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La NATO parte per la luna: come l’Alleanza si muove nello spazio

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Lo scorso 22 ottobre, i ministri della Difesa degli stati membri all’Alleanza Atlantica hanno concordato di voler procedere all’istituzione di un centro NATO per lo spazio. Se inizialmente il centro avrà come compito prioritario quello di garantire l’osservazione e la sorveglianza degli assetti spaziali degli stati membri, in futuro la struttura dovrebbe assicurare il coordinamento delle operazioni militari della NATO nel dominio spaziale. L’Alleanza procede lungo lo stesso binario delle principali potenze militari del pianeta (Stati Uniti in testa) che, consapevoli di essere ormai dipendenti dai satelliti per condurre le loro operazioni, si sono accorti che quello extra-atmosferico non è più un luogo sicuro ma uno spazio dove le minacce proliferano in maniera crescente.

La road map della NATO per lo spazio

La decisione presa dai 30 ministri della Difesa dell’Alleanza è la naturale conseguenza di quanto avvenuto durante lo scorso anno. Nel giugno 2019, infatti, la NATO aveva approvato una nuova Space Policy – presentata dal Segretario Generale Jens Stoltenberg come il riconoscimento ufficiale, da parte dell’Alleanza, dell’importanza dei satelliti per una vastissima gamma di fondamentali operazioni militari, come le comunicazioni e la navigazione (il contenuto della policy, però, rimane classificato). In seguito, durante il summit di Londra di dicembre, i membri dell’Alleanza avevano riconosciuto lo spazio come un dominio operativo a tutti gli effetti (insieme ad aria, terra, mare e cyber).

Il riconoscimento del nuovo dominio operativo non è una mera questione formale: dichiarare quello extra atmosferico uno spazio di importanza pari agli altri già citati significa – oltre a rendere lo spazio suscettibile di attivazione dell’articolo 5 del Trattato, almeno potenzialmente – dare la possibilità alla NATO di rivolgere richieste di sviluppo di capacità e servizi afferenti all’ambito spaziale a tutti gli stati membri dell’Alleanza. Il futuro centro NATO per lo spazio avrà sede a Ramstein, in Germania, presso l’Allied Air Command NATO, vicinissimo al quartier generale dell’US Air Force in Europe, ovvero la più grande e importante base dell’aeronautica statunitense al di fuori del territorio a stelle e strisce, snodo logistico per le operazioni militari americane in Europa, Russia e Africa.

La costituzione del centro rappresenta dunque un punto di svolta importante nel processo di crescita della componente spaziale dell’Alleanza, una crescita che proseguirà il suo corso, con molta probabilità, con la creazione di un centro di eccellenza NATO (Centre of Excellence – CoE) per lo spazio, che potrebbe portare a venticinque il numero dei CoE all’interno alla struttura Atlantica. I CoE sono dei centri, coordinati dall’Allied Command Transformation ma finanziati e guidati dalle nazioni che li ospitano, aventi come compito principale quello di quello di produrre, sviluppare, sperimentare e validare nuovi concetti e procedure per l’Alleanza. Fungono dunque come una sorta di think tank per la NATO. Il CoE per lo spazio potrebbe essere istituito sempre in Germania, a Kalkar (Renania Settentrionale-Vestfalia), dove si trova già il Joint Air Power Competence Centre – una sorta di centro studi che ha come compito quello di fornire soluzioni alle sfide riguardanti il dominio aereo e spaziale – o a Tolosa, in Francia, dove si trova il Comando Francese per lo Spazio.

L’importanza dello spazio per l’Alleanza Atlantica: nuove sfide e nuovi attori

I recenti provvedimenti presi dagli stati membri sono in linea con quanto fatto dalle principali potenze del pianeta negli ultimi anni. In tutte le principali forze armate dell’Alleanza si registra una rinnovata attenzione per gli assetti spaziali, attenzione che deriva dal riconoscimento da parte dei vertici militari e politici della sempre maggior rilevanza dei satelliti nella condotta delle operazioni belliche. Nei moderni scenari operativi, i satelliti rendono possibile la grande maggioranza delle comunicazioni tra gli uomini, così come la disponibilità di immagini satellitari sempre aggiornate, la capacità di colpire un obiettivo posto a centinaia di chilometri con una precisione millimetrica, la possibilità di navigare conoscendo la propria posizione in tempo reale, la sorveglianza dello spazio extra atmosferico alla ricerca di potenziali razzi o missili nemici, solo per citarne alcune. Gli assetti spaziali offrono dunque un vantaggio molto importante alle forze armate che beneficiano dei loro servizi, fungendo da enabler per le operazioni più complesse, ma allo stesso tempo le rendono potenzialmente più vulnerabili.

