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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa politica israeliana degli insediamenti in Cisgiordania

La politica israeliana degli insediamenti in Cisgiordania

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La cosiddetta Two-state solution del conflitto israelo-palestinese ha una lunga storia: iniziata ai tempi del mandato britannico sulla Palestina storica con la risoluzione proposta dalla Commissione Peel nel 1937, passata poi per la risoluzione dell’Assemblea generale ONU 181 del 1947 e i successivi tentativi di accordo, è tuttavia giunta disattesa fino ai nostri giorni. Tra le diverse difficoltà che l’attuazione di tale soluzione ha incontrato e incontra tuttora, risultano particolarmente problematiche la determinazione di confini netti e la separazione degli ipotetici territori nazionali. Il presente articolo intende brevemente ricostruire ed evidenziare il ruolo che in questo contesto hanno gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Cenni storici sugli insediamenti israeliani

Gli insediamenti israeliani sono comunità civili abitate da cittadini israeliani, quasi esclusivamente di etnia ebraica, costruite in violazione del Diritto internazionale su terre occupate militarmente da Israele a partire dalla Guerra dei Sei giorni del 1967. Tali insediamenti contravverrebbero infatti l’art. 49 comma 6 della IV Convenzione di Ginevra, il quale stabilisce che “la Potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”, a cui si richiama la Risoluzione UNSC 446 del 1979 per affermarne esplicitamente l’illegalità. Per parte loro, gli israeliani giustificano gli insediamenti affermando, tra le altre, la tesi per cui Israele non sarebbe da considerarsi “potenza occupante”, e quindi non sarebbe soggetta alla suddetta IV Convenzione di Ginevra, dal momento che i territori sarebbero da considerarsi contesi e non facenti parte di alcuno stato sovrano.

Gli israeliani in Cisgiordania vivono in comunità separate dai circa tre milioni di palestinesi che abitano nell’area e collegate tra loro tramite le cosiddette Bypass Road. Queste ultime, a volte costruite a detrimento dei terreni coltivati dai palestinesi, dividono la Cisgiordania in cantoni isolati e sono per la maggior parte interdette ai palestinesi stessi.  

Ad occuparsi dell’amministrazione dei territori palestinesi occupati è il COGAT (Unit for the Coordination of Government Activities in the Territories), le cui attività includono la promozione di progetti umanitari, educativi e di sviluppo dell’economia palestinese, nonché il miglioramento delle infrastrutture nei territori. Questa struttura è, almeno ufficialmente, un dipartimento interno al Ministero della Difesa israeliano e pertanto esercita un controllo di tipo civile-militare.
Tale controllo, come riportano diverse agenzie per i diritti umani, tra cui Amnesty International, incide in maniera decisiva su ogni aspetto della vita quotidiana nei Territori palestinesi occupati. Nell’ultimo mezzo secolo Israele avrebbe demolito migliaia di abitazioni palestinesi allo scopo di costruire nuove abitazioni e avrebbe dirottato risorse naturali palestinesi come l’acqua a beneficio degli insediamenti, assumendo una condotta definita dai palestinesi come una politica coloniale. I territori nei quali i coloni iniziarono a stabilirsi furono scelti con attenzione e volti al controllo delle principali risorse idriche e delle zone fertili, in modo da lasciare alla popolazione araba, che costituiva l’ampia maggioranza della popolazione locale, solo le terre più aride e povere.

La formazione di insediamenti nei territori occupati da Israele è iniziata dopo la conquista della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e Gaza (Territori palestinesi occupati), del Sinai e delle alture del Golan e da allora è continuata ininterrottamente – tranne che nel Sinai, restituito all’Egitto nel 1982, e a Gaza, evacuata unilateralmente da Israele nel 2005. Nei decenni, l’entità degli insediamenti israeliani è cresciuta a dismisura. 

Con la guerra dei Sei Giorni, Israele si ritrovò nel giro di una settimana a controllare un territorio grande più del doppio di quello amministrato fino a quel momento. La politica del Partito Laburista Israeliano, al governo in quel periodo, rispetto ai territori occupati militarmente si può riassumere nella formula “pace in cambio di terra”; di diverso avviso era invece la destra nazionalista. 

