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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaGSM NATO 2024: le origini dell'instabilità mediterranea

GSM NATO 2024: le origini dell’instabilità mediterranea

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Il Concetto Strategico 2022 denuncia la profonda relazione che intercorre tra il ritorno alla competizione strategica tra grandi potenze, l’instabilità pervasiva che avvolge l’intero arco delle frontiere della NATO e i numerosi eventi-shock – capaci di alterare gli equilibri internazionali – che si sono verificati negli ultimi anni (NATO, 20221; Natalizia & Termine, 20232). L’escalation di violenza innescata dalla strage del 7 ottobre 2023 non solo ha confermato la correttezza di queste previsioni, ma ha contribuito anche a ridestare nell’opinione pubblica la giusta attenzione sull’instabilità che, già da tempo, colpisce l’area definita dall’Italia “Mediterraneo allargato” e, di conseguenza, sulle minacce di cui essa è foriera per l’Alleanza Atlantica. Alle origini di tale fenomeno è possibile individuare due diverse condizioni che, a partire dagli anni Dieci, si sono mutuamente rafforzate prospettando una serie di opportunità inedite per grandi e medie potenze che si fossero dimostrate in grado di sfruttarle. La prima è un “vuoto” di potere esterno, generato dal progressivo ribilanciamento strategico degli Stati Uniti verso Oriente. La seconda condizione è un “vuoto” di potere interno, relativo alla crescente fragilità domestica che affligge numerosi Stati del Mediterraneo allargato.

Capitolo originariamente pubblicato nell’ultimo Approfondimento “La NATO nel Mediterraneo Allargato”, curato dal Centro Studi Geopolitica.info per l’Osservatorio di Politica Internazionale di Parlamento e MAECI. I contenuti del presente contributo riflettono le opinioni dei soli autori.

Il ribilanciamento strategico degli Stati Uniti verso Oriente

Nei primi due decenni del post-Guerra fredda, gli Stati Uniti hanno guidato la comunità internazionale senza risultare soggetti a vincoli particolarmente costrittivi, ragion per cui hanno scelto di adottare una postura di deep engagement nei confronti degli affari internazionali (White House, 19943; 20024) mettendo in pratica il principio della “nazione indispensabile” (Albright, 19985). Negli anni Novanta, il suo portato principale nel Mediterraneo allargato è stato l’attivismo per la stabilità della regione, in funzione della quale Washington ha sostenuto l’integrazione economica e la cooperazione regionale in Medio Oriente e Nord Africa, realizzato una politica di double containment contro Iran e Iraq e continuato a lavorare alla risoluzione sia della questione israelo-palestinese che di quella arabo-israeliana (Baldelli et al., 20226; Wulzer, 20227). Dopo l’11 settembre 2001, l’impegno americano all’interno del cosiddetto “Grande Medio Oriente” è stato elevato di grado, assumendo le sembianze di un vero e proprio sforzo prometeico. Alle operazioni militari condotte nell’ambito della global war on terror in Afghanistan contro i talebani e al-Qaeda (2001) e in Iraq contro il regime di Saddam Hussein (2003), infatti, è stato affiancato un nuovo tentativo diplomatico di superare lo stallo nella questione israelo-palestinese e un progetto di trasformazione democratica della regione (Natalizia, 20218; Wulzer, 20229). Tra la fine della presidenza di George W. Bush e il primo mandato di Barack Obama, tuttavia, negli Stati Uniti si è cominciato a discutere apertamente delle scelte da compiere per evitare di perdere la leadership globale in favore delle potenze emergenti. Ad alimentare il dibattito sul ripensamento della grand strategy americana, che rischiava di diventare sia politicamente che economicamente insostenibile nelle forme precedentemente assunte, ha contribuito il materializzarsi di una serie di fenomeni più o meno inaspettati. Tra questi, la crisi finanziaria del 2007-2008, il declino relativo della centralità economica mondiale degli Stati Uniti e la contestuale crescita di quella della Repubblica Popolare Cinese (RPC), la capacità attrattiva di formati di cooperazione alternativi a quelli occidentali come il gruppo BRICS e la Belt and Road Initiative, il sostanziale fallimento delle missioni in Afghanistan e Iraq e la parziale perdita di fascino del modello liberal-democratico di cui l’America rappresenta tradizionalmente il Paese simbolo. Tali mutamenti hanno indotto Washington a ridefinire gradualmente la sua strategia globale intorno a tre nuovi pilastri, condivisi dalle amministrazioni Obama, Trump e Biden (White House, 201010; 201711; 202212), tutti funzionali a scongiurare un pericoloso disallineamento tra impegni assunti e risorse disponibili. Il primo è la volontà di canalizzare preferenzialmente sforzi e risorse verso l’Indo Pacifico (Pivot to Asia). Questa regione, infatti, è trasversalmente considerata “strategica” – quindi decisiva – per gli equilibri internazionali, assistendo al maggiore incremento in termini demografici (INED, 202413), produttivi (World Bank, 202414) e di spesa militare (SIPRI, 202315) ed essendo quella dove insiste direttamente il principale competitor del primato americano, la Cina.

