La nuova crisi del Kashmir: India e Pakistan di nuovo ai ferri corti

Torna a salire la tensione nel Kashmir. La regione al confine tra Pakistan, India e Cina e rivendicata dai tre Paesi, è tornata al centro dell’attualità internazionale a seguito delle ultime mosse del premier indiano nazionalista, conservatore e induista Narendra Modi. 

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Il confine tra India e Pakistan, già teatro di quattro guerre — la prima nel 1947, anno dell’indipendenza, l’ultima nel 1999 — si trova da vari anni al centro di una contesa fra i due Stati per lo sfruttamento delle risorse idriche del bacino dell’Indo da cui sia India sia Pakistan sono fortemente dipendenti. 

In particolare, Nuova Delhi orienta da sempre la propria politica energetica sul settore idroelettrico: dopo le prime centrali costruite subito dopo l’indipendenza, oggi ne conta più di cinquemila, costruite nella maggior parte dei casi a scapito di migliaia di ettari di foresta che negli anni hanno determinato lo sfollamento di una popolazione stimata tra i 25 e i 60 milioni di persone. 

La situazione idrica della regione del Kashmir poi è particolarmente delicata: le analisi indicano infatti che le dighe presenti, se attivate, sarebbero in grado di bloccare circa l’80% dell’approvvigionamento idrico dell’agricoltura pakistana, con conseguenze drammatiche sulla sua economia. La metà della sua popolazione attiva è infatti tuttora occupata nell’agricoltura, che interessa il 28,5% della superficie territoriale (ca. il 60% è incolto e improduttivo). 

Ma la disputa territoriale del Kashmir conta di diversi ambiti: accanto a quello economico, hanno grande rilevanza quello dell’autonomia, quello religioso e infine quello politico con i focolai di terrorismo sempre pronti a riaccendersi, facendo del Kashmir uno dei luoghi più pericolosi al mondo come disse l’ex Presidente americano Bill Clinton parlando della regione contesa dalle tre potenze nucleari. 

Il fragile confine è sempre stato oggetto di schermaglie tra i due Paesi: miliziani musulmani, con l’appoggio di Islamabad, hanno spesso attaccato le truppe indiane nell’area e il separatismo armato è più volte sfociato nel terrorismo. L’attacco più sanguinoso fu quello compiuto nel novembre 2008 a Mumbai, quando militanti di Lashkar-e-Taiba, un’organizzazione jihadista pakistana, sconvolsero per quattro giorni la città con attacchi che costarono la vita a 160 persone. 

Lo scorso 14 febbraio un attentato compiuto dal gruppo jihadista con base in Pakistan Jaish-e-Mohammed contro un convoglio di forze paramilitari indiane nel Kashmir meridionale aveva provocato la morte di 40 soldati; Nuova Delhi rispose con un raid aereo in territorio pakistano diretto contro una base dell’organizzazione terroristica che aveva rivendicato l’attentato. L’escalation era continuata con uno sconfinamento aereo di Islamabad in India che si era concluso con l’abbattimento di un jet indiano e la cattura del suo pilota; si trattava del primo scontro aereo in cinquanta anni, che, nonostante la rapida liberazione del militare, era avvenuto durante la campagna elettorale indiana: l’allora candidato Narendra Modi ne approfittò per accentuare i toni nazionalistici della sua propaganda, promettendo ai suoi sostenitori la totale annessione del Kashmir. L’incidente aveva contribuito alla rielezione di Modi che sembra ora deciso a realizzare quanto promesso. 

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Nel 1947 i domini coloniali inglesi nell’area vengono divisi in una nazione a maggioranza musulmana, il Pakistan, e una a maggioranza indù, l’India. Rimase in sospeso la sorte del Jammu e Kashmir, un regno al confine tra le due nuove nazioni, sulle montagne dell’Himalaya, governato dal maragià Hari Singh. Il monarca esitò a prendere una decisione ed entrambi i Paesi invasero il suo territorio. Il Pakistan ne conquistò un terzo e lo annesse, l’attuale Gilgit-Baltistan. L’India occupò i restanti due terzi, corrispondenti agli attuali Jammu (a maggioranza indù) e Kashmir, unico Stato indiano a maggioranza musulmana e non induista (in cui da molti anni come abbiamo visto operano gruppi separatisti appoggiati e finanziati dal Pakistan). 

