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La politica militare italiana dopo la guerra: cosa è cambiato?

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La guerra tra Russia e Ucraina ha reso evidente ai governi europei la necessità di investire nuove risorse per adeguare le proprie forze armate al mutato contesto internazionale. Almeno a parole, l’Italia sembra aver riconosciuto questa esigenza. Di fatto, però, a due anni dall’inizio dell’offensiva russa, la politica militare italiana non sembra essere cambiata così radicalmente.

Sono passati due anni dal giorno in cui le forze armate russe hanno avviato la loro offensiva in Ucraina. L’attacco di Mosca ha colto di sorpresa gli europei. Ben pochi credevano che il governo russo fosse realmente intenzionato a condurre un’operazione militare come quella a cui abbiamo assistito. Anche in Italia, la maggior parte degli analisti e degli opinionisti ritenevano che le minacciose manovre preparatorie della Russia sul confine ucraino non fossero altro che un bluff. Questo nonostante diverse analisi militari, alcune di esse pubblicate anche su questo sito, dimostrassero che in realtà le intenzioni di Mosca erano alquanto serie. Ennesima prova dell’insufficiente importanza riservata dai decisori politici, dagli analisti e dall’accademia alle questioni di carattere militare.  

In Italia, comunque, l’offensiva russa ha avuto l’effetto di una sveglia. Essa ha reso evidente – come se ce ne fosse ancora bisogno – che la guerra non solo non ha affatto abbandonato il nostro pianeta, ma che anzi è molto vicina, dato che si combatte sul nostro continente. Questo, almeno, è ciò che l’élite politica e intellettuale italiana ha cominciato a ripetere a partire dall’inizio dell’offensiva russa. Anche la Difesa italiana ha riconosciuto che la guerra in Ucraina ha cambiato le carte in tavola. Nell’introduzione al Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2023-2025 (DPP), il Ministro Crosetto scriveva che l’attuale contesto internazionale impone oggi all’Italia di tornare a “orientare e preparare il suo strumento militare ad assicurare la difesa dello Stato”. L’Italia, secondo il ministro, “non può più permettersi di impiegare il proprio strumento militare nelle modalità che ha conosciuto negli ultimi trent’anni”, ovvero “prioritariamente nella conduzione di operazioni e missioni per il mantenimento della pace e della stabilità internazionale nonché in operazioni di concorso”. Difesa e deterrenza devono quindi essere i compiti principali dello strumento militare italiano. 

Paradossalmente, quindi, la guerra ha avuto anche un effetto positivo, fornendo all’Italia un’opportunità per colmare finalmente i deficit del proprio strumento militare e ricominciare a costruire delle forze armate in grado di agire con efficacia nei moderni teatri operativi.

Ma l’Italia ha colto questa opportunità? Abbiamo messo in campo le risorse e gli strumenti necessari per iniziare a colmare i deficit del nostro strumento militare? O in realtà la guerra non ha generato alcuna reale conseguenza per la politica militare italiana? A due anni dall’inizio del conflitto russo-ucraino, tentiamo di fornire una prima risposta a queste domande.

La reazione dell’Italia e quella dell’Europa

Cominciamo l’analisi della reazione della politica militare italiana osservando quanto è stato scritto nei documenti strategici. Chiariamo subito che l’Italia non produce alcun documento che fornisca una valutazione complessiva di quella che gli studiosi di sicurezza definiscono grand strategy. A differenza di moltissimi altri Paesi, non pubblichiamo una Strategia di Sicurezza Nazionale. Già di per sé la mancata pubblicazione di questo documento costituisce un mancato sfruttamento dell’opportunità fornita dalla guerra. Al contrario dell’Italia, infatti, entro due anni dall’inizio del conflitto tutte le principali potenze europee hanno elaborato o aggiornata la loro strategia di sicurezza nazionale. La Francia ha pubblicato una nuova Strategia nel novembre del 2022. Il Regno Unito ha pubblicato un aggiornamento della sua Integrated Review of Security, Defence, Development and Foreign Policy nel marzo del 2023. Perfino la Germania, che per anni non aveva mai pubblicato un documento del genere, è riuscita a produrre nel giugno del 2023 la prima Strategia di Sicurezza Nazionale tedesca. In Italia, il Ministro Guerini aveva riconosciuto la necessità di produrre un documento di tale tipo, ma nonostante la guerra il tema non sembra essere più sul tavolo. L’Italia rimane l’unico Paese del G7 a non possedere un documento che indica quali sono le minacce agli interessi dell’Italia e quali le strategie per farvi fronte.

