La passività dell’Asia Centrale tra speranze e minacce della BRI

L’isolazionismo economico di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan è storia recente. Fu la posizione geografica di queste terre a permettere alla dinastia Han di realizzare una delle prime traversate economiche. In questo secolo, la portata della nuova “Silk Road” torna a risuonare nel dibattito circa uno spazio critico dove la BRI ha la capacità di difendere gli interessi di una grande potenza che aspira a rinnovare l’ordine internazionale, alle prese con una miopia sistemica.

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La nuova via tra scelte non originali e nuovi vantaggi

La visione espressa dalla BRI si incentra sulla sostenibilità e la stabilità della geoeconomia cinese in tutti i suoi campi di azione, a tal punto che, in seguito all’annuncio da parte di Xi Jinping, nel 2013, della One Belt One Road Initiative, è stata annoverata nella Costituzione del PCC come elemento programmatico in virtù di “una crescita condivisa attraverso il dialogo e la collaborazione”. Essa interessa 68 paesi, richiede circa 8 trilioni di dollari di investimenti lungo sei corridoi di connessione con l’Europa, dei quali quello centroasiatico risulta geograficamente e strategicamente essenziale. La promessa è quella di un eccezionale sviluppo di tecnologie avanzate da impiegare nel campo della sicurezza militare, energetica ed economica e di sistemi di trasporto stradali, ferroviari e marittimi nonché di un progresso digitale senza alternative.

Niente di nuovo sul fronte orientale: la già consolidata cavalcata cinese ha sedimentato l’opposizione dell’iImpero statunitense, che, tuttavia, sembra convincere l’Europa. Gli snodi più redditizi, tuttavia, si sviluppano nel contesto macro-geografico del Pacifico, del Medio Oriente e dell’Asia Centrale. Qui la Cina ha inaugurato il suo impero con l’approvazione dei vari leader centroasiatici ad inizio secolo: nel 2005 ha costruito il primo oleodotto non russo in Kazakistan (tra i primi 10 paesi al mondo per quantità di greggio, e di cui la Cina ne controlla il 25%) e ha sbloccato di anno in anno interventi in Turkmenistan a favore dell’importazione di gas, mentre il condotto Cina-Asia Centrale è stato recentemente esteso a Kirghizistan e Tagikistan, prezioso per i suoi metalli rari. La convergenza di interessi economici e strategici tra questi paesi e la Cina ha favorito il disegno della Belt and Road Initiative estendendo il piano prospettico anche in Russia. Gli sforzi, però, ambiscono anche a rafforzare la sicurezza dello Xinjiang, consolidare una differenziazione delle proprie entrate energetiche via terra (data l’esponenziale aumento del fabbisogno in previsione e l’insicurezza a cui espone il passaggio attraverso lo stretto di Malacca), nonché consolidare alleanze politiche nella regione.

Il potenziamento dei legami infrastrutturali, finanziari e commerciali delle cinque repubbliche con Pechino dovrebbe preoccupare Mosca per due ragioni principali. In primo luogo, la sua credibilità subisce un ulteriore affronto legato alle promesse non mantenute di risuscitare le economie dell’Asia Centrale anche grazie al ruolo di guida della Unione Economica Euroasiatica (che non comprende il Turkmenistan), già indebolita. Inoltre, i legami indiretti e diretti con le risorse energetiche, demografiche ed umane dei cinque stati centroasiatici favorirebbero l’economia, le potenzialità strategiche e la sicurezza dei confini della grande madre russa, nonché l’eterogeneo interventismo putiniano.

Vantaggi da implementare e rischi da temere

Al 2018 l’Asia Centrale ha ricevuto $96,6 miliardi per 148 progetti sul totale di 570. Il Kazakistan, che riceve investimenti esteri smisurati rispetto ai paesi vicini già da un decennio, rafforza ora la partnership con Pechino grazie alla credibilità del settore energetico, chimico e dei trasporti. Tuttavia, l’ammontare degli investimenti tra 2015 e 2018 si è dimezzato rispetto al quadriennio precedente. Diversamente, il sostegno cinese, e non solo, al piano governativo di sviluppo di fonti rinnovabili, in atto già dai primi anni del secolo, sembra essere più stabile. In Kirghizistan sono in fase di realizzazione progetti incentrati sulla costruzione di centrali idroelettriche, una rete ferroviaria in connessione con l’Uzbekistan che porti all’accesso ed al potenziamento di vari giacimenti di entrambi i paesi, una nuova autostrada e un grande complesso di condotti energetici. Il Turkmenistan è la meta di un gasdotto lungo 3666 chilometri grazie al quale la Cina importa quasi l’80% del suo gas naturale. Ciononostante, la meta commerciale prediletta da Pechino è l’Europa e le infrastrutture centroasiatiche ne sono il collegamento nevralgico, grazie anche alla nuova Zona economica speciale di Horgos, piccola città di frontiera ai confini tra Xinjiang e Kazakhstan, ma che vive uno sviluppo esplosivo e risulta un fondamentale snodo logistico e dei trasporti. Anche il Tajikistan ha ricevuto l’attenzione della Asian Infrastructure and Investment bank (AIIB) per il progetto di recupero e ammodernamento della centrale idroelettrica e della diga di Nurek.

