La notte di Sigonella

Trent’anni fa, tra il 7 e il 17 Ottobre 1985, l’Italia dovette affrontare la drammatica vicenda del dirottamento della “Achille Lauro” cui fece seguito uno scontro senza precedenti con gli USA. Si dimostrò alleata leale e pronta ad assumersi i rischi che ne conseguivano. Ma si comportò da Stato pienamente sovrano.

La notte di Sigonella - GEOPOLITICA.info

da “Mondoperaio”, Novembre 1985

Secondo il «Corriere della sera», mentre i passeggeri della Achille Lauro erano ancora in balìa dei terroristi, si erano già delineati all’interno del quadro politico italiano due schieramenti contrapposti, uno filo-arabo e uno filo-israeliano, in lotta per ottenere vantaggi politici interni speculando sull’attacco criminale di cui era vittima il nostro paese. Attraverso interviste con pseudo-esperti di cose mediorientali, il «Corriere» si addentrava così in una dettagliata descrizione di come ciascuno dei diversi partiti politici italiani sarebbe infeudato a una delle due 
parti in causa nella contesa mediorientale.

Dato che le diversità di giudizio sull’imbroglio mediorientale passano più all’interno dei partiti italiani che non tra di essi, tutta l’analisi appariva estrema rozzezza. Eppure, il quadro complessivo non era privo di interesse, perché esemplificava un diffuso atteggiamento psicologico che sconta che il destino del nostro paese oscilli inevitabilmente tra quello della Repubblica di Salò e quello di un paese satellite. Esso sconta come un assioma che non necessita dimostrazione l’idea che l’Italia non possa avere una autonoma identità nella comunità internazionale, e che quindi le fazioni italiane non possano, neanche in politica interna, prescindere dai vincoli derivanti dal loro ruolo di gregarie di una qualsiasi delle parti in causa in qualsiasi conflitto internazionale, foss’anche tra parti minori o minime.

E’ evidente la somiglianza tra questa concezione e quella che ha portato all’infeudamento delle varie comunità libanesi a questa o a quella parte del conflitto mediorientale, fino al trasferimento del conflitto stesso all’interno del paese, sotto forma di guerra civile. In pratica, si tratta di un atteggiamento psicologico che ritiene accettabile che il nostro paese rifletta, nella lotta politica interna, non solo la rivalità Est– Ovest, ma anche quella arabo– israeliana, e persino quella tra fazioni arabo– musulmane rivali, di un atteggiamento che pone le premesse per quella «libanizzazione dell’Italia» il cui pericolo è stato già denunciato da Ugo La Malfa qualche tempo prima della sua scomparsa.

A rischio di sembrare astratti, vale però la pena di chiedersi se l’Italia non possa ribellarsi a questo destino di essere eterno terreno di scontro per battaglie non sue. Se non sia possibile identificare, di fronte alle vicende internazionali che ci toccano nostro malgrado, una posizione che non sia pregiudizialmente filo-questo o filo-quello, e quindi fatalmente gregaria, se non sia possibile insomma individuare una posizione, per intenderci, filo-italiana. E, a costo di sembrare ingenui, ci si può chiedere se i responsabili della nostra politica estera – in questo caso Craxi e Andreotti – non abbiano diritto a un giudizio sul loro operato che discenda non già dagli interessi delle fazioni più o meno asservite a questa o a quella parte internazionale, ma da un’analisi e da un dibattito fondati su due elementi che dovrebbero starci a cuore. Prima di tutto, la difesa di quei valori etico-politici in assenza dei quali non può più essere garantita la pacifica convivenza civile nel nostro paese. E poi, la difesa dei nostri interessi nazionali, materiali e non: vale a dire, l’interesse al benessere economico, alla libertà interna, e alla pace nei rapporti con l’estero.

Se dall’ottica servile dei filo-questo filo-quello si passa all’ottica dei cittadini di un paese indipendente e geloso della propria indipendenza (cioè a un’ottica che potremmo definire, dal contrario etimologico di «servile», come un’ottica «liberale»), l’intera crisi in cui il nostro paese si è trovato coinvolto nella prima quindicina di Ottobre appare sotto una luce diversa Nel giro di meno di due settimane, ci sono stati quattro casi che, pur derivanti da altrui iniziativa e in nessun modo da noi provocati, hanno finito per interessarci da vicino, e che hanno creato situazioni tali da minacciare gravemente i nostri interessi, e la nostra stessa sicurezza. E, in tutti e quattro, l’Italia si è trovata di fronte a un uso più o meno illegittimo e irresponsabile della forza militare da parte di altri paesi o di gruppi irregolari.