L’Italia, comunque, pubblica diversi documenti che, anche se non costituiscono una strategia di sicurezza nazionale, chiariscono quali sono le priorità delle Forze armate. Il più importante di questi è il DPP. Come già spiegato, il DPP 2023-2025 stabilisce che il focus delle Forze armate italiane deve essere la difesa dello Stato. Una reazione, quindi, almeno a parole, c’è stata. Cerchiamo però di capire in cosa consiste nei fatti.

Cominciamo con il budget. Per valutare la reazione dell’Italia, è utile osservare l’evoluzione del budget in termini relativi. Utilizziamo quindi i dati dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) e osserviamo cosa hanno fatto le principali potenze europee. Secondo il Military Balance 2024, il budget della Francia è passato da 49,7 miliardi di euro del 2021 a 58,8 nel 2024 (+18%), quello della Germania è passato dai 46,9 miliardi del 2021 ai 71 miliardi del 2024 (+51%). Per il Regno Unito non sono disponibili i dati 2024. Osserviamo quindi l’evoluzione del budget nel triennio 2021-2024. In questi anni, il budget è passato da 51,5 miliardi di sterline (circa 60,2 mld di euro) a 58,5 (circa 68,4 mld di euro), un aumento del 13,6%. Veniamo all’Italia. Secondo il Military Balance, il nostro budget della difesa è passato da 28,3 miliardi del 2021 a 30.3 miliardi del 2024 (+7%). Secondo l’IISS, quindi, l’Italia ha sì aumentato il budget della difesa, ma lo ha fatto in maniera decisamente meno consistente delle altre potenze europee. E questo nonostante il nostro bilancio della difesa sia decisamente meno elevato rispetto a quello di Francia, Germania e Regno Unito.

Possiamo quindi fornire una prima valutazione. In termini di spesa militare, la politica militare italiana non è cambiata radicalmente. Rispetto alle altre potenze europee, l’Italia non ha incrementato notevolmente il budget. Non siamo riusciti a cogliere l’opportunità della guerra per aumentare le risorse che dedichiamo alle nostre Forze armate e iniziare a ridurre la gravissima distanza che separa il nostro bilancio da quello dei nostri maggiori alleati europei.

Gli investimenti

Veniamo adesso ad analizzare più specificamente la politica militare italiana. Cominciamo osservando il modo in cui la Difesa spende le sue risorse. Per analizzare il budget, la fonte più autorevole in Italia è Rivista Italiana Difesa (RID). Il quotidiano diretto da Pietro Batacchi è forse meno noto di altri istituti che si occupano di difesa nel nostro Paese, ma le analisi di RID sono senza dubbio quelle più precise e più elaborate. Bisogna notare che i numeri indicati da RID sono diversi da quelli dell’IISS, perché la rivista di Batacchi considera solamente le spese specificatamente dedicate alla difesa, mentre la cifra indicata dall’Italia all’IISS è gonfiata da altri elementi. RID, in particolare, utilizza il dato che l’Italia comunica alla NATO, il cosiddetto ‘bilancio integrato in chiave NATO’. Nel 2024, questo bilancio è pari a 27,5 miliardi di euro, pari a 1,4% del PIL e ben inferiore al dato fornito dall’IISS (30,3 miliardi).

Analizziamo questo bilancio, partendo dalle buone notizie. Il dato positivo è che, a partire dal 2021, la spesa per gli investimenti ha registrato un trend di crescita costante. Nel 2021, questa spesa era pari a 7,4 miliardi di euro (i dati sono consultabili sul fascicolo 02/2022 di RID), mentre la cifra stanziata per il 2024 è pari a circa 9,96 miliardi, una “cifra record” secondo il direttore Batacchi, secondo il quale “se l’Italia vuole avere Forze armate all’avanguardia, capaci di operare al meglio in scenari sempre più convenzionali…la tendenza è quella corretta”. Bisogna però dire che questa crescita è iniziata prima della guerra, perciò non è corretto definirla una reazione al conflitto. In ogni caso, la guerra ha probabilmente agito da ulteriore stimolo a questa tendenza. La reazione, in questo senso, è stata positiva: l’Italia riconosce di dover modernizzare il proprio strumento militare non solo a parole, ma nei fatti, aumentando le risorse per l’acquisto di nuovi mezzi e sistemi d’arma.

