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L’Africa fa da trampolino di lancio per la potenza turca

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Un segnale inequivocabile della concreta affermazione di una potenza mondiale ricade senz’altro nell’influenza che riesce ad esercitare in aree geografiche esterne alla propria: l’ambizione internazionale della Turchia di Erdoğan è da leggersi alle spalle dello sforzo diplomatico ed economico che ha investito nelle relazioni con i Paesi africani. Se la partnership con i protagonisti africani ha aperto le porte ad una visione strategica più ampia, essa ha tuttavia provocato fonti di tensioni con altri attori esterni, già presenti sul territorio e poco inclini a condividere i loro interessi.

La proiezione di Ankara in Africa fa parte della politica estera perseguita dal Partito Giustizia e Sviluppo (AKP), al governo dal 2002: la diversificazione delle relazioni politiche, economiche e commerciali con Paesi africani ed al di là degli storici partner occidentali, ha come fine il rafforzamento dello status internazionale della nazione, con l’obiettivo di spingere la propria influenza oltre la propria area regionale. La capacità di proporsi come un attore dinamico e attivo nel contesto africano si sviluppa a partire dal 2003 con l’adozione della Strategy for enhancing the commercial and economic relations with Africa: le componenti principali di questa strategia sono la promozione del commercio e degli investimenti diretti, la fornitura di assistenza tecnica, il trasferimento di tecnologia e la condivisione di conoscenze ed esperienze. È proprio attraverso il rafforzamento della collaborazione commerciale, la Turchia si è successivamente presentata anche come un socio strategico e difensivo per l’area nordafricana e soprattutto con la Libia. 

La strategia turca di lungo periodo in Africa è stata prima di tutto impostata tramite l’espansione vertiginosa della sua rete consolare in tutte le regioni africane: la copertura diplomatica turca è infatti passata da 12 ambasciate, rappresentando il 22% degli Stati della regione nel 2009, a 43 ambasciate, ovvero l’80% dei Paesi nel 2023. Specularmente, nello stesso periodo di tempo, le ambasciate africane in Turchia sono passate da 10 a 38. La densa rete diplomatica è poi stata sostenuta da un impegno agli alti livelli governativi costante – il presidente turco Erdoğan e i suoi Ministri degli esteri hanno effettuato nel continente africano circa 50 visite ufficiali – e da un aumento esponenziale dei collegamenti aerei con Turkish Airlines tra Istanbul e la maggioranza delle capitali africane, arrivando a 52 destinazioni nel continente nel 2019. 

Basandosi su una fitta comunicazione diplomatica, Ankara si è anche impegnata in investimenti economici e commerciali consistenti all’interno del continente africano. La Turchia si è impegnata per aumentare in modo netto il volume degli scambi commerciali, dai $5,4 miliardi di scambi nel 2003 a $30,4 miliardi nel 2022: è rilevante come il volume degli scambi sia nettamente a favore di Ankara, la quale presenta solo il 30% delle importazioni, una bilancia più favorevole anche di quella di Pechino. Contemporaneamente, le aziende turche hanno aumentato esponenzialmente la loro influenza all’interno del continente africano attraverso gli investimenti indiretti: il peso degli investimenti turchi è passato da $100 milioni nel 2003 ai $2-3 miliardi nel 2020. Ankara si è particolarmente impegnata nelle infrastrutture e nei trasporti, tra cui appare un progetto del 2022 da $1.9 miliardi per la costruzione di una nuova linea ferroviaria in Tanzania, oltre che la ricostruzione del parlamento e diverse strade a Mogadiscio, Somalia, il cui aeroporto e porto è interamente gestito da compagnie turche. 

