La Matrioska. Breve storia della tattica geopolitica della Federazione Russa

La Russia in questi ultimi due decenni ha attuato una politica semplice ma efficace e, soprattutto, molto antica: divide et impera. Basta uno sguardo rapido alla mappa dei conflitti in cui è coinvolta Mosca per rendersi conto che la Russia è letteralmente circondata da una cintura di tensioni geopolitiche, e, in un modo o nell’altro, tali contesti sono stati generati direttamente dalla confederazione guidata da Vladimir Putin o ne hanno visto l’ingerente coinvolgimento.

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Tale strategia di frattura regionale non è dissimile da quella attuata, sulle lunghe distanze, dagli Stati Uniti per lunghi anni in medio oriente, ma si distingue da essa per l’evidente prossimità geografica. In altre parole, lo spazio di influenza dell’ex-Unione Sovietica è stato trasformato in una lunga catena di stati cuscinetto in crisi.

L’attuazione di questa ragnatela di “crisi controllate”, costruite seguendo il progetto di una muraglia di tensioni intorno al paese, non si realizza solamente mediante l’intervento militare o il supporto sempre in relazione a conflitti bellici, ma si alterna al contrario con strumenti più sofisticati ma non per questo meno invasivi. Di fatto, a seguito del crollo dell’U.R.S.S., i paesi post-sovietici sono stati traghettati, più o meno volontariamente, nelle due principali organizzazioni economiche guidate dalla Russia: l’Unione Economica Eurasiatica (EEU) e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza collettiva (CSTO), la seconda ha di fatto sostituito il precedente Patto di Varsavia.

Parte integrante di questo sistema di controllo e influenza è anche il compito di alimentare la tensione, lasciando intenzionalmente alcuni paesi confinanti esterni a certe dinamiche di inclusione e alimentando poi i conflitti locali facendo leva su quei paesi che invece sono stati  inclusi nel sistema guidato da Mosca. In questa prima area di influenza, che però non rappresenta il punto più esterno della politica russa, che potremmo definire –  senza troppa fantasia – la Matrioska, va considerato il ruolo dell’impianto infrastrutturale dell’Unione Sovietica. Trattandosi in origine di un’unica entità politica non deve stupire che molti dei paesi che oggi faticosamente ambiscono all’indipendenza e che sono oggetto delle tattiche di tensione di Mosca, dipendono ancora oggi dalla rete infrastrutturale ed energetica dell’Unione Sovietica la quale ancora oggi fa capo a Mosca. A questo doppio legame, fatto di strutture pregresse e ingerenze attuali, va aggiunto il circolo vizioso in cui i paesi confinanti con la Confederazione Russa si ritrovano intrappolati. Le regioni “fratturate” infatti alimentano instabilità e conflitti armati conferendo potere ai governi autoritari locali. Questo rafforza la presenza sempre più istituzionalizzata e spesso divisiva della Russia nelle aree contese. Per i cittadini di queste nazioni ciò significa essere incapacitati ad accedere ai paesi vicini, restando limitati da collegamenti di trasporto inefficienti, e rimanendo bloccati, qualora tentassero di abbandonare quei territori, nelle trappole dei cartelli della droga, dei trafficanti di esseri umani e di generici gruppi criminali. Conseguenzialmente, ogni processo di sviluppo su larga scala di questi paesi è vanificato da questo stato di cose. Fra questi paesi citiamo l’ormai celebre Armenia, la Georgia su cui torneremo poi, le politiche invadenti in Kirghizistan e quelle propriamente aggressive verso i Paesi Baltici.