Gran parte della dottrina, dei mezzi e delle armi dei moderni apparati militari sono realizzati in funzione di queste tecnologie, col risultato che le forze armate di oggi sono divenute quasi totalmente dipendenti da esse per poter condurre le loro operazioni. Un attacco condotto con successo contro uno o più satelliti adoperati dalla NATO potrebbe compromettere seriamente la capacità di difesa dell’Alleanza. Ecco dunque perché quest’ultima non può più restare a guardare: “La NATO non ha intenzione di portare armi nello spazio. Siamo un’alleanza difensiva”, ha detto il Segretario Generale al Summit NATO di Londra nel dicembre 2019, “ma dobbiamo assicurarci che le nostre missioni e le nostre operazioni ricevano sempre il supporto necessario alla loro condotta”.

Ad incrementare la sensibilità degli stati membri verso la componente spaziale è anche l’atteggiamento alquanto assertivo e minaccioso assunto da alcuni stati, in particolare Russia, Cina e India. Il trattato sullo spazio extra-atmosferico firmato da USA e URSS nel 1967, allargato poi ad altri 27 stati, pone il divieto di posizionare armi nucleari nello spazio, di rivendicare risorse presenti nello spazio, di usare lo spazio per effettuare dei test su armi, di condurvi manovre militari, di stabilirvi delle installazioni o delle basi militari. Non vieta, tuttavia, di condurre attività militari nello spazio, né vieta l’istituzione di forze armate spaziali, così come non vieta di portare ami convenzionali al di fuori dell’atmosfera: il trattato, in sostanza, non regola in maniera chiara ed efficace le moderne attività militari condotte nello spazio. Parliamo delle Anti Satellite Weapon (ASAT), armi in grado di distruggere o comunque rendere inutilizzabile un satellite nemico. Ad oggi, solamente gli Stati Uniti, la Russia, l’India e la Cina hanno dimostrato di essere in grado di operare con armi di questo tipo.

Come si muovono gli alleati

Gli Stati Uniti sono il paese che si è mosso più velocemente: il 20 dicembre dello scorso anno il presidente Trump ha annunciato la creazione di una sesta forza armata, la United States Space Force (USSF), per la quale per il solo 2021 sono previsti 15,4 miliardi di dollari. Il solo fatto che nel 2020 ci siano stati più aspiranti ufficiali nella USSF che nell’USAF dimostra quanta importanza i vertici militari americani assegnino al dominio operativo spaziale.

La Francia è forse l’alleato europeo che si è mosso con maggiore anticipo nel Vecchio continente. Quest’anno, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha stabilito che l’aeronautica francese avrebbe da quel momento cambiato nome, diventando l’Armée de l’Air et de l’Espace, sottolineando dunque l’importanza che lo stato rivolge alla dimensione spaziale. Inoltre, la Francia ha istituito, prima di tutti in Europa, un Commandement de l’Espace, il quale è oggi responsabile della concezione e della messa in atto della politica spaziale militare di Parigi. Il ministro della Difesa, Florence Parly, ha anche affermato che, da qui al 2025, il suo ministero assegnerà fino a 4,3 miliardi di euro per la componente spaziale.

Il Regno Unito sta procedendo con la creazione di alcuni elementi necessari per supportare in futuro il processo decisionale per ciò che riguarda la dimensione spaziale. L’intenzione è quella di istituire un National Space Council, incaricato di stabilire le linee d’indirizzo della politica spaziale del Regno Unito, e di redigere una Space Strategy. Ad oggi, Londra ha creato all’interno del Ministero della Difesa un Director Space, incaricato di guidare il ministro della difesa nella redazione della sua politica spaziale e sviluppare per esso una strategia coerente da poter seguire nell’ambito del nuovo dominio.

La Germania, invece, ha istituito lo scorso settembre l’Air and Space Operations Centre (ASOC), con la quale Berlino si è dotata di un’istituzione in grado di poter gestire e coordinare lo sforzo delle diverse strutture e capacità in seno all’aeronautica tedesca aventi a che fare con la dimensione spaziale, come il Zentrums Luftoperationen, l’Operationszentrale der Luftwaffe, l’Air Intelligence Center. Nonostante ciò non si parla di comando spaziale né tantomeno di forze armate spaziali.

Vediamo infine come si è mossa Roma. L’Italia nello scorso anno ha pubblicato la Strategia Nazionale di Sicurezza per lo spazio, con la quale il paese delinea la nostra posizione nella dimensione spaziale. Il capo di stato maggiore della Difesa ha poi istituito un Ufficio Generale Spazio, direttamente alle sue dipendenze, che dovrà definire la strategia spaziale e in futuro predisporre tutto il necessario per procedere con l’istituzione del Comando interforze Operazioni Spaziali.

Dopo il riconoscimento da parte dell’Alleanza della dimensione spaziale come dominio operativo a sé stante, l’istituzione di un centro dedicato unicamente allo spazio – oltre a evidenziare, ancora una volta, l’accresciuta sensibilità da parte di tutte le forze armate più moderne del globo nei confronti di questo elemento – segnala ufficialmente la ferma volontà della NATO di dotarsi di strumenti adatti ad affrontare quelle che saranno, in un futuro sempre più vicino, le minacce capaci di insidiare gli assetti critici dei paesi membri al di fuori dell’atmosfera.

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