  • Il primo di questi quattro avvenimenti, il raid israeliano sulla base dell’OLP a Tunisi, ha solo sfiorato le nostre frontiere, coinvolgendo però un paese che è il nostro «cortile di casa», e alla cui stabilità siamo fortemente interessati.
  • Il secondo, l’attacco terroristico all’Achille Lauro, che ha addirittura portato all’occupazione da parte di una banda di feroci assassini di una porzione del territorio nazionale (una nave battente la bandiera tricolore) ci ha invece colpito molto più a fondo. Anzi, esso costituisce l’operazione militare straniera di gran lunga più ampia e grave di cui l’Italia sia stata vittima sin dalla Seconda Guerra Mondiale.
  • La cattura in volo dei quattro palestinesi che avevano terrorizzato gli inermi passeggeri della nave e ucciso uno di loro ha costituito il terzo episodio della serie. E’ stata questa, com’è noto, un’operazione condotta esclusivamente dagli Americani, e di cui il governo italiano è stato informato solo a cose fatte; un’operazione, cioè, che ha .coinvolto il nostro paese solo a partire dal momento in cui il nostro principale alleato ha richiesto al governo italiano il permesso di far atterrare a Sigonella l’aereo dirottato dai suoi caccia. Ma, non appena l’aereo egiziano è entrato nello spazio aereo italiano, la spinosa responsabilità di gestire il brutto pasticcio diplomatico creato dal colpo di forza americano è caduta interamente sull’Italia. Né si è trattato di una gestione facile, sia perché il comportamento americano ci aveva invischiato in una brutta e intricata questione di diritto internazionale, sia perché – mentre si cercava di dipanarla – le pressioni politiche e addirittura militari dell’America sull’Italia facevano sorgere un nuovo problema, quello della dignità e della sovranità nazionale, che riduceva ancora lo spazio di manovra del governo.
  • Come contraccolpo a questo terzo episodio, politicamente più grave di ogni altro, è derivato il successivo atto di pirateria di cui l’Italia è stata vittima, con il blocco abusivo a Porto Said di una nostra nave e di un notevole numero di cittadini italiani. Questo episodio è stato sottovalutato dagli osservatori, e volutamente minimizzato dalle autorità italiane, per evitare di indebolire ancor più la già difficile posizione dell’Egitto. Ma che la nave e i suoi passeggeri fossero veri e propri ostaggi, se mai se ne è voluto dubitare, è stato provato dall’aver gli egiziani atteso la partenza del loro aereo dall’Italia per concedere alla nave il permesso di salpare. Ed è stato questo il quarto episodio di altrui aggressività ai nostri danni.

Gli episodi in cui è stato coinvolto il nostro paese nel corso di questa vicenda vanno valutati uno per uno, se si vogliono mettere in chiaro gli elementi necessari a formulare un giudizio sereno sul modo in cui le autorità italiane hanno gestito l’intera crisi. In assenza di questo quadro, ogni analisi del comportamento italiano rientrerebbe nell’ambito delle polemiche meschine e pretestuose che sono esplose a vicenda conclusa, ma che – sia ricordato a disonore di coloro che le hanno alimentate – non sono mancate neanche nei momenti più drammatici di questa convulsa prima metà d’ottobre.

L’inconsulta reazione egiziana alla concessione del permesso di atterraggio a Sigonella è certamente l’episodio che merita la condanna più severa, sia sotto il profilo della gratuità ed illegalità, che della meschinità dell’ ottica ispiratrice. Al Cairo si aveva infatti l’aria di credere che la cattura di ostaggi innocenti fosse indispensabile per ottenere dall’Italia la restituzione dell’aereo e la liberazione dei passeggeri. Non si era cioè in grado di capire che l’Italia è uno Stato di diritto, in cui norme precise e poteri giudiziari autonomi tutelano i diritti non solo degli innocenti – o presunti tali – ma anche di coloro a carico dei quali sono provate responsabilità criminali anche gravissime.