Il secondo pilastro implica la richiesta agli alleati e ai partner, soprattutto a coloro i cui interessi sono più in linea con quelli degli Stati Uniti, di assumersi maggiori responsabilità (burden sharing) per la sicurezza delle regioni a cui appartengono e che, all’interno dell’Alleanza Atlantica, è stata tradotta in una richiesta di un aumento nelle “3C”: cash, capabilities, contributions. Il terzo pilastro, infine, è da ricercarsi nel tentativo di Washington di tagliare – più o meno gradualmente – gli impegni non più considerati vitali (retrenchment). Tra questi figurano anche quelli assunti nel Mediterraneo allargato, dove gli interessi americani non sono stati più definiti «strategici» ma solo «importanti», anche in riferimento all’area del Medio Oriente che tanto li aveva impegnati nella fase precedente (White House, 201016). Alla luce del mutato approccio strategico, quindi, gli Stati Uniti hanno compiuto nell’area una serie di scelte, in controtendenza a quanto fatto prima. In Egitto e Tunisia hanno preferito assumere una posizione passiva di fronte alle primavere arabe (2011), senza schierarsi apertamente – almeno fin quando la situazione era in divenire – a sostegno dei regimi locali o dei rivoltosi. In Libia, hanno scelto di appoggiare l’iniziativa anglo-francese sostenendo al Consiglio di sicurezza dell’ONU la risoluzione 1973 che autorizzava l’intervento contro il regime di Muhammar Gheddafi (2011), ma escludeva l’opzione dei boots on the ground, lasciando così inevaso il problema del post-conflitto. In Iraq, hanno completato il passaggio di tutti i poteri alle autorità di Baghdad e il ritiro dei contingenti militari stranieri dal Paese (2011). In Afghanistan, hanno avviato una progressiva diminuzione della loro presenza militare (2011), per poi siglare gli Accordi di Doha con i talebani (2020) e concludervi il ritiro delle Forze armate (2021). In Siria, nonostante la “linea rossa” posta sul ricorso alle armi chimiche (2012), hanno deciso comunque di non intervenire dopo il suo superamento da parte regime di Bashar al-Assad (2013), preferendo sostenere sul campo le milizie ribelli non apertamente ostili all’Occidente. In Yemen, gli Stati Uniti si sono limitati ad appoggiare esternamente il governo legittimo e l’azione della coalizione a guida saudita nella guerra civile, mentre sono intervenuti solo quando gli Houthi hanno attentato alla libertà di navigazione con le operazioni Prosperity Guardian (2023) e Poseidon Archer (2024). Hanno, infine, individuato nella normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Stati arabi la questione dirimente per la stabilizzazione dell’area, derubricando la questione israelo-palestinese. L’adozione di questa prospettiva è stata alla base del trasferimento dell’Ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme (2018) e del sostegno offerto alla sigla degli Accordi di Abramo (2020), la cui più importante evoluzione – rinviata sine die dopo il 7 ottobre – avrebbe potuto riguardare il riconoscimento tra Israele ed Arabia Saudita (Natalizia, 202117; Baldelli & Tosti Di Stefano, 202218).