Poggiandosi su una solida rete diplomatica e floridi scambi commerciali, la Turchia si è recentemente proposta come un attore affidabile anche nel contesto di difesa e sicurezza: proponendo armamenti tecnologicamente avanzati ad un prezzo accessibile, diversi Paesi africani hanno affidato ad Ankara l’approvvigionamento del proprio equipaggiamento militare, specialmente di droni Bayraktar. Nonostante la mole delle vendite turche in Africa sia attualmente minore rispetto ai maggiori produttori quali Stati Uniti, Cina, o Russia, tra il 2020 e il 2021 si è assistito a un balzo da $80 milioni a $461 milioni, dimostrando un potenziale principio di crescita esponenziale nel campo. La presenza turca nel continente è inoltre imputabile all’offerta di competenze dirette nella lotta al terrorismo ed ai movimenti estremisti, una forte preoccupazione per i governi di alcuni Stati africani. È da evidenziare, per esempio, l’insediamento dell’esercito turco nella base militare di Camp Turksom a Mogadiscio: inaugurato nel 2017, il campo si è occupato della formazione di circa 15mila militari in servizio in Somalia che da anni fatica a mantenere la stabilità a causa delle violenze jihadiste di al-Shabaab. La partnership tra Turchia e Somalia si è recentemente rafforzata a seguito di un Accordo sulla Difesa siglato tra i due Paesi a febbraio 2024: Ankara fornirà addestramento e attrezzature militari all’esercito somalo in cambio del potere di supervisionare le operazioni di sicurezza marittima e del diritto a ricevere il 30% delle risorse provenienti dallo sfruttamento delle risorse della Zona economica Esclusiva (ZEE) somala. La possibilità di fornire contemporaneamente risorse militari essenziali e conoscenze sul campo è stata più recentemente anche impiegata in Niger, dove Ankara non ha solo provveduto alla vendita dei droni Bayraktar Tb2, ma anche al supporto tecnico degli stessi. 

Il progressivo interessamento di Ankara per il continente africano è stato osservato con sospetto dagli altri attori già coinvolti precedentemente, in primo luogo dalla Cina e dagli Stati europei. Se la rivalità con Pechino è essenzialmente di tipo economico, dati i vasti investimenti cinesi in Africa, la competizione con gli Stati europei deriva maggiormente dall’intervento turco nella sfera d’influenza storicamente europea. A causa del crescente sostegno economico e diplomatico di Ankara, nuove aree di competizione sono state accese: la Turchia ha infatti concentrato la sua retorica sulla diversità della sua presenza in Africa da quella dei maggiori Stati europei, come Francia e Regno Unito. La nazione che “non ha la macchia e la vergogna del colonialismo si propone dunque come un valido partner per un rapporto basato sul rispetto reciproco, oltre che un socio poco intrusivo e che non impone condizioni o pressioni legate al rispetto dei diritti umani o della democrazia. 

La Turchia ha sviluppato una generale strategia di lungo periodo con gli Stati africani che può essere divisa in tre componenti più specifiche: da un’espansione vertiginosa della rete diplomatica turca in tutte le regioni africane, Ankara si è poi impegnata in investimenti economici e commerciali consistenti, per proporsi come un attore affidabile anche nel contesto di difesa e sicurezza. L’impegno turco in Africa non è scontato e rappresenta una dimostrazione inconfutabile dell’ambizione internazionale della Turchia di Erdoğan, che non si è fatta problemi nell’affrontare la sfera di influenza di altre potenze, quali gli Stati europei. La diplomazia pubblica della Turchia si è configurata come un “Ankara consensus”, alternativo al Washington consensus basato sulla crescita economica neoliberale, ma anche al Bejing consensus fondato sulla crescita guidata dallo stato. L’Ankara consensus riscuote un tale successo tra gli Stati africani per la sua capacità di proporsi come un sostegno economico che non rifiuta il capitalismo, a differenza di Pechino, ma che contemporaneamente non pone condizioni per il rispetto della democrazia o dei diritti umani, concetti tipicamente occidentali. La sicurezza maturata da Ankara produrrà sicuramente nuovi fronti di tensione, i cui esiti saranno da tenere monitorati nei prossimi anni. 

Martina Canesi

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