La nuova Knesset: vincitori e vinti delle elezioni israeliane
Le elezioni politiche, svoltesi in Israele il 22 gennaio scorso, hanno segnato uno smacco per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e la sua alleanza elettorale con la destra dell’uscente Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Sebbene l’unione Likud-YisraelBeitanhu abbia ottenuto la maggioranza relativa dei voti (con 31 seggi), tale risultato ha deluso le aspettative del Primo Ministro, che aspirava a superare i 40 seggi. Né si sono avverati i pronostici di chi vedeva una Knessett completamente sbilanciata dal peso dei partiti ultra-nazionalisti e ultra-ortodossi. 

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La vera sorpresa di queste elezioni è costituita dall’expoit elettorale del partito centrista YeshAtid, guidato dal suo seducente leader Yair Lapid. In realtà il personaggio era già conosciuto al pubblico israeliano, essendo Lapid un noto anchor man nonché figlio d’arte (il padre era anch’egli leader politico). YeshAtidé diventato il secondo partito del Parlamento israeliano, la Knessett, rendendo Lapid un interlocutore obbligato per la formazione di qualsiasi governo. Quanto al blocco di centro sinistra, ha ottenuto un risultato soddisfacente, conquistando 59 seggi in totale, contro i 61 della destra.

D’altra parte, non si può certo dire che la destra oltranzista – legata alle colonie – del partito « il Focolare Ebraico » si sia indebolita. Al contrario, grazie al carisma del suo nuovo leader, Naftali Bennett, un giovane e brillante uomo d’affari, ha ottenuto un ottimo risultato conquistando 12 seggi (rispetto ai 5 della passata legislatura) che ne fanno il primo partito a Gerusalemme e un partner certo per una coalizione di destra guidata da Netanyahu.

In questa fase ancora fluida in cui si susseguono negoziati e tentativi di alleanze per definire il prossimo governo, appare chiaro che il ruolo di Benjamin Nethaniau è uscito nettamente indebolito rispetto alle elezioni del 2009. « King Bibi », come veniva sino a ieri soprannominato in patria, è rimasto vittima di un’alleanza infelice con la destra di Lieberman, di un programma elettorale mai presentato e di una campagna tutta incentrata sulla minaccia nucleare iraniana. La sicumera ostentata da Netanyahu durante le settimane precedenti la consultazione elettorale si è rapidamente smontata alla lettura dei primi dati sull’affluenza al voto, costringendolo persino a implorare gli elettori di recarsi ai seggi.

Al di là dei meriti (o dei demeriti) del primo ministro, le ragioni del ridimensionamento dell’alleanza Likud-YisraelBeinatu si possono spiegare attraverso due ordini di motivi. Il primo è costituito dal ricambio generazionale in corso in Israele che ha visto, a livello elettorale, premiare « volti nuovi » a detrimento del « vecchio » establishment. Yair Lapid non ne è il solo esempio. Un successo in gran parte personale è da riconoscere alla leader del partito di sinistra Meretz, ZahavaGal-On, la quale con tre seggi in più rispetto alle precedenti elezioni ha scongiurato il rischio di estinzione politica di un partito dal glorioso passato (appartenevano a Meretz i fautori israeliani dell’Accordo di Oslo).

E’ anche vero che Yachimovic – leader del Labour- rappresenta anch’ella una novità (e nei fatti ha visto ingrossare le fila dei suoi parlamentari di ben 7 seggi) ma il successo è stato relativo; in parte per una fisiologica erosione – forse irreversibile – del consenso del partito laburista e in parte perché lei stessa è percepita come una figura d’apparato, poco carismatica e politicamente inconsistente.

Chi ha decisamente perso è stata l’ex Ministro degli Esteri ZtipiLivni, ex-stella nascente del centrismo israeliano, ex-promessa di queste elezioni. Il suo partito, Hatnuah, ha ottenuto soltanto 6 seggi; certamente meglio di Kadima, da cui è fuoriuscita lo scorso anno e che fino all’ultimo ha rischiato di non raggiungere la soglia minima per entrare in Parlamento (Kadima ha 2 seggi). Il secondo motivo poggia sulle proteste sociali che, nell’estate del 2011, avevano infiammato le strade di tel Aviv e che adesso hanno inciso notevolmente sulle scelte di voto. Con una significativa differenza: le rivendicazioni di maggiori opportunità, di un costo della vita meno alto e di una redistribuzione del benessere più equa, non hanno «premiato» il partito laburista che pure aveva candidato esponenti di punta dei movimenti di protesta, o quei partiti di sinistra tradizionalmente più attenti alle istanze sociali. E’ stato invece il campione della borghesia urbana Yair lapid a catalizzare i voti degli scontenti. La sua piattaforma, che chiedeva in primo luogo la ripartizione degli oneri militari anche tra gli ebrei ortodossi (finora esentati dal servizio militare) e una maggiore attenzione per la classe media (detassazione, incentivi per la casa), ha attratto il voto della classe media urbana che aspira a un maggiore benessere economico e ad una “normalizzazione” nazionale.

Tale “normalizzazione” ha implicato, di contro, un abbandono dei temi cari alla destra “sicuritaria” di Netanhyau, tutta incentrata sulla minaccia iraniana e sui rischi del processo di pace. Questi due temi sono stati opportunamente trascurati da un blocco di centro-sinistra che sapeva di dover puntare sull’economia e che, sulla base di tale strategia, è stato premiato dagli elettori.

Come molti esperti hanno osservato “il dossier iraniano” sembrerebbe depennato dall’agenda politica del prossimo governo israeliano, quale che sia la sua composizione, esattamente come il processo di pace.
Riguardo a quest’ultimo, le linee guida, se di linee guida si può parlare, non dovrebbero mutare sostanzialmente rispetto ai cinque anni passati. Yair Lapid -forse prossimo ministro degli Esteri- ha posto l’accento sulla necessità di riprendere i negoziati, ma la questione non appare centrale né nel suo programma né agli occhi del suo elettorato. D’altro canto, NaftaliBennet, forte del suo successo a destra, ha ribadito di non intendere cedere nulla alle rivendicazioni territoriali dei palestinesi nella West Bank. In questo stallo politico, molto dipenderà dall’amministrazione americana e da quanto il presidente Barack Obama vorrà investire sui negoziati tra israeliani e palestinesi. A leggere i risultati di queste elezioni in Israele, pertanto, per la pace in Medio Oriente, pare purtroppo che neanche questo 2013 sarà l’anno della svolta

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