Riguardo all’attenzione dei paesi Europei per gli eventi che coinvolgono queste regioni, è innegabile che essa è sottoposta alla pressione che i cittadini dell’UE possono fare sui loro governanti ed appare evidente come in questo contesto democratico l’informazione corretta su queste regioni stabilisce spesso il grado di intervento dei vari paesi dell’Unione. Prendiamo ad esempio il caso dell’Ucraina che è progressivamente sparita dalle pagine dei giornali, consegnando la falsa percezione che la crisi sia rientrata, quando invece si è semplicemente attestata su uno stato di guerra “latente”, in cui i conflitti sporadici fra le forze in campo sono all’ordine del giorno (del resto la Guerra del Donbass è ufficialmente ancora in corso). A ciò si aggiunga la disastrosa situazione dei diritti umani che una guerra porta sempre con sé. Le Nazioni Unite riferiscono infatti di continue violazioni da ambo le parti, che sono andate intensificandosi via via che ci si avvicinava alle elezioni amministrative del 25 ottobre che hanno visto un notevole ridimensionamento dell’influenza del partito dell’attuale presidente filo-europeo Volodymyr Zelensky ma hanno registrato al contempo, almeno secondo gli osservatori proprio dell’Unione Europea, una notevole riduzione del rischio di brogli elettorali rispetto al passato.  Ciononostante è proprio sul versante di Kiev che si registra la situazione più grave in termini di diritti umani, come denunciato dal Vice Alto Commissario per i diritti umani Nada Al-Nashif il quale riporta dei continui attacchi perpetrati da gruppi di estrema destra ai danni degli altri partiti e attivisti politici coinvolti nelle elezioni. A ciò si aggiunge, secondo le parole dello stesso Nada Al-Nashif “…attacchi contro membri dei media, così come attacchi contro persone LGBTI e persone percepite come LGBTI…le persone sono spesso trattenute in isolamento e sottoposte a tortura e maltrattamenti per estorcere confessioni…i casi sono trattati a porte chiuse, a cui è negato l’accesso ad avvocati di loro scelta”. Non mancano però violazioni dei diritti umani in Crimea, dove è in atto una violenta soppressione da parte dei corpi militari russi e filo-russi dei gruppi religiosi minoritari tra cui  protestanti, testimoni di Geova, musulmani e vari culti minori.

In questo scenario complesso, dettato da stringenti necessità politiche di Mosca e le complesse relazioni dei vari paesi di confine, va collocato il conflitto scoppiato in Azerbaijan, il quale non va erroneamente interpretato come una guerra di liberazione delle comunità armene nel territorio azero, ma bensì come lo sfogo di una situazione di tensione che perdura da anni e che si inserisce nelle orchestrazioni di confine di cui abbiamo già parlato. Entrando nel dettaglio, il conflitto tra Armenia e Azerbaijan prese piede al tramonto dell’Unione Sovietica in relazione alla problematica enclave, etnicamente armena, del Nagorno-Karabakh. Dopo anni di scontri armati si giunse ad un cessate il fuoco nel 1994 che però non ha risolto i nodi dell’area. Dopo ventisei anni, ancora 600000 azerbaigiani, fuggiti dall’area degli scontri, sono ancora separati dalle loro case, il ché ha spinto il governo azero a costruire una promessa propagandistica di riconquista di quei territori. Ciò che sicuramente ha contribuito alla riapertura del conflitto è da una parte la fine della cooperazione Turco-Russa per il mantenimento della pace nell’area ma anche l’attuale situazione critica del mercato globale del petrolio, tenendo presente il ruolo primario del greggio nell’economia dell’Azerbaijan. Ovviamente anche l’assenza americana, la cui influenza è quasi completamente svanita in tutta l’area a seguito dell’attuazione della politica trumpiana del disimpegno, ha permesso che la situazione potesse evolversi in un vero e proprio conflitto armato. Tornando a Mosca e Ankara va considerato che i rapporti fra queste due nazioni sono molto più complessi di quanto non si possa immaginare e non bisogna commettere l’errore di semplificare tali sistemi diplomatici, come un semplice conflitto fra due potenze locali, combattuto per procura in Siria, Libia e Azerbaijan. Se da una parte infatti è innegabile che al momento le due nazioni si stiano violentemente fronteggiando in più aree della scacchiera, va sempre ricordato che tale contesto di confusione globale giova ad entrambe, permettendo in questo modo la spartizione di zone di influenza che vengono coinvolte nel conflitto. A riprova di ciò si consideri il ruolo della Russia nell’alienazione crescente della Turchia dagli USA fra cui l’acquisto, da parte del governo guidato da Erdogan, di missili antiaerei dalla Russia e il taglio sugli accordi del gasdotto a danno dell’Ucraina.

