La proposta di pace del presidente Ghani non piace né agli americani né ai talebani

Gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan entro l’11 settembre di quest’anno. A corto di tempo, Biden ha ordinato una nuova offensiva diplomatica, proponendo un nuovo piano di pace. La controproposta di Ghani non piace a nessuno. Tantomeno ai talebani, che oggi rappresentano l’attore più forte sul tavolo della pace.

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La controproposta di Ghani al piano di pace di Blinken

Il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha svelato la sua proposta di un piano di pace che metta fine all’ormai ventennale guerra in Afghanistan. Il presidente presenterà ufficialmente il suo programma durante la conferenza internazionale sull’Afghanistan che avrà luogo in Turchia nel corso delle prossime settimane, verosimilmente verso la metà di aprile, e che vedrà la presenza di tutti gli attori coinvolti nella guerra – Stati Uniti, governo afghano, rappresentanti dei talebani –, ma anche le potenze esterne che non hanno una presenza militare vera e propria sul territorio come Russia, Cina, Iran, India, Pakistan.  Il piano elaborato da Ghani prevede un percorso articolato in tre fasi: la prima fase si pone come obbiettivo quello del raggiungimento di un accordo politico con i talebani, escludendo la loro partecipazione nella struttura governativa, ottenuto con il consenso di una grande assemblea composta dalle personalità più influenti dell’Afghanistan; all’accordo seguirebbe l’imposizione di un “cessate il fuoco” monitorato dalla comunità internazionale. La seconda fase del piano di Ghani prevede il regolare svolgimento di elezioni libere e democratiche nel Paese. Infine, nella terza fase, si procederebbe con la stesura di una nuova costituzione che dia vita ad un impianto istituzionale completamente nuovo per il paese.

Quella elaborata del presidente afghano è una sorta di controproposta rispetto al piano ideato dagli Stati Uniti nelle scorse settimane e reso noto dal Segretario di Stato americano, Antony Blinken, in una lettera indirizzata a Ghani e al suo rivale politico, Abdullah Abdullah. Nel documento inviato da Blinken alle due autorità afghane, il Segretario di Stato americano invita l’attuale governo afghano a lasciare spazio ad un’amministrazione interinale che possa gestire il paese durante la delicata fase dei colloqui di pace. Il nuovo governo interinale oltre che essere caratterizzato da un elevato numero di donne, dovrebbe includere rappresentati del movimento talebano e di tutti i gruppi etnici del paese. Parallelamente, il governo afghano e i talebani dovrebbero concordare almeno 90 giorni di tregua per permettere un miglior svolgimento delle trattative di pace. Infine, gli americani hanno proposto una conferenza internazionale in Turchia, questa volta a guida ONU. Con quest’azione, Biden ha tentato una nuova offensiva diplomatica a pochi mesi dallo scadere del termine entro il quale gli americani hanno stabilito che lasceranno il Paese.  

Il piano cui si fa riferimento nella lettera inviata da Blinken, tuttavia, non piace al governo afghano, soprattutto nella parte in cui viene proposta l’istituzione di un governo interinale. Il presidente afghano vuole tutelare il fragile equilibrio politico attualmente vigente nel Paese: nel suo piano, infatti, il governo in carica rimane lo stesso fino alle elezioni politiche. Il presidente Ghani, però, deve tener conto del fatto che è molto criticato da diversi esponenti dei clan afghani più importanti, che lo accusano di corruzione e di clientelismo – l’attuale presidente è in carica dal 2014, anno in cui è risultato vincitore a seguito di un processo elettorale molto controverso. La soluzione americana di un governo interinale che veda la presenza, oltre che dei talebani, di rappresentanti di tutti i gruppi etnici del Paese è vista come qualcosa di assai pericoloso per l’attuale presidenza. La soluzione proposta dal presidente afghano, peraltro, prevede la presenza di truppe straniere per il monitoraggio del cessate il fuoco: questo significa che la NATO resterebbe in Afghanistan ancora a lungo, perlomeno fino al raggiungimento della terza fase prevista dal piano elaborato dal presidente. Le truppe della NATO, tuttavia, dipendono fortemente da quelle americane, oggi ridotte a circa 2.500 unità, cui si sommano però circa 18.000 contractors. In sostanza, la soluzione prevista da Ghani prevede che gli Stati Uniti non lascino il Paese a nel breve termine, come invece fortemente auspicato dal presidente Biden.

