La privatizzazione delle imprese serbe e la longa manus russa

Il processo di privatizzazione serbo detiene un record: in soli quindici anni è stato affrontato adottando uno dopo l’altro ogni tipo di procedura teorizzata in macroeconomia. Dopo un esperimento iniziale di introdurre il cosiddetto capitalismo popolare nello spirito del thatcherismo, si è passati ad un sistema informale di concentrazione delle proprietà nelle mani di una nuova oligarchia finanziaria nazionale. Infine, dopo i cambiamenti politici del 2000, è avvenuto il passaggio a una situazione in cui i grandi monopoli e oligopoli del mercato nazionale sono diventati oggetto delle mire delle grandi corporazioni transnazionali o dei fondi d’investimento provenienti dall’estero.

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Le ragioni dell’interesse russo

Nonostante sin dagli avvenimenti dell’ottobre del 2000 le forze democratiche avessero costantemente definito l’adesione all’Unione europea un obiettivo prioritario, tra la fine del primo e l’inizio del secondo governo di Vojislav Koštunica, Belgrado cominciò a caldeggiare una crescente apertura a Mosca, sia politicamente sia economicamente, dimostrando tra le altre cose una particolare “predisposizione” nei confronti degli imprenditori russi interessati ad inserirsi attivamente nelle privatizzazioni delle principali imprese pubbliche serbe, una vera e propria inversione di tendenza nel panorama delle relazioni economiche tra i due paesi.
Benché, al di là dell’accordo di libero scambio siglato nell’agosto del 2000, non fossero state prese particolari misure ad hoc per attirare i capitali provenienti da Mosca, di fatto le compagnie russe, attraverso una presenza in costante crescita, cominciarono a giocare un ruolo nuovo nella gestione dei principali asset nazionali serbi. Allo stesso tempo, il modo di muoversi dei grandi tycoon, più o meno indirizzati dal Cremlino, si andò gradualmente distinguendo per alcune ambiguità.

In una prima fase, pur dimostrando a intervalli regolari un forte interesse per le maggiori realtà del Paese, come il monopolio petrolifero di Nis o la compagnia aerea di bandiera Jat, tali operazioni, per lunghi periodi, non entrarono nel vivo delle trattative, mentre altre, di apparente minore interesse, si conclusero invece rapidamente. Tra queste l’acquisto dell’agenzia turistica nazionale Putnik e del colosso Termoelektro, importante complesso di ingegneria industriale.
Successivamente, una costante intensificazione della presenza delle imprese russe coincise con la svolta rintracciabile, dal 2006, in larga parte dei Balcani occidentali. Nell’intera regione, infatti, si andava registrando in quel momento, un crescente interesse di Mosca per i settori strategici, per lo più energetico-estrattivi, delle economie locali. Cosa portò dunque l’economia russa, in cerca di opportunità di espansione su questo tipo di mercati, a concentrare la propria attenzione proprio sulla realtà serba?
Il peculiare processo di transizione di Belgrado è stato e resta un fattore di forte interesse per Mosca, prima di tutto se paragonato alla situazione dei Paesi limitrofi. Ad eccezione del Montenegro, non ci sono altri stati nella regione con privatizzazioni di settori strategici in atto. Per di più, l’ingresso nell’ Unione Europea di Romania e Bulgaria nel gennaio 2007, con il conseguente adeguamento ad un rigido sistema fiscale, ha diminuito i vantaggi delle relazioni economiche di Mosca con Bucarest e Sofia. I sistemi tributari serbo e montenegrino prevedono invece, per i profitti delle aziende estere operanti sul loro territorio, il regime di tassazione più basso di tutta l’Europea centro-orientale e balcanica (rispettivamente il 10% e il 9%): un sicuro incentivo per l’afflusso di capitali stranieri, non solo in operazioni di acquisto di società in via di privatizzazione, ma anche in operazioni greenfield. Oltre a un mercato potenziale piuttosto ampio, una posizione geografica favorevole, l’accesso a dazio zero ai mercati dell’Europa sud-orientale, dell’Unione, della Russia e degli USA, nonché una forza lavoro istruita e competente, costituiscono un “pacchetto” di sicuro interesse nel contesto regionale.
Nel contempo, come evidenzia un recente rapporto Raiffeisen, un sensibile declino dell’importanza dei partner europei e americani come fonte di investimenti, a fronte di una visibile crescita degli interessi locali di compagnie russe, cinesi e indiane è un dato di fatto che richiama necessariamente l’attenzione delle autorità locali. L’atteggiamento del governo e delle imprese russe è indirizzato a trarre reciproco giovamento da questo scenario di medio-lungo periodo, nonostante una certa discontinuità in alcuni recenti operazioni.

