La morte di Al Baghdadi: quale futuro per lo Stato Islamico?

La morte del Califfo – È morto il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Ad annunciarlo ufficialmente, dopo che si sono rincorse le voci nel corso delle ultime 24 ore, è stato Donald Trump nel corso di una conferenza stampa tenuta alle 9 di questa mattina ora statunitense. Il raid nel compound nella Siria nordoccidentale dove era tenuto nascosto il leader dello Stato Islamico è avvenuto dopo che gli Stati Uniti hanno raccolto informazioni da diverse fonti. Tra queste, è risultato di cruciale importanza il ruolo dei curdi. Il presidente statunitense ha però tenuto a precisare il contributo della Russia, della Siria, dell’Iraq e della Turchia, rimarcando quanto prioritario sia stato quest’obiettivo fin dal primo giorno della sua amministrazione.

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La morte del Califfo era stata data per certa diverse volte, soprattutto da parte russa. L’apparizione più recente è dello scorso aprile, quando si mostrò in un video messaggio che invocava alla guerra senza limiti e con obiettivi differenti rispetto a prima, inaugurando una seconda fase nella vita dello stesso Stato Islamico. Con la sua morte, oggi, se ne apre una terza, perché lo Stato Islamico non smetterà di vivere con la fine del suo leader.

Le origini del Califfato – Baghdadi si era proclamato il Califfo dello Stato Islamico nel luglio del 2014, quando apparve nel primo video-messaggio nella gran moschea di Mosul. Da quel momento l’Isis si era radicato territorialmente assumendo a tutti gli effetti il controllo su parti imponenti di territorio tra l’Iraq – dove era inizialmente sorto surclassando anche Al Qaeda – e la Siria, sfruttando a proprio favore la crisi politica interna in entrambi i paesi. Dopo questa prima definizione territoriale, l’espansione dell’organizzazione ha fatto sì che il nome sia cambiato fino al definitivo Stato Islamico (IS), laddove era scomparsa ogni traccia di riferimento geografico ben preciso assumendo un carattere globale.

Una geografia globale – Gli attentati avvenuti nell’arco di questi anni configurano infatti una geografia realmente globale del Califfato, che non tiene conto dell’appartenenza nazionale ma unicamente di quella religiosa, secondo l’impostazione più radicale della lettura del Corano. L’efferatezza delle immagini pervenute fino a noi riguardava certo la lotta contro l’Occidente e lo stile di vita secolarizzato e distante, ai loro occhi, dall’Islam, ma anche l’idea di una lotta senza quartiere.

È per questo che risulta del tutto inopportuna l’insistenza dei media occidentali nell’attenuare la dicitura di Stato Islamico anteponendo “cosiddetto”, “autoproclamato”, “sedicente” e così via. Il Califfo ha di fatto guidato uno Stato Islamico, che ha senso di esistere in quanto tale e non come Stato di impostazione westphaliana.

I ruoli del Califfo – L’Isis è certamente una organizzazione verticistica che si basa molto sulla legittimità del proprio punto di riferimento politico e religioso. Nellateologia politica” musulmana, secondo le interpretazioni fornite da illustri studiosi nel corso degli ultimi anni, il Califfo riveste storicamente una duplice funzione: egli ha una responsabilità politica e religiosa al tempo stesso. Deve amministrare il territorio sotto la sua giurisdizione, deve supervisionare il controllo del territorio e delle sue suddivisioni amministrative, ha la responsabilità ultima dei suoi sottoposti e gestisce il sistema di tassazione interna. Religiosamente, ha il compito di allargare l’orizzonte musulmano, tentando di inglobare le parti di globo terrestre che non sono sotto la sua amministrazione, persegue il jihad e deve provare ad estendere il dar al-Islam ai discapito del dar al-harb. È la duplice funzione che Baghdadi ha rivestito dal luglio del 2014 ad oggi, determinando una geografia dell’incertezza che ha scardinato i confini geopolitici del Medio Oriente, sebbene per un periodo limitato.

Che cosa avverrà – La domanda che si pone ora è: la morte del Califfo corrisponde davvero alla conclusione dell’esistenza dello Stato Islamico? Molti media occidentali avevano già dato per chiusa l’esperienza dell’Isis, quando nel marzo scorso era terminata la sua presenza territoriale con la battaglia di Baghouz. Il successivo video-messaggio ad opera proprio di al Baghdadi aveva il senso di ribadire la vitalità del Califfato e la saldezza della sua leadership nell’organizzazione e nel mondo radicale salafita.
Certamente, l’operazione condotta dagli Usa e portata a termine rappresenta un colpo importante inferto all’Isis, ma bisogna considerare la tenuta anche negli ultimi mesi, quando ha mostrato la sua drammatica vitalità con attentati che hanno colpito l’estremo oriente e l’Occidente.

La terza fase dell’Isis – Nell’analisi dell’attuale scenario vanno presi in considerazione sia il ruolo che al Baghdadi ha avuto sino ad oggi sia la capacità dell’Isis di rigenerarsi, trovando nuove vie per perseguire il jihad e per tentare di accentrare su di sé le energie jihadiste nel mondo.

Con la morte di Baghdadi sembra aprirsi una terza fase dello Stato Islamico, dopo la seconda cominciata proprio con la chiusura dell’esperienza territoriale e con l’ultimo video-messaggio del Califfato. In questa nuova condizione sarà di cruciale importanza quanto avverrà sul territorio tra la Siria e l’Iraq. La tenuta del paese di Assad nello scacchiere mediorientale è di cruciale importanza, soprattutto dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi. In quello che diventerà un Medio Oriente post-americano, com’è stato recentemente definito da Foreign Affairs, non si affaccia solo la crisi turco-siriana ma anche il nuovo ruolo che gli affiliati allo Stato Islamico interpreteranno per tenere viva la più temuta organizzazione jihadista del mondo.

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