La partita delle elezioni è ancora tutta da giocare

Non è un mistero che la popolarità di Donald Trump sia notevolmente diminuita in questi mesi, complice la sua gestione della pandemia di Covid-19 e lo scoppio delle proteste da parte del movimento Black Lives Matter a seguito dell’uccisione di George Floyd. Mentre in gran parte del mondo la popolarità dei leader democratici beneficiava di quel fenomeno chiamato “rally ‘round the flag”, gli Stati Uniti preferivano l’immunologo Anthony Fauci al loro presidente, e per il suo rivale Joe Biden la vittoria alle elezioni sembrava sempre più vicina. Tuttavia, il presidente può ancora contare sul sostanzioso appoggio dei suoi sostenitori, la cui fiducia in lui sembra essersi ancora più rafforzata. Questa fedeltà basterà per riconfermarlo a novembre, portandolo ad una vittoria inaspettata come nel 2016? Oppure proprio coloro che hanno scommesso su di lui quattro anni fa in molti swing states torneranno sui propri passi?

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Per trovare una risposta a queste domande occorre brevemente ricordare gli eventi degli ultimi mesi.

Un nemico inatteso: il Covid-19

Nonostante il sito ufficiale del governo statunitense riporti le misure che il presidente ha attuato per contenere la diffusione del virus, senza tralasciare l’immancabile attacco ai media e al Partito Democratico, è innegabile che Trump abbia sottovalutato in tutte le sue pubbliche dichiarazioni la criticità del Covid-19, anche quando i contagi stavano drammaticamente risalendo. Gli oppositori dell’Amministrazione repubblicana hanno interpretato questo comportamento come un completo distaccamento dalla realtà da parte del tycoon, mentre i suoi sostenitori come la prova che il virus non esista e che sia tutto un piano escogitato dalle lobby democratiche per intralciare l’operato del governo.

Tuttavia, in questi giorni, si è arrivati alla conclusione che nessuna delle due parti aveva ragione. Il 10 settembre la CNN ha pubblicato un’intervista finora inedita, avvenuta a marzo, fra il giornalista Bob Woodward e il presidente, quando gli USA registravano in totale appena 15.000 casi di Covid-19. Nell’audio, Trump ammette di essere a conoscenza della pericolosità del virus, a causa del quale “anche molti giovani moriranno”, ma anche della sua volontà di “sminuire la cosa”. Questa rivelazione ha chiaramente suscitato indignazione in una parte della popolazione americana, già convinta che il tycoon stesse facendo un pessimo lavoro in termini di gestione della pandemia, ma ciò non ha scatenato la stessa rabbia fra molti suoi sostenitori, convinti che sia compito di un leader far mantenere la calma alla popolazione.

Le proteste dopo la morte di George Floyd

Le proteste del movimento Black Lives Matter, scaturite dall’uccisione di George Floyd per mano di alcuni poliziotti lo scorso 25 maggio a Minneapolis, si sono protratte per tutta l’estate in alcune città del paese, fino agli ultimi scontri avvenuti a Kenosha dopo che, il 23 agosto, un agente aveva sparato sette colpi alla schiena di Jacob Blake. La risposta del Presidente Trump è stata, come per il Covid-19, molto dibattuta. Nello stesso tweet, ha definito i manifestanti “thugs” e ha dichiarato che “quando inizia il saccheggio, si inizia a sparare”; ha descritto il BLM movement come un “simbolo di odio”. Amnesty International ha dichiarato che la violenza usata dalla polizia per sedare le proteste ha rappresentato una violazione dei diritti umani. Riguardo agli ultimi avvenimenti di Kenosha, quando gli è stato chiesto di commentare l’uccisione di due manifestati da parte del diciassettenne Kyle Rittenhouse, Trump ha affermato che il ragazzo aveva agito per legittima difesa.

Anche le proteste non hanno però sortito molto effetto sullo spettro politico del paese, nonostante i due candidati alla presidenza ne abbiano ampiamente discusso: i sostenitori di Trump hanno criticato aspramente i manifestanti per i saccheggi e le rivolte e i Democratici hanno, seppur in vari gradi, dato il loro appoggio al movimento. Ciononostante, secondo il Pew Research Center, il razzismo e la violenza scaturita dalle proteste non sono considerate dai cittadini tra i problemi principali del paese nel 2020; in cima alla lista troviamo infatti l’economia.

L’attuale crisi sanitaria ha chiaramente dato un duro colpo all’economia statunitense, provocando una recessione che alcuni preannunciano sarà più grave di quella del 2008, con la perdita di milioni di posti di lavoro e altrettante persone a rischio sfratto perché impossibilitate a pagare l’affitto. Detto ciò, Trump è ancora considerato il candidato che meglio riuscirebbe a gestire la crisi economica, e questa opinione è ben presente anche negli swing states, stati in cui – secondo una recente analisi dell’Economist – un qualsiasi successo in campo economico della sua Amministrazione, potrebbe ottenere risultati favorevoli in vista del 3 novembre. Al momento però, pur essendo in rialzo, la popolarità del presidente è ancora più bassa rispetto a quella di Biden.

Trump perde voti… ma dove?