Nis, Rtb Bor e Jat, differenze e significati

Nel dicembre 2007, in uno degli ultimi impegni in qualità di primo ministro uscente, Voijslav Koštunica firmò con il presidente russo Vladimir Putin una lettera di intenti sulla costruzione di un gasdotto attraverso il territorio serbo per un investimento di circa 710 milioni di euro. Solo qualche mese prima lo stesso Koštunica, in occasione dell’imminente apertura ufficiale della gara d’appalto per la privatizzazione del complesso minerario Rtb Bor, si era incontrato con il magnate russo dell’alluminio Oleg Deripaska, invitandolo apertamente a parteciparvi.
D’altronde, in visita a Mosca nel settembre dello stesso anno, il vice primo ministro serbo Bozidar Djelić, esponente peraltro di uno schieramento tradizionalmente filo-europeo, aveva già delineato la posizione favorevole del suo governo nei confronti del mondo degli affari russo, fornendo una chiara indicazione del crescente pragmatismo di una parte della classe politica serba, dimostrato coi fatti da casi come quello della compagnia aerea di bandiera Jat. Il 25 Maggio 2007 Velimir Ilić, ministro delle Infrastrutture dichiarò che la russa Aeroflot aveva appena comunicato l’offerta d’acquisto più concreta per la cessione di una parte della proprietà di Jat. Benché possa sembrare in apparenza poco redditizio e del tutto marginale, in una economia globalizzata, acquistare in parte la flotta aerea civile della ex Jugoslavia, o meglio gli obsoleti residuati di essa, una compagnia aerea di bandiera basa la sua attività su agenzie, scali, infrastrutture di vario tipo e, soprattutto, concessioni ed esclusive. L’eredità della Jat, non solo attiva nei Balcani, ma presente anche sulle rotte extraeuropee, potrebbe rivestire un ruolo strategico nei nuovi traffici aerei tra la Russia e l’Europa, soprattutto nella prospettiva imminente di un riassetto generale del sistema aereo europeo attorno a pochi attori transnazionali.

Tuttavia, Aeroflot sembra essere stata penalizzata nelle sue intenzioni d’acquisto dalla necessità di trovare un partner europeo per entrare nel mercato aereo balcanico. La firma da parte di Belgrado dell’Accordo sui Cieli aperti, sebbene concepita per ristrutturare il settore dei trasporti aerei in direzione di una generale liberalizzazione delle licenze, comportò l’introduzione di una legislazione che non avrebbe permesso ad Aeroflot la conclusione dell’acquisto di Jat in maniera indipendente. L’intero processo di privatizzazione pare dunque essere stato ostacolato, di fatto, da una velata forma di ostruzionismo da parte di Bruxelles. D’altra parte, dopo quasi due anni di trattative, il 16 gennaio del 2008 fu annunciata nuovamente la vendita del 51% delle azioni della compagnia. Il prezzo fu ribassato di più della metà per incentivare i potenziali acquirenti. Nonostante ciò, il 30 settembre 2008, l’Agenzia Serba per le Privatizzazione e la Promozione degli Investimenti annunciò che Aeroflot aveva ritirato la sua proposta, e che nessuna altra compagnia aveva sottoposto un’offerta d’acquisto adeguata: la Jat non sarebbe stata privatizzata.
Operazione distinta risulta quella relativa al complesso minerario Rtb Bor. In seguito alla dichiarazione di annullamento che, nell’aprile 2007, interessò il risultato del primo tender relativo alla vendita dell’azienda, avvenuta a favore della rumena Cuprom, del più grande complesso minerario legato al rame e altoforno del Paese, venne indetta immediatamente una seconda gara. A-Tec, la principale produttrice austriaca di rame, con un offerta di 400 milioni di dollari sconfisse nell’asta di acquisto altri cinque concorrenti. Tra questi, vi era la cipriota East Point, proprietà dell’imprenditore serbo Zoran Drakulić, e la Basic Element, proprietà del magnate russo Oleg Deripaska. Nonostante le insistenti proteste del responsabile della A-Tec, l’affare con la compagnia austriaca fu annullato, dopo forti tensioni, nel novembre del 2007, perché la stessa A-Tec non era stata in grado di fornire adeguate garanzie bancarie. In ballo, oltre alle miniere di rame, gli altiforni, una raffineria e una centrale elettrica.