La fragilità domestica degli Stati del Mediterraneo allargato

Il secondo “vuoto” alla base dell’instabilità del Mediterraneo allargato è costituito dalla crescente “fragilità” interna di numerosi Stati dell’area, che trova tra i suoi principali indicatori: a) la perdita di controllo del territorio da parte del governo; b) l’erosione della legittimità delle autorità politiche; c) l’incapacità dello Stato nel fornire servizi pubblici ai propri cittadini; d) la sua inefficacia nell’interazione con gli altri Stati nella dimensione internazionale (Brock et al., 201319). Tradizionalmente, tale condizione è stata reputata dall’Alleanza come un incubatore per la nascita e il consolidamento di organizzazioni non-statuali di tipo criminale e/o terroristico e, come tale, trattata nei primi due Concetti Strategici del post-Guerra fredda (NATO, 199920; 201021). Nell’ultimo decennio, tuttavia, è apparso sempre più chiaro come la fragilità statale sia altresì divenuta un elemento attrattivo per grandi e medie potenze revisioniste che, in cambio di sostegno militare e/o economico o di una qualche forma di legittimazione fornita ai governanti di questi Paesi, ottengono la possibilità di disporre di propri asset in loco (personale militare, basi, avamposti, ecc.) da utilizzare come strumenti di pressione o per proiettare potenza contro i membri dell’Alleanza Atlantica. Tale dinamica è stata posta in rilievo nel nuovo Concetto Strategico dove si evidenzia – con particolare riferimento alle aree del Medio Oriente, Nord Africa e del Sahel – come la fragilità statale non solo costituisca un terreno fertile per la proliferazione del terrorismo jihadista e della criminalità organizzata, ma anche per «interferenze destabilizzanti e coercitive da parte di concorrenti strategici» dell’Alleanza (NATO, 202222). In tal senso, alcuni casi nel Mediterraneo Allargato risultano particolarmente emblematici. Per quanto riguarda il Nord Africa, la Libia (che dopo la guerra civile del 2014-2020 si posiziona ormai al 17° posto su un totale di 179 Paesi in termini di fragilità statale, The Fund for Peace, 2023), è altamente permeabile all’interferenza di potenze straniere. Tra queste la Russia che, dal 2019, schiera unità PMC Wagner a supporto delle forze del Maresciallo Haftar. Negli ultimi anni, Mosca ha mostrato una crescente volontà di utilizzare la Libia come un “trampolino di lancio” per accrescere la propria influenza nella regione e come porta di accesso tanto all’Africa subsahariana quanto al bacino Mediterraneo. A quest’ultimo proposito, il Cremlino starebbe negoziando con Haftar la possibilità di utilizzare alcuni porti della Cirenaica come base di appoggio navale per la flotta russa, il che porterebbe a tre (insieme a Tartus e Latakia in Siria) il numero di infrastrutture militari a disposizione della Russia nel Mediterraneo (Winer, 202423). Per quanto riguarda il Sahel, qui crisi economica, insicurezza alimentare, emergenze climatiche, faide interetniche e proliferazione di attività terroristico/criminali si intersecano con ulteriori fattori di destabilizzazione, come la recente “epidemia” di colpi di Stato militari. Mutamenti istituzionali che hanno fatto leva ed alimentato, a loro volta, un già diffuso sentimento anti-occidentale e, in particolare, anti-francese, rinfocolato da un’accorta propaganda russa si sono verificati soprattutto in Mali, Burkina Faso e Niger.