Il sequestro de facto della nave, reso ancor più sgradevole dal rude trattamento inflitto ai già tanto provati passeggeri, è infatti una violazione del diritto internazionale tanto più grave in quanto compiuta non da una banda di profughi senza terra, ma dalle autorità costituite e internazionalmente riconosciute di un paese che pretende di essere considerato civile. Omicidio a parte, sotto questo profilo, il comportamento egiziano è più grave persino di quello dei terroristi.

Che una banda che pretende di essere portatrice di una istanza di storica giustizia persegua i propri obiettivi ammazzando a sangue freddo un povero vecchio paralitico sotto gli occhi della moglie, e che per di più «giustifichi» la scelta della vittima con l’argomento che si trattava solo di un ebreo e per di più americano, è puramente e semplicemente ripugnante. Ed è giusto che la scoperta di un legame organico tra i pirati e l’OLP di Arafat venga da questa duramente pagata in termini di accettabilità sulla scena internazionale.

Non si può, è vero, dimenticare quale sia il retroterra da cui nasce tanta brutalità, tanta indifferenza per la sofferenza e la morte altrui, e in definitiva per la propria. Non si può, è vero, negare un significato al fatto che tutto il pulviscolo incontrollabile dei gruppi e sottogruppi palestinesi è in definitiva costituito da una diaspora deradicati senza terra e senza speranza, cui i «fratelli» degli altri paesi arabi hanno per primi negato ogni possibilità di inserimento e di vita normale. Non si può negare, è vero, un significato al fatto che si tratta di un atroce campionario di umanità fortunosamente sopravvissuta ai massacri giordani del settembre nero e a quelli libanesi di Tell el-Zatar, ai cannoni siriani a Tripoli e ai mitra falangisti a Sabra e Shatila.

Tutto ciò non può essere dimenticato, ma vanno sempre tenuti presenti i pericoli che alla certezza del giudizio etico-politico fanno correre le spiegazioni sociologizzanti. Come dice la saggezza d’oltralpe, taut comprendre c’est tout pardonner. Tutta la comprensione per lo spaventevole passato dei Palestinesi non può attenuare la condanna per la brutalità degli assassini di un vecchio su una sedia rotelle. Essa rende invece ancor più pesante la responsabilità di chi, senza questo background, si fa complice dei loro metodi e dei 
loro crimini, specie quando si tratti non di un gruppuscolo politico, ma di uno Stato costituito e riconosciuto.

Il terzo dei quattro episodi di questo dramma, l’intervento dei caccia americani nel cielo dell’Egeo, è stato presentato dalla solita cagnara filosovietica come un vero e proprio atto di pirateria di Stato, quasi confrontabile a quello dei quattro assassini che per due giorni e due notti hanno spadroneggiato a bordo dell’Achille Lauro. Rifiutare una simile distorsione della realtà è naturalmente molto facile. Più difficile è invece dare un giudizio equilibrato sull’iniziativa americana.

Non c’è dubbio che la decisione di dirottare l’aereo della Egypt Air sia stata per lo meno – per riprendere l’understatement craxiano – «poco ortodossa». Ma è altrettanto innegabile che gli Americani sono ormai da troppi anni diventati non solo il bersaglio prediletto del terrorismo, ma anche le vittime di una sistematica campagna di odioa forte connotazione razzistica, quale non si era più vista dopo la disfatta di Hitler e la morte di Stalin.

Dopo un così lungo stillicidio di violenze e di massacri sempre e sistematicamente impuniti – perché i responsabili riuscivano in un modo o nell’ altro a riparare dietro le inviolabili frontiere di qualche feroce dittatura orientale – era inevitabile che Washington decidesse prima o poi di passare dalle proteste ai fatti, esercitando il suo diritto di inseguire i criminali al di là delle 
frontiere di quei paesi che dimostravano di non essere in grado o di non voler impedire l’uso del proprio territorio come santuario o come base del terrorismo.