Il maragià accettò di cedere le due province all’India purché ne salvaguardasse l’autonomia, disciplinata dall’articolo 370 della costituzione indiana, il quale garantisce alle autorità locali una relativa indipendenza normativa. L’attuale disputa sulla fine dell’autonomia del Kashmir arriva dopo che il 2 agosto le forze militari indiane avevano rivelato di aver sventato l’ennesimo attentato contro un pellegrinaggio Hindu diretto verso il luogo sacro di Amarnath, proprio nella regione del Kashmir. L’attacco era stato pianificato, secondo le autorità indiane, da miliziani supportati dall’esercito pakistano e nelle incursioni svolte erano stati ritrovati mine, munizioni, esplosivi e altri armamenti che riportavano il marchio di fabbricazione del Pakistan. L’episodio è stato quindi usato dall’entourage di Modi per giustificare la decisione governativa di revocare l’articolo 370 della costituzione, sostenendo la necessità di fermare il terrorismo e il separatismo, ma eliminando di fatto lo status costituzionale speciale del Kashmir. 

Dal 5 agosto, giorno della nuova presa di posizione di Nuova Delhi, centinaia di persone sono state arrestate; Islamabad ha risposto espellendo l’ambasciatore indiano in Pakistan e fermando il servizio ferroviario transnazionale diretto in India, determinando in pratica l’attuale isolamento del Kashmir. Migliaia di poliziotti paramilitari sono rimasti dispiegati nella città più grande del Kashmir, Srinagar, giovedì 8 agosto e le scuole sono rimaste chiuse fino al 9 agosto per impedire le manifestazioni pubbliche. 

Il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres, dopo aver esortato entrambe le parti alla “massima moderazione” e ad “astenersi da altre azioni che potrebbero cambiare lo status della regione”, ha affermato di essere “preoccupato per le notizie di restrizioni sulla parte indiana del Kashmir”, aggiungendo che l’eccessivo controllo “potrebbe esacerbare la situazione dei diritti umani nella regione”. 

La decisione del governo indiano ha già scatenato la reazione del Pakistan che per voce di Imran Khan ha avvertito di essere pronto a fare “qualsiasi cosa” per difendere la “giusta causa” del Kashmir, sottolineando che le azioni di Nuova Delhi potrebbero portare ad un conflitto dalle conseguenze “inimmaginabili”. 

Non bisogna infatti dimenticare che il Kashmir è rivendicato da tre potenze nucleari: India, Pakistan e anche dalla Cina; lo scorso 22 luglio, il Presidente americano Trump aveva accolto alla Casa Bianca il capo del governo pakistano Khan anche per discutere della situazione della regione contesa. 

Mentre il Pakistan è da sempre un alleato storico degli USA che contano su Islamabad per mediare nella trattativa con l’Afghanistan, l’India è sin dalla Guerra Fredda schierata su posizioni filo russe: Mosca infatti non aveva esitato ad aiutare Nuova Delhi a dotarsi di un arsenale atomico proprio per controbilanciare l’arsenale nucleare cinese. Negli ultimi anni però il quadro si è modificato: terminata la Guerra Fredda, il Pakistan si è notevolmente avvicinato a Pechino che, fornendogli le tecnologie necessarie a sviluppare un proprio armamento atomico, gli ha consentito di rispondere con estrema rapidità ai primi positivi test nucleari indiani. Col passare del tempo la relazione con la Cina si è fatta sempre più stretta tanto che Pechino ha così potuto aumentare la propria sfera di influenza nella regione fino a rivendicare anch’essa una parte del Kashmir, l’Aksai Chin, costringendo gli Stati Uniti ad accrescere il proprio impegno nell’area, avvicinandosi all’India in chiave anti cinese. 

Secondo i dati del SIPRIil Pakistan è dotato di 150-160 testate nucleari, l’India tra le 130 e le 140, ma Nuova Delhi possiede un arsenale tecnologicamente più avanzato: missili con gittata maggiore (tremila chilometri contro i duemila di quelli pakistani),sottomarini nucleari e missili da crociera in grado di colpire da terra, aria e mare, sviluppati grazie alla collaborazione russa. 

Se l’India ha sempre detto di non voler usare l’arsenale nucleare se non in risposta ad un altro attacco atomico, nessuna dichiarazione al riguardo è mai arrivata dal Pakistan; Islamabad ha già schierato al confine una serie di piccole testate nucleari tattiche allo scopo di evitare che, nel caso di un nuovo devastante attacco terroristico in territorio indiano, Nuova Delhi possa decidere di far entrare divisioni corazzate in territorio pakistano. Il problema è che, a differenza di quanto avviene in qualsiasi altra potenza nucleare, a decidere del loro utilizzo potrebbe non essere la massima autorità della nazione. Perché l’effetto deterrenza sia credibile è infatti necessario che il loro utilizzo possa essere autorizzato direttamente da un alto ufficiale sul campo: basterebbe quindi un generale “fanatico” o semplicemente troppo impulsivo per dare avvio ad una catastrofica escalation; e considerando che Imran Khan è stato eletto senza l’appoggio dell’esercito, non è da escludere la presenza di “falchi” nelle forze armate pakistane disposti anche a forzare la mano nel caso in cui in un contesto bellico giungessero a dubitare della sua autorità e risolutezza.