La presa sulle risorse energetiche delle repubbliche, potenzialmente in grado di espandere la loro economia e la loro capacità finanziaria, risulta indispensabile per incentivare lo sviluppo economico locale. La Banca Mondiale ha calcolato che la rete di trasporti in questione potrebbe generare un aumento dei flussi di IDE complessivi con conseguenze speranzose sulla crescita del Pil, grazie ad un aumento della connettività e della competitività e dunque una riduzione dei costi dei trasporti e incremento dell’occupazione, soprattutto nei Paesi a reddito più basso. Risultati, questi, che Pechino assicura essere imminenti grazie alla credibilità conquistata con interventi volti alla reciprocità tanto remoti quanto di successo.

L’ottimismo delle prospettive cinesi, però, vacilla delle problematicità imminenti. Tutti i paesi interessati dalla megalitica impresa registrano un aumento dell’import dalla Cina ed altri, tra cui il Kazakhstan, hanno diminuito l’export verso il dragone. Nell’Asia Centrale la maggior parte delle merci vendute proviene da est e si tratta di beni di largo consumo piuttosto che di materie prime, il che suona allarmante per le ipotesi di coerenza con gli obiettivi di crescita e cooperazione e con le speranze programmatiche di sviluppo delle economie locali. Il pericolo è anche quello di accrescere la dipendenza del rapporto debito-PIL con la Cina. È il caso del vulnerabile Kirghizistan, in cui solo la banca cinese Exxim detiene il 40% del debito (per il 90% detenuto all’estero) e Tagikistan, l’economia più povera dell’area ed il cui debito è detenuto per circa l’80% dalla Repubblica Popolare. Anche il più florido e mirato Kazakistan ha una dipendenza finanziaria da Pechino non indifferente, anche se non sembra crescere.

Nel paese, però, le paure della dipendenza cinese sono legate a fattori più generali ma anche più incisivi nell’opinione pubblica, tanto da portare a paure e proteste. Più recentemente, nel 2019, sono scoppiate nel sudest, dove la presenza di lavoratori cinesi è più massiccia e dove i manifestanti hanno lamentato il progetto di trasferire aziende manifatturiere nell’area in cambio di progresso tecnologico e occupazione (improbabile vista la predilezione per una strategia di acquisizione di quote delle aziende kazake). Intuibilmente, altri aspetti si sono intrecciati con il risentimento delle fasce più povere: la disoccupazione ininterrotta nonostante le promesse governative, le repressioni cinesi dell’etnia uigura e la diffidenza verso le popolazioni musulmane, l’inquinamento ambientale dovuto alla catena produttiva di matrice cinese e la corruzione manifesta di funzionari locali legati alle iniziative cinesi. Parte della popolazione Kirghiza, similmente, ha manifestato per bloccare un interporto essenziale della Via della Seta ma che nell’immaginario locale era uno strumento per la sottrazione della loro terra e sostituirla con centri di logistica e commercio i cui posti di lavoro sarebbero stati occupati da immigrati cinesi.


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Probabilmente, solo un più ampio programma di inclusione sociale garantirebbe validità al vasto progetto che rischia di minacciare la crescita nel suo significato più complesso: i paesi centroasiatici potrebbero non beneficiare a pieno delle infrastrutture in programma in quanto disallineate rispetto agli investimenti sociali ed al controllo sulle spese come garanzie di stabilità socioeconomica e politica. Rimane aperta una duplice prospettiva di intervento che dovrà districarsi, in base alle pressioni tanto dei governi euroasiatici quanto alla disponibilità di Pechino, tra la decantata etica del nuovo sistema cinese ed il prevedibile atavico sfruttamento di un’area tanto impassibile quanto poderosa.

Celeste Luciano
Geopolitica.info