Vediamo come vengono spesi questi soldi. Nei programmi della difesa approvati nel DPP 2023-2025, l’accento verso il primo dei compiti delle forze armate di cui parla il Ministro Crosetto nell’introduzione si riflette chiaramente nelle decisioni prese dal Dicastero riguardo i nuovi programmi da finanziare a partire dal 2023. Dei 4.623 milioni di euro messi a disposizione del dicastero per l’avvio di tredici nuovi programmi, più del 90% dei fondi sono dedicati a programmi di modernizzazione della componente corazzata dell’Esercito: si tratta dell’acquisto dei carri MBT Leopard 2 (volume finanziario pari a 2.264 milioni) e del progetto Armored Infrantry Combat System (AICS) per l’acquisizione di un sistema di sistemi per la fanteria pesante dell’Esercito (1.646 milioni). L’Italia sceglie quindi di investire pesantemente nelle forze corazzate. Anche in questo caso, la reazione non è stata solo a parole ma anche nei fatti.

Va detto, tuttavia, che quella di investire nell’acquisto di nuovi mezzi corazzati non era affatto una scelta scontata. Nel Regno Unito, per esempio, c’è stato nel 2021 un ampio dibattito in merito al futuro della componente corazzata. Anche oggi, Londra riconosce che le risorse sono scarse e sta cercando di capire se vale la pena specializzarsi in determinati settori oppure cercare di riuscire a esprimere un maggior numero di capacità militari. In questo senso, ciò che stupisce in Italia non è tanto la scelta di acquistare nuovi corazzati. Questa può essere o meno una scelta ragionevole a seconda del tipo di impiego che l’Italia immagina per l’Esercito nei prossimi quarant’anni. Ciò che stupisce in Italia è stata proprio l’assenza di un dibattito strutturato in merito a ciò che le nostre Forze armate debbano fare nel futuro. Non abbiamo discusso a sufficienza di ciò che realisticamente vogliamo dalle nostre forze armate per i prossimi quarant’anni, né sappiamo con chiarezza dove intendiamo usarle e come. Il fatto che le nostre risorse siano limitate dovrebbe invitarci a ragionare in maniera molto approfondita prima di impegnare il nostro Paese in un investimento di questo tipo. Un investimento che non solo costerà moltissimo, ma che influenzerà la politica militare italiana per decenni. Già non disponiamo di un documento che indichi con chiarezza quali sono le sfide alla nostra sicurezza nazionale e i modi in cui vogliamo affrontarle; se poi prendiamo scelte così importanti senza nemmeno avviare prima un dibattito che coinvolga, oltre alle Forze armate e l’industria militare, anche l’accademia e i centri di ricerca, il rischio è che le scelte che effettuiamo in materia di politica militare si rivelino inefficaci nel lungo termine. Bisognerebbe stimolare l’università e i centri di ricerca ad occuparsi con più interesse alla politica militare: non si può continuare a prendere scelte così importanti in Italia senza un importante apparato intellettuale che ne dibatta, in questo modo esercitando una importante forma di controllo dell’esecutivo e del complesso militare-industriale. È un vulnus grave per la nostra democrazia e un rischio per la sicurezza nazionale.

Tutto sommato, quindi, benché sia una buona notizia che l’Italia abbia preso una decisione così importante come quella di investire nuovamente nella componente corazzata, la cattiva notizia è che questa decisione è stata presa senza che venisse prima avviato un dibattito volto a definire con chiarezza l’impiego che realisticamente vogliamo fare delle nostre forze armate nei prossimi quarant’anni.

