La necessità di rinnovamento politico per Tokyo

Tokyo è oggi uno dei centri economici più sviluppati a livello mondiale, detenendo il terzo posto per Pil e con un primato nel campo tecnologico ed informatico in continuo sviluppo. Tuttavia lo Stato giapponese è profondamente scosso da svariate situazioni di crisi interne, troppo spesso trascurate negli anni passati e oggi vicini alla soglia della criticità. Mentre la politica subisce gli effetti di una progressiva disaffezione da parte del proprio elettorato, dovuto ad un sistema partitico stantio e stanco, le sfide della modernità sembrano non trovare soluzione.

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Una generale complessità

Una delle difficoltà dell’attuale scenario giapponese, è la profonda interconnessione di equilibri tra i vari problemi presenti, il che rende le soluzioni più ardue da pianificare e con possibili ricadute, con effetto domino, in più campi. Né è esempio l’invecchiamento progressivo della popolazione e il suo collegamento col mercato del lavoro. Gli ultrasessantacinquenni formano il 30% del totale dei cittadini, mentre il tasso di fertilità di 1.4 figli per donna (il tasso per assicurare la crescita è di 2.1) fa regredire la generale presenza di giovani. Per cercare di rafforzare il tasso di fertilità e “svecchiare” la società, la sicurezza economica dei nuclei famigliari deve essere implementata, ma il mercato del lavoro soffre di una competitività molto accentuata, con pochi posti appetibili. Nel 2020 i giovani impiegati tra i 20 e i 34 anni si attestano a 15 milioni di unità a fronte di 14 milioni di lavoratori ultrasessantenni che occupano spesso i posti a tempo indeterminato, inibendone la re-immissione nel circuito lavorativo. Ciò ha favorito una crescita di impieghi a tempo determinato o part-time (non propriamente regolamentati e spesso al limite dello sfruttamento) spesso non sufficienti nel fornire una base economica adatta ad una famiglia; tenendo anche conto del fattore culturale che vede il posto di lavoro come un necessario fattore di autodeterminazione personale. Tuttavia, se si spingesse per una pensione anticipata per liberare posti di lavoro, sarebbero i servizi a soffrirne, poiché non si riuscirebbe a coprire in maniera adatta la totalità dei posti che si liberebbero (data anche la timida immigrazione) e conseguentemente si avrebbero crisi nelle pensioni, nel sistema sanitario, negli incentivi statali e così via.


Questo tipo di complessità capillari toccano numerose altre realtà: i privilegi della casta burocratica, la posizione di Tokyo nelle relazioni internazionali, la difesa nazionale e il trattato di mutua cooperazione con gli Stati Uniti per citarne alcune. Programmi mirati e riforme strutturali potrebbero rallentare finanche infine risolvere queste contingenze, ma per attuare efficacemente tali politiche, servono governi stabili e motivati, politici pro-attivi e adattivi, ma che sembrano mancare nello scenario partitico odierno.

Partiti e società

Il Partito Liberal Democratico (LDP) dalla sua fondazione nel 1955 è stato al governo per cinquantaquattro anni. Di stampo conservatore e tradizionalista, l’LDP, riuscì a radicarsi nelle comunità e sul territorio grazie a politiche “pork-barrel”, favorite dal un triumvirato tra burocrazia, politica e grandi industriali denominato “triangolo di ferro”, spesso palco di fenomeni di collusione e corruzione. Ma sebbene il partito si rese protagonista di innumerevoli scandali negli anni, questi furono sempre adombrati agli occhi dell’elettorato, grazie al benessere dell’ininterrotto miracolo economico giapponese.
Solo quando il miracolo cedette il posto alla crisi economica e la società divenne più moderna, l’LDP iniziò a perdere consensi. Il partito tremò alle urne nel 1996, ma subì la prima vera sconfitta elettorale solo nel 2009. In tali elezioni, l’opposizione guidata dal Partito Democratico (DPJ), sorprese gli analisti con un 42,41% delle preferenze ottenute rispetto al 26% dell’LDP. Il Seiken Kutai, il cambiamento del sistema politico, che molti avevano invocato, sembrava essere alle porte dopo decenni di monopartitismo de facto.