Gli obiettivi americani

Nel febbraio del 2020, l’amministrazione americana, allora guidata da Donald Trump, era riuscita a raggiugere un accordo con i talebani, a Doha, in Qatar, alla presenza dei principali attori dell’area, Russia, Cina, Pakistan e Iran, oltre che dei rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. L’accordo sottoscritto dall’inviato speciale del presidente americano per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad e dal mullah Abdul Ghai Baradar prevedeva il ritiro delle truppe americane dal Paese entro la fine di aprile 2021, prima e più importante rivendicazione voluta dai rappresentanti talebani, che in cambio si dichiaravano pronti a rinunciare a qualsiasi legame con il jihadismo internazionale e a cessare gli attacchi contro i grandi centri abitati afghani. Altre clausole rilevanti prevedevano il rilascio di circa 5.000 prigionieri talebani da parte del governo afghano, questione alquanto spinosa, su cui il governo di Ghani è sempre rimasto titubante, spaventato dal fatto che tale rilascio avrebbe potuto portare ad un’ulteriore intensificazione della violenza nel paese.

Il dossier afghano, sebbene non figuri tra le priorità impellente di Biden, potrebbe facilmente costituire il primo grande fallimento della nuova amministrazione americana qualora il presidente non riuscisse a ritirare le truppe ancora schierate nel territorio entro il nuovo termine stabilito. D’altro canto, il 78enne democratico non può non tener conto dei 2.300 militari americani che hanno perso la vita nella cosiddetta long war, né tantomeno dell’ingente somma di denaro che i cittadini americani hanno dovuto versare per finanziare tale guerra, costata ormai circa 1.000 miliardi di dollari. Anche per questo motivo la prossima conferenza per la pace non sarà guidata dagli americani, bensì dalle Nazioni Unite, primo possibile passo verso il passaggio di consegne della questione all’ONU. In questo modo, gli americani potrebbero smarcarsi dallo spinoso dossier senza provocare una nuova esplosione delle violenze e la conseguente deflagrazione del processo di pace dovuta dal repentino ritiro delle truppe occidentali dal territorio afghano.

L’accordo proposto dal presidente Ghani non sembra incontrare il favore nemmeno dei talebani, che rifiutano soprattutto la scelta di mantenere l’attuale assetto istituzionale del Paese. Il movimento talebano, a forte connotazione islamica, è fermamente deciso a procedere verso un radicale cambiamento della costituzione afghana. Inoltre, i rappresentanti del movimento talebano hanno più volte sottolineato come tra le condizioni fondamentali per la stretta di un accordo di pace debba esserci il ritiro degli Stati Uniti e della NATO dal Paese.

La forza dei talebani

In effetti, ad oggi i talebani sembrano rappresentare l’attore più forte tra quelli coinvolti in tale dossier. Questo per diverse ragioni. Innanzitutto, i talebani sono riusciti ad ottenere la legittimità internazionale a cui per anni hanno aspirato e che fino a poco fa gli era sempre stata negata. A questo proposito, la presenza di rappresentanti talebani a Mosca già nel novembre 2018 ha rappresentato l’evento che ha suggellato il tentativo di legittimazione del proprio movimento nei confronti della comunità internazionale. Ormai nessun consesso internazionale che abbia come oggetto la questione afghana può fare a meno della presenza di rappresentanti del regime talebano. I talebani, poi, a differenza degli americani, non hanno nessun vincolo di tempo, dunque dispongono di una maggiore libertà d’azione. Mentre gli americani devono riuscire a raggiungere un accordo entro l’anno, possibilmente anche prima, i talebani possono attendere quanto vogliono. Parimenti, anche l’attuale governo afghano necessita di concludere la pace in breve tempo, visto che la situazione del paese appare ai minimi termini, dal punto di vista sociale, economico e della sicurezza, mentre il malcontento nei confronti del governo aumenta. Ancora, i talebani hanno dalla loro parte la facoltà di riprendere la violenza nel paese quando e come vogliono, consci che gli americani e la NATO non risponderanno col fuoco all’esacerbarsi degli scontri. Peraltro, si avvicina proprio ora la stagione della primavera, tradizionalmente caratterizzata da una forte ripresa delle attività militari da parte degli estremisti. Inoltre, i talebani hanno ottenuto notevoli guadagni in termini di territori negli ultimi mesi, arrivando a conquistare larghissime aree, fattore che conferisce notevole forza alla propria attività diplomatica.


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Difficilmente il piano che il presidente Ghani proporrà in Turchia nelle prossime settimane troverà l’appoggio degli Stati Uniti e dei talebani: le divergenze di vedute sia da parte dei talebani che degli statunitensi sono troppo forti. Biden sa bene che il tempo stringe e che le truppe americane non potranno restare a lungo nel Paese, pena il possibile riconoscimento di un fallimento della strategia della sua amministrazione per l’Afghanistan. In questo senso, l’appoggio dell’ONU potrebbe rivelarsi fondamentale per coprire la sconfitta. Complice la fretta americana e l’offensiva primaverile alle porte, è possibile che nelle prossime settimane la diplomazia statunitense premi ulteriormente l’acceleratore e costringa Ghani ad un accordo che probabilmente favorirà il movimento talebano.

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info