Nell’ultimo biennio, le giunte al potere in questi tre Paesi hanno progressivamente revocato partenariati di sicurezza in essere con la Francia, l’Unione europea e gli Stati Uniti, mentre la Russia sta lavorando per consolidare le partnership securitarie con i regimi golpisti (Millon, 202424). Altro caso rilevante è quello del Sudan. Il Paese è dilaniato dall’aprile 2023 da una guerra civile che vede contrapporsi il governo di transizione guidato da Abdel Fattah alBurhan, capo della Sudanese Armed Forces (SAF), e le milizie paramilitari Rapid Support Forces (RSF) del Generale Mohamed “Hemedti” Dagalo. Dall’inizio delle ostilità, la Russia ha garantito il proprio supporto alle RSF per garantirsi la possibilità di accedere alle miniere d’oro sudanesi e alle infrastrutture portuali sul Mar Rosso. Negli ultimi mesi, inoltre, nel caos sudanese ha fatto ingresso anche l’Iran, riallacciando i rapporti con le forze di al-Burhan attraverso la fornitura di droni. Sebbene non si possa ancora considerare Teheran come un attore primario nella guerra al pari di altre potenze regionali coinvolte nella crisi, nondimeno gli iraniani sarebbero intenzionati a rafforzare la propria proiezione militare nel Mar Rosso tramite l’accesso ai porti del Sudan orientale ed il rifornimento/addestramento di milizie locali, replicando così dinamiche già osservate in Siria, Libano, Iraq e Yemen (Elhag, 202425). Continua a rappresentare un fattore non eludibile, infine, la presenza della Cina, non solo in termini di esercizio di soft power economico, ma anche di diplomazia culturale. La sua proiezione, che cavalca a sua volta i sentimenti anti-occidentali, ha finito per alimentare la fragilità statale del continente africano traducendosi nella cd. “trappola del debito” (Obe, 202226). A ciò si affianca la meno articolata, ma nondimeno da monitorare, proiezione marittima di Pechino nel Continente. Dal 2017, questa possiede una propria base a Gibuti, nel Corno d’Africa – strategicamente posizionata all’ingresso del Mar Rosso – e, secondo recenti indiscrezioni trapelate da fonti statunitensi, mirerebbe a stanziare una presenza militare navale in Africa centro-occidentale, nel Gabon e/o in Guinea Equatoriale (Vines et al., 202427). È proprio sul fronte del Mar Rosso e, in particolare, dello Yemen – afflitto da una decennale guerra civile e secondo solo alla Somalia nel Fragile State Index 2023 – che emerge plasticamente, oggi, come il connubio tra fragilità statale e supporto ad attori non statali da parte di potenze ostili alla NATO costituisca una minaccia diretta per i Paesi dell’Alleanza. La recente ondata di attacchi dei ribelli yemeniti Houthi, sostenuti dall’Iran, a imbarcazioni nel Mar Rosso – crocevia del 12% del commercio globale e del 40% del commercio tra Asia ed Europa – ha prodotto, nei primi due mesi del 2024, una diminuzione del 50% dei transiti commerciali tramite il Canale di Suez, con un contestuale aumento del 74% dei traffici intorno al Capo di Buona Speranza (IMFPortWatch, 202428). Circostanze che, come evidenziato lo scorso febbraio dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, presentano gravi rischi per il commercio e la libera navigazione in ottica NATO su due fronti interconnessi. Tali attacchi mirati al traffico occidentale, in primo luogo, escludono deliberatamente imbarcazioni russe e cinesi, con potenziali ripercussioni in termini di «squilibrio competitivo» a detrimento delle economie occidentali e favorevoli ad accrescere l’influenza di Mosca o Pechino in aree dove prima questa era debole o assente. Il deteriorarsi della sicurezza nel Mar Rosso, in secondo luogo, potrebbe determinare una “periferizzazione” strategica dei porti del Mediterraneo, con conseguenze significative sull’economia europea e, soprattutto, dei Paesi della sponda Sud come l’Italia (Crosetto, 202429). Sempre sul fronte mediorientale, infine, particolarmente preoccupante risulta il caso del Libano, dove i protratti scontri al confine tra il proxy iraniano Hezbollah e le forze israeliane all’indomani del 7 ottobre, hanno acuito una situazione di pregressa instabilità dettata da una profonda crisi economico-finanziaria e un’alta polarizzazione sociopolitica. Condizioni che, come è apparso evidente, hanno aperto ulteriori spazi di manovra per attori esterni – già tradizionalmente influenti nel Paese – in ottica contraria agli interessi dell’Alleanza Atlantica e alla stabilità del Mediterraneo Allargato.