La spesa per il personale e per l’esercizio

Veniamo alle note dolenti del budget. Queste riguardano, come al solito, gli altri due settori di spesa: personale ed esercizio. Nel 2024, secondo RID, le spese per il personale della Difesa sono pari a 11-11,3 miliardi, contro i circa 10,5 miliardi del 2021. Questi sono i soldi messi a disposizione dalla difesa. Per verifica la cifra totale messa a disposizione per il personale occorre però considerare anche l’ausiliaria, le pensioni e le indennità del personale in operazione all’estero. Difficile fare un calcolo esatto di queste cifre. Il dato del budget comunicato alla NATO indica che, in termini percentuali, l’Italia, nel 2023, ha speso il 60,7% del budget per spese relative al personale. Troppo, se paragonato con gli altri Paesi europei: Germania 36,6%, Francia 40,1%, Regno Unito 30,6%.

Qual è l’andamento delle spese per il personale? La risposta in questo caso non è semplice. Secondo il direttore di RID, queste sono “sostanzialmente in linea con lo scorso anno (il 2023)”, ma a giudicare dai dati presentati dall’Italia alla NATO, sembra che queste spese stiano in realtà diminuendo, dato che nel 2021 Italia spendeva per il personale il 63% del budget. Insomma, non è chiaro qual è il vero trend. Resta il fatto, tuttavia, che la spesa per il personale in Italia rimane eccessivamente alta, e che, tutto sommato, dal 2021 a oggi, l’Italia ha fatto poco per ridurre questo squilibrio.

Veniamo alla seconda nota dolente, l’esercizio. Secondo RID, nel 2024 l’Italia mette a disposizione 1,5-1,8 miliardi per addestrare le proprie unità e per garantire l’operatività del proprio strumento militare. Il dato, purtroppo, è in calo. Come fanno notare alcuni analisti, nel 2021 le spese per l’esercizio erano pari a 2,2 miliardi di euro. C’è quindi una drastica diminuzione, registrata anche da RID, secondo il quale rispetto al 2023 c’è un calo di circa 1 miliardo di euro. Per il direttore Pietro Batacchi siamo in una vera e propria “emergenza”, soprattutto “se lo si legge (il dato) nell’ottica delle lezioni che giungono dal teatro di guerra ucraino e che dimostrano come scorte, addestramento ed efficienza dei mezzi siano priorità per delle Forze armate che vogliono operare al meglio in scenari altamente contestati di tipo near peer o peer”.

Dopo la guerra, quindi, le nostre Forze armate sono ancora afflitte da un grave sbilancio della spesa a favore del personale e a scapito dell’addestramento. È vero, questo sbilanciamento si risolve nel lungo termine, non ci si può aspettare che la difesa lo risolva in due anni. Ma è anche vero che di iniziative concrete messe in campo per sistemare questo sbilanciamento se ne sono viste poche. Anzi, le spese per il personale, come fa notare RID, verosimilmente aumenteranno, con l’arruolamento di 10.000 nuove unità previsto nella prossima revisione dello strumento militare. Quelle per l’addestramento, come si è visto, diminuiscono, invece di aumentare. Insomma, l’analisi della spesa per il personale e per l’esercizio rivela che l’Italia, di fatto, non è riuscita a cogliere l’opportunità fornita dalla guerra per riequilibrare lo sbilanciamento della spesa militare, specialmente nel settore esercizio.

Il reclutamento e l’impiego delle forze

Analizziamo due altri importanti elementi della politica militare: reclutamento e impiego delle forze. Partiamo dal primo. Qual’ è stata la reazione degli italiani? Le forze armate hanno perso o guadagnato attrattività dopo la guerra? Premetto che non è alquanto facile rispondere a questo quesito perché il numero di domande presentate ai vari concorsi dipende da numerosi fattori, perciò stabilire se la crescita o la riduzione delle domande sia determinata dal conflitto in Ucraina non è affatto facile. È utile però presentare i dati per farsi un’idea generale.

