La morte di al-Baghdadi e le similitudini tra Obama e Trump

La notizia della morte di Abu Bakr al-Baghdadi è stata annunciata in conferenza stampa da Donald Trump. Al netto dei contorni dell’operazione realizzata nella Siria nord-occidentale ai danni dell’ISIS, «la più spietata e violenta organizzazione terroristica in tutto il mondo», cosa ha voluto realmente comunicare il presidente americano?

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Retrenchment dal Medio Oriente?

Il primo messaggio riguarda il Medio Oriente. Quello che era l’obiettivo prioritario per la sicurezza nazionale americana – «la cattura o l’uccisione» del califfo – è stato conseguito. Pertanto, la decisione di ritirare le truppe dalla Siria, che solo qualche settimana fa aveva destato tanto clamore, diventa ora pienamente legittima e apre le porte a scenari inediti in un quadrante che la Casa Bianca non considera più vitale per la sicurezza nazionale americana. La tempistica dell’uccisione del «fondatore e leader» dello Stato islamico, d’altronde, non può far pensare a una fortuita combinazione di eventi, ma a una scelta ben mirata. La relazione tra i due eventi appare molto simile a quella tra l’uccisione di Osama bin-Laden nel 2011 e la successiva fine della guerra in Iraq proclamata da Barack Obama. Né l’una, né l’altra missione erano più sostenibili dagli Stati Uniti e da presidenti che avevano ugualmente promesso in campagna elettorale di occuparsi di più delle questioni interne del Paese. Così come né l’una, né l’altra missione potevano concludersi con un ritiro dal sapore di sconfitta come avvenuto nel 1975 in Vietnam. L’eliminazione dei due più pericolosi terroristi del XXI secolo, quindi, ha agevolato sia Obama che Trump a rendere legittima una strategia di retrenchment funzionale alla ricollocazione delle risorse che il Paese è disposto a investire all’estero solo in quadranti strategici cruciali per la sicurezza nazionale americana.

Leading from behind

Il secondo messaggio, invece, è rivolto all’Europa. Trump ha ringraziato una serie di attori – tra cui russi, turchi, siriani e curdi – per il sostegno assicurato alla missione, mentre ha ricordato come a proposito del rimpatrio dei foreign fighters i Paesi europei siano stati «una grande delusione». Ha così ricordato che gli Stati Uniti sono alla ricerca di alleati che condividano i loro stessi interessi – o interessi simili – ma che siano al contempo disponibili ad assumere maggiori responsabilità in vista del loro conseguimento. Si tratta, in altre parole, di quella strategia del leading from behind inaugurata da Obama. Pur mantenendo fermo l’obiettivo della preservazione della leadership americana, questa postula che possa essere raggiunto anche diminuendo l’impegno globale del Paese. L’insofferenza americana per la mancata disponibilità degli europei di farsi carico di parte del “fardello” dell’ordine liberale fu manifestata anche da Obama che, in una – poco ricordata – intervista sulla rivista su The Atlantic rilasciata alla fine del suo secondo mandato, definì «scrocconi» gli alleati del Vecchio Continente.

Unica superpotenza

Il terzo messaggio, infine, è rivolto a quegli Stati che, nella National Security Strategy del 2017, Trump ha definito «revisionisti». Tagliando la testa all’ISIS, il governo americano ha ribadito come anche se l’America ha deciso di fare un passo indietro rispetto a quel deep engagement che aveva contraddistinto le Amministrazioni Clinton e Bush, essa resta comunque l’unico attore capace di proiettare potenza globalmente e a risultare ovunque decisivo. Così, d’altronde, aveva fatto anche Obama che, di fronte all’inefficienza militare del Regno Unito e della Francia al precipitare degli eventi in Libia nel 2011, scelse di intervenire per tirare fuori dall’impaccio i suoi alleati. Entrambi, sebbene all’interno di contesti diversi, hanno ricordato così ai potenziali avversari che per quanto possano fare passi in avanti in alcune dimensioni significative del potere internazionale, in quella militare gli Stati Uniti detengono ancora un vero e proprio strapotere.

 

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