La posizione dell’UE in Medio Oriente: EUAM Iraq

L’UE, attualmente, ha una sola missione attiva in Medio Oriente. Questo dovrebbe far riflettere alla luce al concetto di strategia regionale portato avanti, invece, in Africa, nel Sahel. In un contesto dove le migrazioni e le rivolte civili dei Paesi vicini influenzano l’andamento degli Stati confinanti, è impossibile pensare ad una sola missione in Iraq come satellite della galassia Medio-orientale per una credibile politica estera europea.

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EUAM Iraq (EU Advisory Mission in support of security sector reform in Iraq) è la più recente delle missioni civili dell’Unione. E’ Stata ufficialmente avviata nel novembre 2017 a seguito della richiesta del Governo iracheno per offrire assistenza sull’implementazione degli aspetti civili nell’ambito del “Programma di Riforma del Settore della Sicurezza” nel quale la missione fornisce consulenza a livello strategico presso il Ministero dell’Interno iracheno. Tramite i suoi esperti, cercan di influenzare potenziali riformi per il Paese su temi come i diritti civili, la sicurezza dei confini ed il contrasto al crimine organizzato. Insieme ad altri partner, come la NATO, la missione europea supporta la lotta al terrorismo promuovendo azioni e riforme di legge che vadano ad attaccare non solo fisicamente gli estremisti ma anche il business che li alimenta. Non di meno, è stata di sostegno nell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 fornendo materiali sanitari ed una serie di documenti strategici per affrontare al meglio la pandemia. Lo Stato arabo, scosso già da una grave crisi economica, si è ritrovato impreparato al virus, tra un sistema sanitario molto carente e le dimissioni del premier Mahdi a novembre 2019.

Il peso della missione europea

La missione è stata recentemente rinnovata di un anno con un budget di quasi 80 milioni di euro ed uno staff di centotredici unità, di cui ottanta europee e trentatré irachene, la decisione di prolungarne il mandato è stata presa in piena emergenza Covid-19, con il Consiglio europeo che ha valutato come fondamentale continuare ad offrire sostegno a Baghdad e parallelamente anche alle altre forze internazionali in campo. L’Italia mette a disposizione fino a due delle sue unità per la missione civile e circa 300 mila euro di budget mentre per la missione NATO parallela, NATO Mission In Iraq (NMI), quarantasei dei suoi uomini e 263 milioni di euro. Il fatto che la sola Italia stanzi più di tre volte il budget europeo, per una missione, è emblematico del potenziale di EUAM Iraq, la quale, in proporzione, sembra letteralmente una goccia nel deserto.

A parlarne così è anche il generale Leonardo Tricarico che in una intervista ne parla con questi toni «L’Europa non è riuscita ad esprimere nella difesa e nella sicurezza in politica estera alcuna iniziativa concreta degna di grande significato. Questa missione in Iraq sicuramente si colloca in questo quadro deludente – spiega Tricarico – Nelle intenzioni, è un’iniziativa benemerita, perché in quel Paese sicuramente c’è bisogno di qualunque collaborazione e apporto per edificare una struttura statuale che sia in grado poi di provvedere a sé stessa. Gli obiettivi sono condivisibili, quindi anche la missione lo è, ma ho i miei dubbi che sul terreno riescano a cambiare qualcosa».

I dubbi del generale sono relativi alla forza messa in campo dall’Unione come attore internazionale piuttosto che dai singoli Stati europei. La maggior parte degli operatori sul campo fanno parte di battaglioni multilaterali operanti tramite missioni specifiche di un Paese o per la NATO, per questo motivo, la sicurezza in Iraq è legata maggiormente al coinvolgimento statunitense ed europeo, inteso come atlantico, rispetto che allo sviluppo di una missione il cui budget non incide nelle sorti della nazione.
In Iraq, la questione della sicurezza è da sempre stato un tema centrale, sin dal 2003, ed oggi con l’ISIS dormiente non è opportuno fare passi falsi o innescare altre rivolte popolari. Per questo, l’Iraq ha bisogno di tutto l’appoggio possibile al fine di poter cambiare il suo status e riprendersi da due decenni di continue lacerazioni. In questo quadro, l’UE, come potenza di intermediazione e capace di sviluppare strategie di soft power, ha mobilitato decine di milioni in aiuti umanitari, dimostrandosi solidale con il Paese durante la crisi dei rifugiati provenienti dalla Siria. La missione invece va inquadrata più come supporto alla Nato Mission in Iraq, la quale prevede di fornire addestramento alle forze civili e militari del Paese.

Per come è stata impostata EUAM è difficile che questa svolga un ruolo attivo ora, specialmente con le problematiche portate avanti dal virus e dalla crisi economica. Ad inizio anno abbiamo visto come persino le basi coabitate da americani e personale internazionale, possano essere oggetto di attacchi e questo dovrebbe far pensare al ruolo centrale che hanno questi stabilimenti all’interno del Paese. Tra aeroporti riconvertiti e strutture costruite ex-novo, nel corso degli anni, l’Iraq è stato fortificato attraverso le attività di formazione e monitoraggio di queste basi che formano materialmente un’impalcatura di sostegno alla sicurezza irachena. Nella mappa sottostante sono evidenziati in celeste i principali luoghi delle basi statunitensi ed in giallo quelle coabitate con forze multilaterali, cerchiate in rosso quelle che hanno subito gli attacchi d’inizio anno. Per questioni grafiche sono riportate solo i principali siti dove, come nel caso di Baghdad, sono presenti più basi.

Dati presi dal database militarybases.com e bbc.com, elaborazione personale

L’Unione, come security provider in Iraq, cosa può fare?

Il principio di non duplicazione posto come cardine della cooperazione NATO-EU dal Consiglio europeo di Helsinki del 1999 impedisce all’Unione di formare un’altra missione di addestramento, EUCAP od EUTM, in Iraq e questo limita seriamente le capacità d’azione europea sul territorio. Per questo, gli aiuti economici ed umanitari usati come strumenti di soft power sono stati l’unica arma a disposizione per ritagliarsi un ruolo in Iraq. Come security provider l’Unione potrebbe sfruttare le sue eccellenze nel campo civile per sviluppare piani di cybersicurezza e co-finanziarli, vendere assetti e tecnologie ed offrire pacchetti di riforme nel campo della sicurezza energetica ed alimentare, temi sicuramente centrali ed attuali per la popolazione.


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La posizione dell’Unione in Medio Oriente

Il fatto che l’UE, attualmente, abbia una sola missione attiva in Medio Oriente dovrebbe far riflettere alla luce al concetto di strategia regionale portato avanti, invece, in Africa, nel Sahel. In un contesto dove le migrazioni e le rivolte civili dei Paesi vicini influenzano l’andamento degli Stati confinanti, è impossibile pensare ad una sola missione in Iraq come satellite della galassia Medio-orientale. Il carattere intrinsecamente transazionale del terrorismo e delle sfide della globalizzazione, in generale, dovrebbero portare a quell’approccio globale enunciato sui vari documenti di indirizzo come lo EUGS. La difficoltà europea sta nel trovare una linea comune trai 27 e contemporaneamente non elaborare missioni doppioni di quelle NATO, in questo spazio ristretto si inseriscono anche le dinamiche geopolitiche con la Turchia, membro del trattato atlantico con evidenti interessi nell’area MENA a cui porre l’adeguata attenzione.