Le autorità competenti impiegarono mesi per adottare le delibere necessarie ad indire un nuovo processo di privatizzazione. Nonostante molti rappresentanti del governo serbo, tra i quali il ministro dell’Economia Mladjan Dinkić, avessero più volte sostenuto che il complesso di Bor avrebbe dovuto essere venduto alla East Point di Drakulić, in qualità di seconda classificata nella precedente gara; la Basic Elements cominciò ad essere vista come la favorita, avendo peraltro già a disposizione un’importante testa di ponte nel vicino Montenegro dove era in trattativa da parecchio tempo con Kap (Aluminijumski Kombinat Podgorica), il maggior produttore di alluminio del Paese.
L’appoggio politico a favore dei russi stava sensibilmente crescendo in quel periodo, e il sostegno cruciale che la Russia forniva in seno alle Nazioni Unite alla campagna contro l’indipendenza del Kosovo ne fu solo una delle cause. Agli inizi del luglio 2007, Deripaska si era recato di persona a Belgrado per incontrare il primo ministro Vojislav Koštunica e il vice primo ministro Bozidar Djelić. Se le operazioni del periodo 2003-2007 avevano interessato realtà aziendali di dimensioni contenute, l’interesse per RTB Bor e Jat coinvolse dunque in maniera decisamente più spinta le massime personalità politico-economiche di entrambi i paesi. Era cambiata semplicemente la posta in gioco o il contesto internazionale? La crescente attenzione, tra il 2006 e il 2008, dei media locali per i dettagli di ogni singola operazione, anche solo paventata, è sintomo di una consapevolezza generale dell’ importanza cruciale di queste operazioni, non solo per il futuro economico della Serbia, ma anche per il suo destino politico. 
Nel vicino Montenegro, indipendente dal giugno 2006, le privatizzazioni seguirono un percorso analogo. Lukoil e Gazprom avevano cominciato a investire in Montenegro anche prima della sua indipendenza, ma l’interesse russo per le compagnie e le risorse locali non si era limitato al settore energetico. Le infrastrutture turistiche montenegrine furono infatti sistematicamente rilevate da imprenditori privati e consorzi russi, spesso appositamente costituiti. Le compravendite relative a questo settore furono spesso effettuate esclusivamente in contanti, dando adito a (comprensibili) sospetti che molte di queste attività fossero in realtà un metodo sicuro per il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali. Poco dopo le spiagge montenegrine cominciarono a popolarsi della nuova oligarchia russa. Molti politici, tra cui la governatrice di San Pietroburgo, Valentina Matvienko, sono spesso ospiti delle mastodontiche strutture alberghiere finanziate dagli imprenditori del loro Paese.

Le relazioni tra la società russa e la società montenegrina sono tradizionalmente molto strette, allo stesso tempo più diffuse e meno strumentalizzate rispetto a quelle esistenti con la controparte serba. Se torniamo però al discorso relativo alle privatizzazioni, ritroviamo in Montenegro tracce dello stesso ambiguo atteggiamento delle imprese russe nei confronti delle compagnie serbe. Nel 2005 Rusal, società russa impegnata nel settore dell’alluminio e della bauxite, dichiarò il suo interesse per il pacchetto di maggioranza della Kombinat Aluminum Podgorica, la più grande realtà industriale del Paese, che rappresentava da sola il 50% dell’export montenegrino. Il magnate Oleg Deripaska, presidente del consiglio di amministrazione di Rusal, dopo l’annuncio dell’accordo iniziale dato dal governo montenegrino, condusse però le negoziazioni con una determinazione altalenante. Nonostante le trattative relative all’implementazione dell’accordo fossero tenute personalmente dallo stesso Deripaska e dal primo ministro montenegrino Milo Djukanović, alla fine del 2008 il programma di modernizzazione della Kap non era ancora stato definito chiaramente. Nel frattempo, il Cremlino pare avesse pagato buona parte della campagna elettorale parlamentare del 2006 al principale artefice dell’indipendenza montenegrina. 
Da quando, in seguito al referendum del maggio 2006, Podgorica ha raggiunto l’indipendenza, la leadership montenegrina ha lavorato parallelamente ad uno sviluppo esponenziale delle relazioni economiche con Mosca e all’elaborazione di un orientamento geopolitico fortemente orientato in direzione atlantica. Economia e politica sembrano dunque intrecciarsi costantemente, pur andando curiosamente in due direzioni opposte. Che sia la prova generale di ciò che potrebbe accadere nella pur distinta Serbia con il beneplacito dell’Ue? Una Serbia politicamente nell’Unione europea ma economicamente satura di capitali russi è probabilmente ciò che più si avvicina al malcelato compromesso regionale raggiunto dal Cremino e dal suo club di amici europei, capitanato dai suoi principali partner economici, Italia e Germania.