La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

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1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info