La difficoltà di dare un giudizio equilibrato sul colpo di forza americano è accresciuta dall’impossibilità di sapere se si sia trattato davvero di un definitivo abbandono, da parte della Casa Bianca, dell’imbelle passività degli ultimi dieci anni, o se non si tratti – come è più verosimile – di uno scatto una tantum dovuto all’esasperazione del Presidente e dell’opinione pubblica. In pratica, è impossibile dire se si sia trattato di una prova di forza o di un segno di debolezza. E’ impossibile dire se segnalando ai terroristi che d’ora in poi essi non saranno mai – o quasi – al riparo della ritorsione americana si è stabilito un principio che alla lunga favorisce la stabilità internazionale, o se approfittando di una occasione che non si ripeterà tanto facilmente si è dato infine sfogo alle frustrazioni accumulate, il che sarebbe solo un contributo al disordine, che la violenza fine a se stessa non può che alimentare.

Eppure, anche se è impossibile sapere tutto ciò, e se ci si deve basare solo su sensazioni e ipotesi, non è possibile rinunciare ad avere una opinione al riguardo, e ad averla qui e subito. Perché una interpretazione e una previsione degli obiettivi e della linea politica generale dell’alleato americano, come degli altri attori, è indispensabile per definire la condotta del nostro paese nei confronti del terrorismo internazionale, e quella delle forze sensibili agli interessi del paese nei confronti 
delle speculazioni di politica interna.

Francamente, una valutazione il più possibile obiettiva del comportamento americano non può – in un’ottica non servile – che essere apertamente critica e aperta all’ipotesi dello 
scatto di collera. Solo cosl si spiegherebbe la non considerazione del danno 
permanente che può fare a tutta l’Alleanza la totale disattenzione – o forse persino il disinteresse – nei confronti delle esigenze di self-respect e di politica interna e internazionale dei paesi amici o addirittura alleati che sono risultati loro malgrado coinvolti; disattenzione e disinteresse che non potevano se non ridurre l’efficacia dello stesso colpo di forza, e provocare solo 
probleini e risentimenti. Per di più, alle iniziative tendenti a porre riparo ai 
danni provocati dalla loro scarsa sensibilità per la sovranità dei paesi amici, gli americani – autorità responsabili, 
portavoce più o meno ufficiosi, e media – hanno avuto il cattivo gusto di reagire con un impolitico coro di grida 
al tradimento, di proteste senza senso 
e di richieste inaccettabili.

Le proteste e le pretese relative alla vicenda di Abu Abbas, in particolare, sono apparse sempre più irricevibili da parte di uno Stato sovrano, tanto in punto di diritto, per il modo «poco ortodosso» in cui egli era giunto in Italia, quanto – e ancor più – per la illegale e inconcludente caccia data da aerei e commandos americani nello spazio aereo e sul suolo italiano. Non solo i media, ma le stesse autorità americane sembrano incapaci di capire che – in Italia – è solo il «giudice naturale», e non il governo, e tanto meno il furor di popolo, che possono fare giustizia.

Ma, a parte le diversità tra le due tradizioni giuridiche, è altrettanto evidente che Washington non riesce a percepire le ragioni per cui gli Italiani hanno la sensazione di aver acceso, nella drammatica notte dell’atterraggio a Sigonella, un non trascurabile credito con l’alleato. Gli USA sembrano non rendersi conto del fatto che l’Italia ha già dato un’interpretazione estensiva del proprio ruolo di alleata consentendo l’uso di una base NATO sita in territorio italiano per una operazione che, anche se finalizzata a un obiettivo encomiabile come la lotta al terrorismo, rimane out of area rispetto allo scacchiere coperto dall’ Alleanza.

Se i quattro terroristi responsabili del sequestro della Lauro non avessero commesso i loro crimini su una nave battente bandiera italiana, è molto probabile che il Boeing della Egypt Air, per far trasbordare i Palestinesi in un aereo capace di passare l’Atlantico, avrebbe dovuto atterrare in Israele. Quale tempesta diplomatica si sarebbe in tal caso scatenata tra l’America e gli arabi moderati è facile immaginare. Ma è anche facile immaginare che l’Italia non sarebbe stata vittima del secondo atto di pirateria perpetrata ai danni dell’Achille Lauro, quello ad opera degli Egiziani. E che oggi saremmo meno esposti ai dirottamenti, sequestri e attentati con cui i complici degli assassini in nostra mano tenteranno di ottenerne il rilascio.

