La mela rossa della Patria Blu

La riapertura di Santa Sofia alla preghiera islamica ha rappresentato un’ulteriore e decisiva mossa della partita che il Governo turco sta giocando sullo scacchiere mondiale ed ha molto a che fare con le pretese turche nel Mediterraneo ed in Africa. Il cristianesimo ortodosso ha definito la decisione tanto significativa da poter guastare le relazioni fra il mondo cristiano ed il governo di Ankara. Quest’ultimo non teme questa inimicizia. Può averne bisogno per il successo del proprio modello politico culturale e per massimizzare l’effetto di coesione nazionale in vista del centenario della repubblica e di possibili referenda. Il panorama politico turco mostra competitori politici poco pronti a contrastare l’ennesima offensiva culturale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), stavolta indirizzato a portare a termine la partita del centenario. Il centro della questione e l’identità dello Stato e la necessità di portarla a identificarsi nell’ ideologia di partito, per permettere alla macchina statale di affrontare in modo efficace le questioni chiave del secolo presente, che si vuole essere della “nuova Turchia”, quali la definitiva armonizzazione fra le posizioni eurasianiste e quelle del Partito, decidere le sorti dei nazionalisti ed il nuovo ruolo della repubblica nel Mediterraneo allargato

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Il pregresso

Il Governo ottomano aveva per secoli garantito che le diverse confessioni presenti al suo interno si autoregolamentassero, costituendo comunità autonome in conformità al diritto islamico. L’ Impero aveva poi riformato sé stesso attraverso un drastico ed importantissimo processo trasformativo che, nel giro di quaranta anni, aveva demolito le basi del pluralismo giuridico di matrice islamica e costruito lo Stato nel senso di collettività fondata sul consenso e sull’eguaglianza sociale. Con la repubblica, gli scambi di popolazione e la policy assimilazionista dello Stato erano valsi a modellare un Paese etnicamente e linguisticamente omogeneo. I Turchi avevano assunto la funzione economico-sociale di tessuto connettivo commerciale con l’Europa che prima apparteneva alle minoranze cristiane, creando una società diversa da quella dell’Impero. Il nazionalismo, inesistente prima delle riforme, divenne uno dei fondamenti del diritto pubblico e delle politiche dello Stato-Nazione, mentre la Turchia tentava di recidere ogni riferimento alla sua storia pregressa e di costruire un’identità progressista e laica nell’ambito dell’Occidente. Dopo tre anni di guerra civile la giovane repubblica aveva necessità (e fretta) di definire i suoi limiti territoriali e di garantire quella pace ai confini necessaria al suo sviluppo. Nel 1923 la cosa fu pienamente compresa dal Governo greco, che aveva tutto l’interesse ad accettare i nuovi confini della Turchia e a ritenersi soddisfatto dell’attribuzione delle isole dell’Egeo. Nel 1930 E. Venizelos propose M. K. Atatürk per il Premio Nobel, nel 1936 la Convenzione di Montreux soddisfò le pretese greche (e britanniche, e russe) di garantire libera circolazione delle merci dal Mar Nero al Mediterraneo, permettendo ad Ankara la rimilitarizzazione del Bosforo.