Se i veri sostenitori di Trump gli sono ancora fedeli, in quali categorie il tycoon sta perdendo campo?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo concentrarci su tre principali categorie:

  1. Per primi analizziamo i cosiddetti “Obama-Trump voters”, una fondamentale categoria che ha dato un grande contributo alla vittoria di Trump nel 2016. Secondo l’American National Election Study, il 13% degli elettori di Trump ha votato per Obama nel 2012, cioè più di otto milioni di persone, in gran parte scontente dell’andamento economico del paese e con un forte desiderio di cambiamento, accompagnato da un crescente “racial resentment”. Nonostante due terzi di questa categoria sostenesse ancora Trump a metà del suo mandato, nel 2019 questo numero si è ulteriormente abbassato di 19 punti, confermando il trend che gli Obama-Trump voters fossero, fra gli elettori del presidente in carica, quelli che maggiormente rimpiangevano il loro voto. È possibile che la gestione della pandemia abbia influito su questa molto più che su altre categorie di elettori che avevano scelto il tycoon nel 2016. Non a caso, il momento in cui l’ex vicepresidente aveva circa 11 punti di distacco nei confronti di Trump coincide con l’innalzamento della curva di casi di Covid-19 dopo la prima fase di rallentamento a metà giugno. Un secondo dato importante si può riscontrare nel fatto che il 30% degli Obama-Trump voters ha dichiarato che il loro voto per Trump è stato più un voto contro Clinton che un voto pro Trump. Inoltre, tutti gli elettori sembrano preferire Biden alla Clinton, inclusa una sostanziosa fetta degli Indipendenti.
  2. La seconda categoria di persone che si è fatta riconoscere nelle elezioni del 2016 è stata quella degli assenti. Infatti, 4 milioni di Obama voters del 2012 sono rimasti a casa nel 2016, e più di un terzo di essi era afroamericano. È quindi possibile che questi elettori siano spinti alle urne a novembre sulla scia delle proteste del movimento BLM.
  3. La terza categoria, più piccola ma considerevolmente influente, è quella dei Repubblicani contro Trump, un gruppo che, insieme al comitato politico Lincoln Project, si batte per ostacolare la rielezione dell’attuale presidente, appoggiando il suo rivale democratico. Queste associazioni, che uniscono cittadini comuni, politici e influenti liberi professionisti, scrittori e imprenditori, danno voce a coloro che pensano che il Partito Repubblicano abbia tradito i suoi stessi valori eleggendo Trump come suo leader. Benché sia difficile sapere quanti davvero a novembre voteranno per Biden, invece di astenersi, non è da sottostimare l’influenza che questa categoria ha sul risultato delle prossime elezioni: entrambe le associazioni citate hanno usato i 30 milioni di dollari raccolti attraverso donazioni private per creare degli spot contro Trump pensati per far leva sull’elettorato moderato, specialmente negli swing states.

È innegabile che Trump goda ancora di una certa popolarità ed il suo livello di apprezzamento è in leggero rialzo da dopo la Convention del Partito Repubblicano grazie anche agli ottimi risultati ottenuti con gli accordi tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e fra Kosovo e Serbia, di cui l’Amministrazione repubblicana si è fatta portavoce. È anche vero che il più ampio margine fra i due candidati nei sondaggi di quest’anno, rispetto a quello del 2016, sembra indicare Joe Biden come il prossimo presidente degli Stati Uniti, ma in alcuni swing states la battaglia appare ancora aperta e, soprattutto, è un altro il grande tema che crea ulteriori incertezze sul risultato di novembre.

L’incognita del voto per posta

Molteplici sono le accuse rivolte all’Amministrazione di aver volontariamente indebolito il sistema postale statunitense affinché meno cittadini riuscissero ad ottenere i documenti per il voto da casa e affinché il voto di chi ci era riuscito arrivasse in ritardo per il conteggio e quindi divenisse nullo. Trump ha più volte screditato questo sistema che permetterebbe ai cittadini durante questa crisi sanitaria di esercitare il loro diritto di voto, affermando che porterà ad enormi brogli elettorali, nonché a grandi vantaggi per gli elettori democratici, e arrivando a suggerire ai suoi elettori durante un comizio in North Carolina di votare due volte, una volta per posta e l’altra in presenza, per essere sicuri che il loro voto venisse contato. A causa del recente indebolimento e ad anni di tagli al budget, il sistema postale ha mandato lettere a 46 stati e al District of Columbia, in cui spiegava di non poter garantire di riuscire a recapitare in tempo tutti i voti mandati per posta, provocando nel caso l’annullamento di milioni di essi. Per una legge del 1887, se l’Electoral College non è ancora stato nominato dopo 41 giorni dalle elezioni, perché i voti non sono ancora stati tutti contati, il candidato più avanti nel voto popolare viene nominato presidente; a tal proposito, molti analisti pensano che a novembre questo scenario si potrebbe presentare.


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L’attuale situazione fa pensare che molti repubblicani voteranno in presenza, al contrario della maggioranza dei democratici che ha scelto il voto postale per ragioni di sicurezza sanitaria. È quindi possibile che, nel momento dello stallo, Trump sarà il candidato in vantaggio, e che proprio in questo modo possa vincere le prossime elezioni. Ovviamente questa è un’ipotesi limite, ma non è scontato che il caos istituzionale generatosi attorno a queste elezioni e l’eccezionalità del momento storico in cui esse hanno luogo possa portare a qualcosa di inaspettato. La partita delle elezioni è tutt’altro che chiusa.

Ginevra Falciani

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