Le autorità e la stampa americane hanno oggi l’aria di volerci dar lezioni di fermezza contro il terrorismo. Sarebbe fin troppo facile ricordar loro che l’Italia ha già affrontato e vinto una lotta contro un «partito armato» che non era privo di contatti e di sostegni né nel blocco dell’Est, né nella nebulosa palestinese, né tra i destabilizzatori di professione come Gheddafi. E sarebbe fin troppo facile ricordar loro che proprio dagli Stati Uniti sarebbero giunti autorevoli interventi per farci desistere dalla «pista bulgara». E si potrebbe anche rompere per un istante il silenzio che solo per amicizia verso il popolo americano l’Italia ha sinora osservato sul troppo facile accesso e rifugio trovato negli Stati Uniti da elementi che col «partito armato» hanno avuto più di qualcosa da spartire, da elementi ad esempio del giro di Piperno.

Particolarmente poco credibili sono poi gli avvertimenti a vigilare contro il terrorismo e a prevenirlo che provengono da un paese che si è lasciato cogliere di sorpresa nella vicenda dell’ambasciata di Teheran, che ha incassato senza reagire la strage dei marines a Beirut, che ha dovuto piegarsi al negoziato solo per lasciare impuniti i dirottatori assassini del jet TWA.

Né – si badi bene – si è trattato di infortuni, ma del risultato inevitabile di un atteggiamento di comprensione delle «ragioni» e delle «motivazioni sociologiche e psicologiche» del terrorismo diffuso in gran parte dell’opinione pubblica americana e, nel periodo Carter, della stessa leadership politica del paese. E non è azzardato dire che, come lo scatto di esasperazione che ha oggi portato al dirottamento del Boeing della Egypt Air è il frutto diretto dell’eccesso di comprensione di allora, così l’assurda pretesa di oggi che l’Italia assumesse, nei confronti di Abu Abbas, un comportamento apertamente illegale, è il backlash del pesante legalismo che ha sempre caratterizzato la visione americana delle relazioni internazionali, e che è diventato addirittura parossistico durante l’epoca Carter, portando Washington da una sconfitta all’altra.

In singolare contrasto col comportamento americano è l’avarizia di parole osservata dagli Israeliani, cui si può solo rimproverare una non celata soddisfazione non appena si è sparsa la notizia che un gruppetto di Palestinesi aveva scelto proprio una nave battente la bandiera della loro tanto amica Italia  per il loro show di violenza e di morte.

A conti fatti, anzi, in tutta questa tragedia in quattro atti in cui l’Italia è stata suo malgrado coinvolta, Israele è – tra coloro che hanno preso l’iniziativa – quello il cui comportamento risulta meno facilmente criticabile. Gerusalemme ha solo l’imbarazzo della scelta per indicare provocazioni tanto gravi da giustificare il raid sul quartier generale di Arafat. E anche se ciò ha implicato la violazione della sovranità tunisina, con un’ operazione di precisione chirurgica, che non ha distrutto altro se non le basi OLP, si tratta di una colpa tanto meno grave in quanto la Tunisia si considera essa stessa in stato di guerra con Israele, al punto da aver rotto le relazioni diplomatiche con l’Egitto, per essersi questo macchiato della «colpa» di firmare la 
pace di Camp David.

Se proprio si vuol trovare una sbavatura, in questo episodio, bisogna andarla a cercare nella scomposta reazione della Casa Bianca. Gli Americani hanno plaudito al raid israeliano sulla Tunisia con l’entusiasmo di una platea di periferia al momento in cui «arrivano i nostri». Solo in un secondo momento, considerazioni di ordine diplomatico hanno ispirato una posizione più moderata e sfumata. Ma, anche dopo questo aggiustamento, l’atteggiamento americano non era in nessun modo da noi condivisibile, anche se poi, da parte nostra, si è finito per cadere nel grottesco, quando si sono fatti paragoni con le Fosse Ardeatine.

La cosa più grave è però che i nostri alleati d’oltre oceano non sembrano rendersi conto di come, vista dall’Italia, un’azione militare che rischia di destabilizzare e di gettare in mano a un regime alla Gheddafi un paese a noi cosi vicino appaia pericolosissima. L’attuale amministrazione americana critica l’Europa per l’insensibilità che questa dimostrerebbe relativamente al pericoÌo che la destabilizzazione del Centroamerica a opera di forze esterne costituisce per la sicurezza degli Stati Uniti. Può darsi che abbia ragione. Ma in tal caso come fa a non accorgersi che una eventuale destabilizzazione della Tunisia farebbe pesare sull’Italia – e non solo sull’Italia – una minaccia infinitamente più grave e più prossima? E lo stesso vale per la destabilizzazione dell’Egitto, che, se è più lontano dalle nostre coste, è però un paese di importanza strategica e di potenziale umano ben maggiore. Quali che siano state le colpe di Mubarak in questa sciagurata vicenda, è un fatto che la Casa Bianca, dirottando il 737 dell’Egypt Air, ha umiliato l’Egitto con totale disattenzione alle conseguenze negative che una svolta estremistica in questo paese potrebbe avere per tutto il fianco sud della NATO.