In generale, la difesa registra un calo delle domande. A livello complessivo, considerando cioè i numeri della Marina, dell’Esercito e dell’Aeronautica, i dati sono disponibili solo per il biennio 2021-2022. In questi due anni, il numero delle domande per accedere alla categoria dei VFP1 (grado più basso) è calato, passando da 68.678 del 2021 a 56.941 del 2022 (-17.08%). I dati complessivi per il 2023 ancora non sono disponibili. Lo sono però quelli dell’Esercito, che dal 2021 al 2023 registra anch’esso un calo della domanda sia dei VFP1 (da 46.166 a 39.300, pari al – 14,8%) che degli allievi marescialli (da 13.179 a 1.624, pari a -87,7%, dato assolutamente sorprendente e difficile da spiegare) e degli allievi ufficiali (da 8.720 a 4.626, pari a -47%). Ancora una volta, difficile stabilire la ragione. Notiamo però che c’è un calo. Anche se non è possibile concludere che, dopo la guerra, l’attrattività delle forze armate sia calata, certamente non è aumentata.  

Terminiamo con un ultimo aspetto, quello relativo all’impiego delle forze. A giudicare da come impiega le proprie forze armate, l’Italia sembra veramente decisa a modernizzare le proprie forze per renderle capaci di agire in contesti simili a quelli che osserviamo in Ucraina? Ritengo che in questo caso sia possibile avanzare una valutazione molto più severa rispetto a quelle proposte fino ad ora. Prima però di procedere con la valutazione, è importante spiegare che da quasi dieci anni il principale impiego della forza terrestre italiana, l’Esercito, è incredibilmente divenuto quello di supportare le forze di polizia all’interno del territorio nazionale. Lo conferma anche l’Esercito stesso, che nella pagina internet dedicata all’operazione scrive che ‘Strade Sicure’ – questo il nome dell’operazione condotta dall’Esercito – “è, a tutt’oggi, l’impegno più oneroso della Forza Armata in termini di uomini, mezzi e materiali”. Ebbene, questa operazione, come evidenziato da decenni di ricerca scientifica sul tema e come riconosciuto perfino da numerosi rappresentanti delle Forze armate e importanti capi della polizia, in realtà presenta notevoli problemi per lo strumento militare. Sebbene venga presentato come un grande successo, l’impiego dei militari in Strade Sicure non solamente sottrae quotidianamente all’addestramento migliaia di professionisti, costretti a trascorrere ore in piedi davanti al Colosseo o alla stazione Termini invece che mettere in pratica le proprie competenze professionali, ma contribuisce a svilire la professionalità dei nostri militari e ad abbatterne il morale e la motivazione. Sorprendentemente, mentre tutta l’Europa riconosce che occorre ricostituire apparati militari in grado di condurre operazioni di combattimento ad alta intensità, l’Italia non solo continua a impiegare migliaia di uomini nell’operazione Strade Sicure (nel 2024 saranno circa 7.000), peraltro in compiti sempre più bizzarri, ma anzi aumenta il numero di soldati che vi partecipano. Se fossimo veramente intenzionati a costruire forze pronte al combattimento, chiuderemmo immediatamente l’operazione.

Tutto sommato, quindi, i cambiamenti della politica militare italiana dopo la guerra sembrano modesti. Rispetto alle altre potenze europee, l’Italia non è riuscita ad aumentare il budget della difesa in maniera sostanziale. Abbiamo preso scelte importanti in materia di procurement, ma lo abbiamo fatto alla cieca, senza avviare un dibattito in merito al futuro del nostro strumento militare; questo anche perché l’Italia non è in grado di definire i propri interessi nazionali e le minacce che li insidiano. Nonostante la guerra, infatti, l’Italia non è riuscita a produrre una Strategia di Sicurezza Nazionale italiana. Un dato positivo è che abbiamo aumentato la spesa per gli investimenti, ma allo stesso tempo abbiamo tagliato la spesa per l’addestramento e la manutenzione, due elementi fondamentali per garantire la prontezza delle unità. I dati sul reclutamento sono difficili da leggere, ma apparentemente sembrano mostrare che le forze armate perdono di attrattività. L’Italia, poi, continua a impiegare migliaia di militari in funzioni di polizia, un’attività che impedisce ai nostri soldati di addestrarsi per il combattimento. La guerra alle porte dell’Europa è un fenomeno tragico, ma è anche un’opportunità, perché ci invita a ragionare sulle nostre debolezze e a correre ai ripari. L’Italia fino ad ora non ha saputo cogliere questa opportunità in maniera abbastanza decisa. Per colmare i deficit del nostro strumento militare, occorrono più determinazione e maggiori risorse.

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