Ma le promesse elettorali del DPJ si rivelarono troppo ardite, spinte da un’hybris di cambiamento, furono disattese o solo parzialmente completate. A ciò si aggiunse una gestione criticabile della tripla crisi del 2011 (terremoto, tsunami e disastro di Fukushima) e il moltiplicarsi di scandali personali. Il risultato fu un crollo della fiducia popolare nella totalità dell’aula politica, riportando l’LDP al governo nel 2012 con un turn-out del 59% rispetto al 69% del 2009 (l’LDP ha poi mantenuto la direzione del paese da allora). 
L’elettorato giapponese, sebbene disilluso da questo sistema politico, non è apatico come nel passato e dalla fine degli anni novanta sono fioriti numerosi gruppi NPO e NGO, molto attivi sul territorio. Similmente l’attivismo politico è diventato più comune, come dimostrato dal crescente numero di proteste civili dal 1990 ad oggi. L’

odierno elettorato non si sente legato da un “dovuto” rispetto verso vecchi partiti come l’LDP e al contempo fatica a credere alle promesse dell’opposizione, che si è reso spesso colpevole delle stesse cose del quale accusa l’LDP. Ciò crea un vantaggio inutilizzato di una parte della popolazione attiva e interessata, ma che non ha leader politici al quale affidarsi.

Le conseguenze politiche della pandemia

Il periodo tra il 2019-2021 ha registrato perdite economiche a causa della pandemia, riprendendosi solo nell’ultimo trimestre del 2020. Con l’avvicinarsi delle elezioni a fine 2021, l’LDP dovrà dimostrare alla popolazione di aver gestito efficacemente la crisi e le sue conseguenze, ma con la soddisfazione verso le misure governative attestata al 18% e il tasso di approvazione al 34,2%, l’LDP potrebbe essere in una situazione di pericolo elettorale. Per quanto riguarda le opposizioni, il Partito Costituzionale Democratico (CDP) ha creato una coalizione con partiti minori (nominalmente il partito social-democratico e quello popolar-democratico) per cercare di scalzare l’LDP. Ma una coalizione è una difficile nave da condurre in porto, specialmente in un sistema dove le divisioni interne ai partiti sono stati spesso causa di grave instabilità. Entrambi i contendenti non hanno vantaggi assoluti, ma solo relativi, rendendo difficili previsioni sicure. Queste elezioni saranno significative per verificare se l’LDP, sebbene con indici di popolarità bassi, possa comunque contare ancora sul proprio elettorato più fedele, oppure, se le opposizioni riusciranno infine ad ottenere la fiducia di quella parte “silenziosa” della popolazione e ripetere l’evento del 2009, ponendo le basi per un riavvicinamento alla politica.

Una necessaria evoluzione

Indipendentemente dal risultato del 2021, il Giappone necessita di un’evoluzione partitica ed istituzionale per fronteggiare le numerose ed incombenti problematiche sociali, siano esse artificiali (e.g. corruzione e burocrazia) che naturali (e.g. invecchiamento e basso tasso di fertilità). Il partito conservatore sembra non riuscire a modernizzarsi, temendo che tale processo possa far perdere parte della propria fedele base elettorale, finanche la stessa essenza del partito. Le opposizioni sono invece spesso accomunate dal solo dissenso verso l’LDP e soffrono di una base elettorale indefinita, spesso dubbiosa e volubile.
Entrambe le situazioni sono inadatte per assicurare la risoluzione di problemi complessi.
Se il cambiamento non arriverà dai politici, gli elettori continueranno ad allontanarsi dai partiti e dalle loro strutture, ma non dalla politica. Tale trend infine risulterà in un crollodegli attori principali del sistema partitico tradizionale, dando spazio a nuove forze politiche, in uno scenario simile a quello italiano degli anni novanta quando caddero la Democrazia Cristiana e altri partiti storici, lasciando spazio a nuove voci politiche, specchio di una società mutata. Il Giappone non può permettersi di rimandare ancora tale cambiamento.