Conclusioni

A differenza di quanto sta avvenendo sia nell’Indo-Pacifico che nello Spazio postsovietico, la cui instabilità discende direttamente dal confronto tra le grandi potenze con interessi confliggenti che insistono in queste regioni (RPC o Russia da un lato, Stati Uniti e i loro alleati dall’altro), nel Mediterraneo allargato l’origine dell’instabilità va ricercata piuttosto nella compresenza di due tipi di “vuoti” politici distinti ma legati da una relazione sinergica. Da un lato, il graduale ribilanciamento strategico degli Stati Uniti verso Oriente, che li ha indotti a rinunciare parzialmente al loro ruolo di security provider nel Mediterraneo allargato e cercare la responsabilizzazione di alleati e partner in tal senso. Dall’altro, la fragilità di numerosi Stati dell’area, che non è stata sfruttata solo da organizzazioni non-statuali di stampo criminale o terrorista, ma anche da grandi e medie potenze ostili all’Alleanza Atlantica. Cosa può fare la NATO per far fronte a tali minacce? Anzitutto, deve agire come fattore di stabilizzazione – contro grandi e medie potenze revisioniste, così come contro organizzazioni terroristiche o criminali – non solo in Europa, ma in tutte le sue “periferie”. È per questo che i membri dell’Alleanza più sensibili alle sfide provenienti dal “Mediterraneo allargato”, Italia in primis, dovrebbero promuovere l’adozione di tale concetto in sede NATO, evidenziando come da quest’area – vero e proprio continuum geopolitico e geo-economico che si estende al di là del tradizionale perimetro del cd. “Fianco sud” o “vicinato meridionale” – dipenda in maniera cruciale la sicurezza dell’Alleanza. In secondo luogo, la NATO dovrebbe garantire l’attivazione dei programmi di Defence and Related Security Capacity Building (DCB) pensati per migliorare le capacità di difesa e sicurezza dei partner, a tutti i Paesi like-minded che ne facciano richiesta. Gli alleati, inoltre, dovrebbero investire maggiormente sul task della sicurezza cooperativa con gli Stati del Mediterraneo allargato, rilanciando i formati già attivi al suo interno, come il Mediterranean Dialogue (MD) e l’Istanbul Cooperation Initiative (ICI). La NATO, infine, dovrebbe rafforzare la comprensione delle dinamiche del fianco sud e il dialogo politico con gli Stati dell’area potenziando le attività della Strategic Direction South HUB di Napoli, favorendo la partecipazione dei membri dell’MD e dell’ICI nei summit annuali della NATO e, in prospettiva, lavorando all’istituzione della figura di un inviato speciale della NATO per il Mediterraneo allargato.

Concetti chiave

  • L’instabilità del Mediterraneo allargato trova le sue condizioni permissive a) nel progressivo ribilanciamento strategico americano verso Oriente e b) nella fragilità statale che colpisce numerosi Paesi che popolano la regione;
  • Tale scenario ha favorito il radicamento del potere di organizzazioni non-statuali di natura criminale e/o terroristica, così come una spirale competitiva tra le potenze della regione che aspirano a esercitarvi un primato e l’aumento dell’influenza di Cina e Russia al suo interno;
  • Per contribuire al ripristino della stabilità e della sicurezza nel Mediterraneo allargato, la NATO dovrebbe, anzitutto, internalizzare tale concetto e, in quest’ottica, garantire l’attivazione dei programmi di Defence and Related Security Capacity Building agli Stati che ne fanno richiesta, rilanciare il task della sicurezza cooperativa con i Paesi partner della regione e lavorare all’istituzione della figura di un suo inviato speciale per l’area.

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