Interventi particolarmente significativi quali quelli ai danni della comunità greca di Istanbul del 1953, trenta anni dopo la fine delle dispute territoriali con la Grecia, o quello a Cipro nel 1974, oltre venti anni dopo l’adesione alla NATO, sono eventi solo in apparenza in contraddizione con le scelte occidentali della Turchia repubblicana. Sono in realtà spiegabili come azioni necessarie allo Stato per sistemare questioni vitali risolte solo formalmente nei primi anni ’20. Nel 1982 la Turchia non sottoscrisse la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). Il Governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) al potere ad Ankara dal 2001 permette il rientro nella sfera pubblica di alcune delle posizioni filosofiche e giuridiche che erano proprie dell’Impero ottomano nel periodo precedente alle riforme ed a queste aggiunge una posizione fortemente nazionalista dovuta all’alleanza con il Partito del Movimento Nazionale (MHP) ed una politica estera che tende a far valere la posizione geografica della Turchia, il suo potere militare svincolato da alcune limitazioni ideologiche ed il desiderio di non rinchiudersi in alleanze che limitino la propria libertà di azione, al fine di giocare su diversi tavoli al fine di massimizzare il proprio ricavo in termini strategici. Esiste dunque una sorta di ritorno all’ottomanesimo, ma la formula non definisce l’interezza di una realtà molto complessa. L’intera storia repubblicana della Turchia non permette una semplice riproposizione dell’idea imperiale, per quanto l’establishment della Repubblica ne faccia spesso esplicito riferimento. La reviviscenza di valori culturali di un impero islamico (ottomano o selgiuchide che sia) è importante nella dialettica di un governo conservatore quale quello dell’AKP, ma Ankara esprime il suo massimo potenziale proprio in seno all’Alleanza Atlantica e non avrà mai giovamento nel recidere il filo che la lega a Washington, indipendentemente dalle posizioni ideologiche del partito al potere. La cosa è perfettamente chiara nell’establishment turco. Ankara è conscia di poter agire in senso aggressivo, ma l’aggressività turca di oggi non coincide solo con la volontà di ristabilire le antiche sfere di influenza imperiali e non è certo cominciata con le minacciate attività di esplorazione nel Mediterraneo orientale, e nemmeno con l’era dell’AKP. Essa risale agli anni ’70, dopo il colpo di Stato “tramite memorandum” che aveva posto fine all’esperienza del primo governo Demirel ed il cui fine era quello di garantire, con un Esecutivo forte, una maggiore sostenibilità economica e sociale. L’intervento a Cipro del 1974 ne è il fatto di maggiore impatto, e va compreso soprattutto guardando alla situazione interna della Turchia di allora. Una lezione di storia contemporanea da leggere per capire molto del presente. Da quel momento si sono succeduti diversi eventi che hanno definito una Turchia politicamente sempre più aperta alla reintroduzione dell’elemento religioso, al liberalismo economico ed al nazionalismo estremo. Le frizioni territoriali con la Grecia avevano portato nel 1995 un deputato a definire l’eventualità da parte greca di estendere le sue acque territoriali a 12 miglia nautiche come un casus belli, opinione condivisa e riportata dal Ministro degli Affari Esteri M. Çavuşoğlu. 

A dividere ulteriormente e definitivamente un “prima” e un “dopo” nella storia della Turchia repubblicana, quella che modella pienamente il Paese che osserviamo oggi, è la definizione della “nuova Turchia”, modellata coi referendum costituzionali del 2007, del 2010 e del 2017, al cui compimento si vorrebbe assistere nel 2023. E’ da questo periodo che cominciano a manifestarsi l’ostilità verbale contro Israele, la simpatia verso (e l’appoggio a) gruppi palestinesi, la retorica di distanziamento contro l’Occidente come “altro da sè”. La policy aggressiva, dunque, trova un destinatario nel nemico sionista, mentre il kemalismo aveva fatto della Turchia un alleato regionale di Israele. Ankara ha inoltre riscoperto una propria lebensraum che fa della dimensione marittima un elemento fondamentale. Si chiama “patria blu” (Mavi Vatan), e si estende tanto al Mar Nero quanto al Mediterraneo, che si vorrebbe ridurre a un “lago turco”. Interessante comprendere perché il concetto di “patria blu” torni in auge, e susciti attività muscolari proprio ora, quattordici anni dopo il suo concepimento, in un contesto di limitazioni finanziarie. Forse, la sensibile situazione economica della Turchia è la spiegazione di questa aggressività.

Il fronte interno: Santa Sofia museo della Repubblica turca

Escludere la pratica della preghiera da una moschea attiva è un atto contrario al diritto islamico, secondo il quale la moschea stessa appartiene a Dio. Nel 1453, appena conquistata la città, l’allora cattedrale ortodossa del Salvatore era stata immediatamente convertita in moschea dal Sultano Maometto II, che aveva trasferito il Patriarcato ortodosso presso la Chiesa dei Santi Apostoli. Il messaggio era quello di prendere possesso della “mela rossa”, la seconda Roma, destinata secondo l’hadith a cadere prima di Roma stessa e di sancire, con l’avvio di una serie di eventi, la vittoria universale dell’Islam. L’atto di Maometto II faceva di una conquista militare un atto di profondo significato politico/religioso, dato che segnava l’inizio della conquista islamica. Il decreto di conversione di Santa Sofia in un museo, avvenuta nel 1934, ha rappresentato uno degli atti più significativi della prima Turchia repubblicana. Per quanto avvenuto nel periodo delle grandi riforme volte alla “civilizzazione” forzata del popolo turco, sarebbe riduttivo attribuirgli funzione ed effetti solamente interni, proprio per la peculiare significatività di Santa Sofia trascende quello del luogo di culto per assumere i tratti di un simbolo internazionale. Era un evento eguale e contrario a quello di Maometto II. La sentenza del tribunale amministrativo che restituisce alla Direzione Generale degli Affari Religiosi l’uso della moschea lo fa attraverso l’annullamento di quel decreto del 1934, e ne assume un ulteriore significato opposto.