Nel 1977 il destino della Cisgiordania mutò ancora una volta in seguito al primo storico insediamento al governo israeliano di un partito di destra, il Likud di Menachem Begin. Il Likud aveva rapporti di vicinanza con il Gush Emunim, il «Blocco dei fedeli» che aveva tra le sue principali rivendicazioni quella di «ebraicizzare» le terre acquisite nel 1967 impiantandovi degli insediamenti destinati a durare nel tempo, in linea con la convinzione che a Israele spettasse l’annessione delle terre sacre della Cisgiordania secondo la legge biblica. Nei due anni successivi alla formazione del governo di destra, il numero di israeliani in Cisgiordania raddoppiò, passando dai circa 5mila abitanti (presenti in 89 insediamenti, molti dei quali a carattere provvisorio) agli oltre 10mila. Da quell’anno fino al 1985, il tasso di crescita della popolazione israeliana nella Cisgiordania si aggirò attorno al 25% annuo. Nel 1987 si contavano ben 120 insediamenti in Cisgiordania, con oltre 70mila residenti; alla vigilia degli accordi di Oslo, nel 1993, il numero era salito a 136.500.

Oggi in Cisgiordania risiedono più di 630.000 cittadini israeliani su una popolazione totale stimata di circa 2.949.246 abitanti. Di questi israeliani, circa 215.000 vivono nelle parti della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusalemme, e 418.600 vivono in tutto il resto della Cisgiordania.

Questa espansione della popolazione, sostenuta dall’intento dei civili israeliani di ebraicizzare le terre sacre, è stata promossa per mezzo di cospicui incentivi economici garantiti dai governi guidati dal Likud. Fra questi, ad esempio, importanti agevolazioni fiscali e investimenti in servizi per gli israeliani residenti negli insediamenti. Peace Now stima che gli insediamenti costino allo Stato d’Israele circa 2,5 miliardi di shekel (circa 473 milioni di euro) l’anno.

Cisgiordania, un territorio frammentato 

L’esistenza degli insediamenti israeliani ha avuto come conseguenza una radicale frammentazione dell’unità territoriale della Cisgiordania. Attualmente, gli insediamenti coprono quasi il 10% della Cisgiordania. 

Tale frammentazione è stata ulteriormente accentuata dalle previsioni degli accordi di Oslo, che furono un importante tentativo di iniziare un processo di pace. Le trattative tra il governo israeliano di Rabin e l’OLP di Arafat per un primo accordo si conclusero il 13 settembre 1993, con la firma a Washington della “Dichiarazione dei principi riguardanti progetti di autogoverno ad interim”. In questa veniva stabilito che Israele si sarebbe dovuta impegnare a ritirare le proprie milizie da ampi settori della striscia di Gaza e da alcune parti della Cisgiordania, nonché a riconoscere il diritto della popolazione locale ad autogovernarsi in tali aree attraverso l’istituzione di una Autorità nazionale palestinese. Il governo ad interim che ne sarebbe derivato avrebbe dovuto negoziare nel corso di cinque anni lo status definitivo di tutti i territori palestinesi; questo però non avvenne mai.

Infatti nel 1995, con i cosiddetti accordi di Oslo II, la Cisgiordania veniva provvisoriamente divisa in tre zone, che sussistono ancora oggi, in base a criteri demografici e politici. La zona A passava sotto il controllo dell’Autorità palestinese; la zona B veniva suddivisa tra il controllo civile palestinese e il controllo israeliano della sicurezza.

La zona C, invece, prevedeva il pieno controllo israeliano, eccetto che sui civili palestinesi. Quest’ultima area comprendeva gli insediamenti israeliani e i territori senza una significativa popolazione palestinese. Le Aree A e B sono zone non contigue, ma rappresentano 165 “isolotti” sparsi per la Cisgiordania, circondati dall’area C a controllo israeliano che rappresenta, da sola, già il 58% di tutto il territorio della West Bank. Quest’ultima area, invece, è un territorio contiguo – non presenta quindi interruzioni, è interamente percorribile senza dover necessariamente passare per aree a controllo palestinese. È interessante notare che qualsiasi nuova costruzione nell’Area C richiede l’approvazione israeliana. Molte costruzioni palestinesi vengono proibite o fortemente rallentate da Israele, anche se la costruzione è destinata a servire i palestinesi che vivono nell’area A o B. Questo rende molto difficile la costruzione in Cisgiordania di un efficiente sistema di infrastrutture comune a tutti i cittadini.

