China Electronics Technology Group Corporation (CETC), investono e per cui sviluppano tecnologie atte a conoscere qualsiasi informazione sui cittadini. L’impiego di questi strumenti favorisce l’intromissione dello Stato nella vita privata degli individui grazie allo sviluppo di nuove App messaggistiche e di riconoscimento biometrico, quali IJOP. La tecnologia riveste un ruolo doppio: nella RPC diviene uno strumento del governo per rinsaldare il potere e decurtare la libertà dei singoli individui. L’utilizzo di mezzi intrusivi e lesivi dei diritti umani viene giustificato da Pechino come misura strettamente necessaria per arginare la minaccia terroristica in Xinjiang, poiché ormai dal 2014 il governo si muove sul binomio per cui chi è musulmano e professa la fede islamica sia automaticamente legato a gruppi estremisti e dunque sia un terrorista. L’atteggiamento paranoico cinese e l’applicazione di questo binomio hanno generato la costruzione di campi di lavoro forzato e l’instaurazione di un regime di terrore nella regione. Attraverso l’installazione di IJOP nei dispositivi elettronici, il governo cinese scheda gli individui e decide sulla base di ciò che è in suo possesso se questi dovranno essere spediti nei campi di lavoro forzato perché sospettati di voler compiere attentati terroristici. Un altro aspetto fondamentale da considerare è che qualsiasi sospettato viene automaticamente ritenuto colpevole: prima della detenzione non vengono svolti processi, chiunque può essere sospettato e dunque prelevato senza che giungano più sue notizie. La condizione degli Uiguri è paragonabile a quella di cittadini che vivono in una società premoderna. La loro condizione può essere descritta prendendo in prestito da Gogol’ l’espressione anime morte. 

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