Le relazioni italo-americane – è difficile negarlo – sono uscite un po’ malconce da questa vicenda. E questo non perché, dopo aver osato dire NO alla Casa Bianca, l’Italia – come teme il direttore della «Repubblica» – dovrà fare i conti con la rabbia di Reagan. Ma perché, nella crisi più grave in cui il nostro paese sia stato coinvolto dopo la fine della seconda guerra mondiale, abbiamo dovuto constatare che gli Stati Uniti – pur continuando ad apprezzare appieno sia l’importanza strategica sia la saldezza dell’impegno occidentale dell’Italia – sembrano incapaci di capire alcune nostre fondamentali esigenze di sicurezza.

Naturalmente, una constatazione di cosi ampio momento non poteva andare senza lacerazioni interne all’Italia, senza dissensi proprio tra le forze politiche più filoccidentali. E’ cosi apparso un clivage politico inedito nell’Italia postbellica: quello tra un «partito americano» (che nasconde il proprio appiattimento sul potente alleato d’oltreoceano battendo acriticamente la grancassa di un’amicizia per Israele di cui falsamente pretende di avere il monopolio) e un partito che è giocoforza definire semplicemente filo- italiano (che, per essere in questa particolare occasione critico del comportamento americano, non è per questo meno filoccidentale, o meno sensibile alle ragioni strategiche di Israe1e, solo che è anche consapevole dell’interesse italiano alla stabilità nel Mediterraneo occidentale, e sensibile alle ragioni degli sfortunati 
profughi palestinesi).

Ed è questo – si noti – un clivage che, oltre a non includere i comunisti, come è ovvio, finisce anche con lo sfiorare solo marginalmente il partito di maggioranza relativa. Non a caso, a parte Andreotti, i democristiani – i cui riferimenti internazionali sono assai sbiaditi – sono stati molto prudenti nelle vicende che hanno portato alla crisi di governo. E’ in pratica all’interno della cosiddetta “area laica” che si manifesta l’esistenza di un partito di tipo nuovo, che incarna in scelte politiche (non più solo nel personale attaccamento del premier socialista per la figura di Garibaldi o nel simbolismo di una festa nazionale dedicata al Tricolore) una ritrovata dignità dell’essere italiano e una concreta attenzione agli interessi irrinunciabili della sicurezza; di un partito che si onora di chiamarsi Socialista, ma che potremmo definire anche “liberale” per contrapposizione ai partiti “servili”, che non riescono a concepire il rapporto con gli alleati se non nei termini dell’Italia cosiddetta “eterna”, la cui più recente manifestazione esplicita è stata la Repubblica di Salò.

Fondamentale, in questa visione socialista e liberale, è che non possano esistere due pesi e due misure per valutare le esigenze di sicurezza e la legittimità dei comportamenti, sia che si tratti di piccole che di grandi potenze. Proprio questo – la naturale esistenza di due pesi e due misure – sembra il convincimento di coloro che in casa nostra ritengono impensabile per l’Italia ogni posizione diversa dall’essere pedissequamente filo-questo o filo-quello, e che neanche trovano indecente che gli italiani si accapiglino tra di loro dividendosi lungo le stesse linee.

Ma è proprio il rifiuto dei due pesi e due misure da parte del governo italiano, e il rifiuto dell’ideologia servile da parte di quasi tutte le forze del penta partito, che emergono dalla storia di queste due settimane. Ed è perciò possibile dire, con un gioco di parole solo apparente, che il primo governo a guida socialista della storia d’Italia è stato, nella sua drammatica fase conclusiva, ispirato da una visione altamente liberale della irrinunciabile dignità che, alla pari con i massimi, medi e minimi protagonisti della vicenda mondiale, spetta al nostro Paese.

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