Inoltre, dal 1997, tutte le aree sotto la giurisdizione degli insediamenti – circa 54.000 ettari, pari a un decimo del territorio cisgiordano – per ragioni di sicurezza sono dichiarate zone militarmente chiuse ai palestinesi. Nel tempo la porzione di territorio interdetta ai palestinesi mediante la dichiarazione di “zone militari chiuse” è salita fino agli attuali 176.500 ettari, quasi un terzo della zona. I consigli regionali degli insediamenti israeliani controllano anche vaste aree limitrofe, per un totale di più di altri 165.037 ettari. Questo porta l’area totale sotto il controllo diretto degli insediamenti al 40% della Cisgiordania e al 63% dell’Area C.

L’uso degli insediamenti come “politica del fatto compiuto” è divenuto evidente con la costruzione a partire dal giugno 2002 del muro di separazione tra il territorio d’Israele e quello cisgiordano. La lunghezza di tale barriera è di 712 chilometri, più del doppio della lunghezza del confine tra i due territori. Circa l’85% del percorso tortuoso della barriera si trova infatti in Cisgiordania, oltre i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, mentre solo il 15% coincide con il tracciato della Linea Verde, ovvero il confine sancito tra Israele e Cisgiordania a seguito della guerra del 1948 e dell’armistizio di Rodi. La posizione degli insediamenti è stata un fattore chiave nel determinare il percorso del muro, ponendo così le basi per l’annessione de facto di 81 insediamenti e molta terra per la loro futura espansione. In questo modo, Israele ha frammentato isolati urbani e rurali palestinesi contigui, ha reciso legami intercomunitari che erano stati costruiti per generazioni e ha riconfigurato lo spazio palestinese in un colpo solo.

La svolta degli USA

Nel corso degli anni la politica espansionista israeliana ha ricevuto diverse condanne a livello internazionale, fino agli sviluppi dei nostri giorni. 

Il 23 dicembre 2016, la Risoluzione UNSC 2334 (che ribadiva come “la creazione da parte di Israele di insediamenti nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non abbia alcuna base giuridica ed è una flagrante violazione del diritto internazionale e un grande ostacolo alla realizzazione della soluzione dei due Stati e al raggiungimento di una pace globale, giusta e duratura”) è passata in sede di votazione con l’astensione degli USA, rappresentando un importante lascito della presidenza Obama. Tuttavia, il governo Trump ha invertito la politica dell’amministrazione precedente definendo, per la prima volta nella storia in maniera così esplicita, gli insediamenti come “non incompatibili con il Diritto Internazionale”, riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele e trasferendovi l’ambasciata statunitense. Nel 2020 la stessa amministrazione Trump ha inoltre modificato il regolamento per l’etichettatura delle merci provenienti dall’area C della Cisgiordania, che da allora devono essere contrassegnate come Made in Israel quando esportate verso gli USA. Infine, ha stipulato con Israele un nuovo Scientific and Technological Cooperation Agreement (STA), rimuovendo le restrizioni geografiche previste dai tre accordi in materia di cooperazione scientifica risalenti agli anni ’70 – noti come BIRD, BSF e BARD -, i quali affermavano che “i progetti di cooperazione sponsorizzati non possono essere condotti in aree geografiche che sono passate sotto l’amministrazione del governo di Israele dopo il 5 giugno 1967”. In questo modo, l’amministrazione ha reso quindi possibile la cooperazione scientifica con gli istituti israeliani presenti negli insediamenti, nonché la sovvenzione da parte degli USA degli stessi. 

Rispetto a queste mosse, l’amministrazione Biden non ha apportato, almeno per il momento, alcun correttivo. 

Conclusione

“We still need a two-state solution. It is the only answer. The only answer.” ha dichiarato il presidente Biden, nel corso di una conferenza alla Casa Bianca, in merito ai recenti scontri tra Israele e Hamas e alla loro possibile risoluzione, testimoniando come una simile posizione sia tutt’oggi la principale sul tavolo. Tuttavia, dato ormai il profondo radicamento di civili israeliani in territorio che dovrebbe essere palestinese, questa prospettiva appare sempre meno realistica. Uno Stato necessita di un territorio e ad oggi non risulta chiaro come un territorio palestinese possa essere individuato nel contesto della frammentazione imposta da Israele.

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