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La recente iniziativa di dialogo interno di Bamako può essere un’opportunità per riportare la calma in Mali?

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A partire dallo scorso agosto e nonostante i costanti scontri con i gruppi jihadisti, l’esercito maliano e paramilitari russi hanno sconfitto nel Nord del Mali alcuni movimenti di ribelli che nel 2015 avevano firmato l’accordo di pace. In novembre, l’esercito maliano ha ripreso il controllo di Kidal, roccaforte dei ribelli dal 2012. Sebbene questa riconquista rappresenti un momento cruciale, non è pensabile risolvere tale guerra con la sola forza delle armi. A fine dicembre, infatti, le autorità di Bamako hanno iniziato a preparare un dialogo inter-maliano dichiarando subito dopo nullo il trattato di pace del 2015 un mese dopo. I belligeranti dovrebbero sfruttare questo dialogo, che apre nuove prospettive di pace, come un’opportunità per negoziare un cessate il fuoco e procedere verso colloqui più inclusivi.

Nel novembre 2023, le forze armate maliane, sostenute dai paramilitari del Gruppo Wagner, hanno riconquistato la città di Kidal, segnando il culmine di un nuovo conflitto iniziato nell’agosto del 2012 tra il governo e alcuni dei firmatari dell’Accordo di Algeri del 2015, che aveva posto fine alle precedenti ostilità. Nel frattempo, il centro e il nord del Paese hanno dovuto affrontare attacchi jihadisti. Questa combinazione di combattimenti mortali ha fatto precipitare il nord del Mali in una nuova spirale di violenza, con allarmanti conseguenze umanitarie e un esito incerto. La riconquista di Kidal rappresenta un trionfo per le autorità maliane, ma non devono farsi illusioni: nessuno dei due belligeranti può vincere con la sola forza delle armi. Il dialogo inter-maliano proposto dalle autorità di transizione alla fine del 2023 è un’opportunità per far prevalere ancora una volta i negoziati sugli scontri. I colloqui rimangono l’unico modo per raggiungere una pace sostenibile nel nord del Mali. Già in passato, l’Accordo di Algeri del 2015 ha offerto un quadro di pace utile e accettato da tutti i belligeranti. Il processo successivo, tuttavia, ha subito ritardi, imbattendosi in questioni essenziali relative al trasferimento delle prerogative ai governi regionali e all’integrazione degli ex ribelli nelle forze di difesa e di sicurezza del Mali. Il primo governo di transizione, istituito dopo il colpo di Stato dell’agosto 2020, ha voluto mantenere l’accordo e ha fatto progressi nel portarlo a compimento. Il regime emerso dal secondo colpo di Stato del maggio 2021, invece, ha preso una strada diversa, adottando un approccio più militare. Ottenuto il potere, gli ufficiali si sono concentrati sul rafforzamento delle forze armate e sulla riaffermazione della sovranità dello Stato maliano sull’intero Paese. A tal fine, hanno intensificato la cooperazione con la Russia e hanno chiesto rinforzi al gruppo Wagner. Hanno inoltre chiesto – e ottenuto – il ritiro dell’operazione francese Barkhane, della Task Force europea Takuba e della Missione integrata multidimensionale di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA). Nel settembre 2023, insieme ai leader militari del Burkina Faso e del Niger, hanno dato vita all’Alleanza degli Stati del Sahel, un patto di mutua difesa. Allo stesso tempo, le relazioni tra le autorità di transizione e i gruppi armati firmatari dell’Accordo di Algeri, raggruppati nel Quadro Strategico Permanente (CSP) dal 2021, si sono deteriorate e ciascuna parte si è preparata a nuovi scontri. Le discussioni sul rispetto dei termini dell’accordo hanno raggiunto un’impasse: il governo emerso dal golpe del maggio 2021 ha accolto tra le sue fila figure ostili all’accordo, mentre i gruppi firmatari hanno adottato posizioni intransigenti. Nel frattempo, i jihadisti hanno approfittato della situazione di stallo e del vuoto creato dalla partenza delle forze internazionali per estendere la loro presa su vaste aree rurali del nord del Mali. L’occupazione da parte delle autorità maliane delle ex basi MINUSMA nel nord del Paese ha scatenato nuove ostilità. I combattimenti sono ripresi nell’agosto 2023 e sono culminati con la conquista di Kidal da parte delle forze armate lo scorso novembre. 

Tale riconquista rimane una vittoria importante per le autorità maliane, che incarna il loro impegno a reclamare il controllo statale dell’intero territorio nazionale. Questo risultato ha una forte risonanza presso una parte consistente dell’opinione pubblica, in particolare quella più ostile alle aspirazioni separatiste della parte del PSC che vuole invece creare un’entità indipendente chiamata Azawad. I combattimenti tra le forze statali e il CSP sono diminuiti significativamente di intensità da quando il governo ha conquistato Kidal. Tuttavia, è improbabile che questa vittoria, che ha già avuto gravi conseguenze umanitarie, porti alla fine definitiva del conflitto decennale in quanto vi sono profonde radici politiche. Né le autorità di transizione né i gruppi ribelli sembrano in grado di vincere in modo decisivo la guerra. Una situazione di stallo potrebbe dunque finire per indebolire entrambe le fazioni, con conseguenze che si ripercuoterebbero su tutto il Sahel centrale. Il rinnovato conflitto ha anche segnato la divisione della popolazione maliana tra coloro che sostengono le autorità di Bamako e altri che rimangono vicini al PSC. Contemporaneamente, i jihadisti potrebbero trarre notevole vantaggio da un rinato conflitto, replicando quanto accaduto nel 2012 quando sfruttarono i combattimenti tra l’esercito e i ribelli del nord per rafforzare la loro influenza in Mali. Per il governo e parte dell’opinione pubblica, la riconquista di Kidal rappresenterebbe il successo di un approccio militare a scapito dell’accordo politico in vigore dalla firma dell’Accordo di Algeri otto anni fa. Tuttavia, è difficile immaginare la pace nel nord del Mali senza un processo politico che permetta il dialogo, la riconciliazione e la prospettiva di una migliore governance locale. 

In conclusione, dopo gli scontri degli ultimi mesi, il rilancio del processo politico sarà probabilmente complicato, ma rimane essenziale. I colloqui politici offrono ancora la strada migliore verso una pace e una stabilità durature per il nord del Mali e la sua popolazione. Nonostante la decisione delle autorità di transizione di abbandonare l’Accordo di Algeri, la loro mossa di aprire un dialogo inter-maliano a poche settimane dalla riconquista di Kidal offre l’opportunità a entrambe le parti di anteporre il negoziato agli scontri. Le autorità dovrebbero trarre insegnamento dal fallimento dell’Accordo di Algeri, in particolare rendendo questo nuovo processo più inclusivo, per trovare le soluzioni necessarie a stabilizzare il nord. Dovrebbero coinvolgere nel dialogo non solo i principali attori politici, gli attori della società civile e i leader tradizionali, ma anche i membri del CSP ed eventualmente i jihadisti. Il governo dovrebbe, infine, cercare di includere il maggior numero possibile di donne e giovani nel dialogo inter-maliano. Allo stesso tempo, il CSP dovrebbe cogliere questo momento per ristabilire i contatti con il governo, negoziare un cessate il fuoco e impegnarsi in un processo più in linea con l’attuale equilibrio di potere in Mali.

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