Il fronte interno: i partiti e le correnti

La data prevista per le prossime consultazioni generali è il 2023. Le aspettative della Presidenza si concentrano più sulla qualità della vittoria elettorale, il tipo e il peso degli alleati che l’AKP porterà con sé alle urne, che sulla possibilità di vincerle. La questione delle rivendicazioni territoriali delle isole dell’Egeo, l’appoggio all’Azerbaijan nei rinnovati scontri con l’Armenia, la retorica anti-israeliana sono argomenti importanti nella mobilitazione di un elettorato trasversale che potrebbe essere chiamato ad esprimersi in un prossimo futuro anche in un referendum. In particolare, potrebbero suscitare gli interessi degli elettori del Buon Partito (IYI), formazione di destra presieduta dall’ex Ministra dell’Interno M. Aksener, entusiasta delle attività turche al largo di Cipro e fuoriuscita proprio dal Partito MHP alleato di governo di Erdogan ed ora alleata al Partito Repubblicano del Popolo (CHP).  La mobilitazione di un consenso diffuso su temi molto importanti in Turchia, quali la dignità dello Stato e la difesa dei confini, è di enorme importanza in questo momento storico e potrebbe capitalizzarsi entro un anno nelle urne anche ai danni di un CHP che, sin dalle elezioni del 2014, ha perso moltissimo della sua identità kemalista dovendosi adeguare a posizioni, specialmente in materia religiosa, che gli erano assolutamente estranei. I membri del partito attualmente più in vista uniscono ad un carisma personale legato ad una visione tutto sommato laica del potere un’identità personale religiosa che preferiscono non tacere. Inoltre non possono, date le caratteristiche culturali del popolo turco, che appoggiare le azioni che lo Stato adotta nel Mediterraneo orientale e nel quadrante Sud-Est: è il segno di un cambiare dei tempi che svuota di significato l’eredità culturale del CHP e lo rende fragile in un confronto elettorale.   Al fine di potersi garantire l’appoggio dei nazionalisti del MHP, l’AKP ha dovuto cancellare la sua policy di distensione verso l’elemento kurdo, verso il quale il Partito aveva approvato una linea di apertura tale da ipotizzare l’istruzione in lingua in determinate zone del Paese ed un futuro federale per lo Stato.

Conclusioni

La Turchia si prepara al definitivo passaggio dalla repubblica parlamentare kemalista, la cui identità è andata trasformandosi in modo progressivo sin dai governi Menderes, a quella presidenziale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo.

Dei due temi di massima incompatibilità fra i due sistemi, l’accettazione dell’elemento religioso nella sfera pubblica ha cominciato a penetrare lo Stato profondo dl 1980 e si considera cosa fatta dal 2007, mentre il modello economico della “terza via” kemalista ha subito una trasformazione significativa sin dai governi Ozal degli anni ’80 per poi scomparire definitivamente attraverso le riforme economiche dal 2001 in poi.

Gli elementi in comune alla vecchia ed alla nuova Turchia sono la sicura aderenza all’Alleanza Atlantica ed il nazionalismo, sebbene declinato in forme molto diverse dal passato.


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La tendenza è quella di consolidare l’idea della repubblica nazionalistica e monolingue, di sottolineare l’importanza della lotta al separatismo pur negando l’esistenza di un problema etnico in sé e di riunire il più armoniosamente possibile le posizioni filoislamiche e di apertura al mondo arabo dell’AKP con quelle fortemente razziali e fondamentalmente distanti dal mondo arabo del MHP. E’ inoltre importante far rientrare nell’alveo delle figure istituzionali quegli eurasianisti che, pur contrari alle alleanze con l’Occidente, sono espressione di quel mondo militare ancora formalmente kemalista in grado di ridisegnare una strategia d’azione effettiva per la Turchia della “patria blu”.  

Francesco Petrucciano,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”