Fedeli alla necessità di non perdere di vista nessuno degli elementi in gioco, ricordiamo la Georgia, il cui conflitto svoltosi nell’estate del 2008, ha portato alla presenza stabile di due basi russe nel territorio filorusso dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. La stessa Georgia, che al momento è guidata da un governo che ha riaperto ai rapporti con la Russia tornando a fare leva sui turisti della Confederazione per rilanciare un’economia messa in ginocchio proprio dall’embargo alle importazioni imposte da Vladimir Putin. Anche se più in generale la Russia sta adottando una politica che potremmo definire “intenzionalmente isterica” basata sull’alternanza irregolare fra distensione e nuovi embarghi, cavalcando l’onda del crescente sentimento anti-russo nel piccolo paese.

Il secondo livello di controllo delle tensioni su cui il governo di Vladimir Putin getta la sua ombra si manifesta nel sostegno a nazioni in cui sono presenti comunità, talvolta maggioritarie, legate dalla comune fede ortodossa, come in Serbia, Montenegro, Macedonia e Republika Srpska (parte della Bosnia). Esiste, infine, un anello più esterno e apparentemente più sfumato che si manifesta nell’impegno concreto di Mosca nel creare tensioni in seno all’Unione Europea, sostenendo i partiti dell’estrema destra che spingono per una frattura proprio con il governo centrale di Bruxelles: è questo il caso della Lega in Italia, il Front National in Francia, Jobbik in Ungheria, il Partito della Libertà in Austria e Alba Dorata in Grecia.

Dopo aver analizzato gli elementi che rappresentano la cortina esterna del sistema di disordine controllato attuato da Mosca, spingiamoci nuovamente nel cuore della Grande Madre Russia ed incontriamo il penultimo anello di questo meccanismo: gli oligarchi. Molto si è detto e ancor più si è scritto su questa famigerata categoria dell’ex nomenklatura la quale, al crollo dell’Unione Sovietica riuscì a mettere le mani sui titoli di stato che aprirono le porte, ad un ristretto numero di persone, alla proprietà sulle principali risorse energetiche del paese. Putin ha costruito parte del suo potere proprio sul sostegno ad alcuni di loro e la sistematica eliminazione di coloro i quali non trovavano posto nel suo nuovo progetto nazionale. 


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Infine, nel cuore della Matrioska, si cela, neanche troppo nascosto, il cardine dell’intero sistema: Vladimir Vladimirovič Putin. Eppure, quello che può apparire come un sistema perfetto, vede la sua fragilità nel suo stesso punto di forza, poiché il nuovo Zar ha costruito una fitta rete che ruota intorno alla sua persona e alla sua personalissima visione ed è sempre crescente il timore che il principio antico per cui “l’État, c’est moi” conduca alla tragica conclusione che senza Putin non vi sia uno stato. Va considerato che la Russia è sopravvissuta  al tramonto di Stalin ma la Confederazione Russa è ben diversa dall’Unione Sovietica, per quanto qualcuno sembra non notarlo, e molte forze spingono per assurgere al potere quando ve ne sarà la possibilità, con il rischio di frammentare tutto ciò che è stato costruito dall’ex direttore del KGB. Di questo stato di cose è ben cosciente lo stesso Vladimir Putin che si confronta ormai da tempo con la complessa questione della successione e che potrebbe risolversi in un progressivo, lento e graduale abbandono delle posizioni di comando in favore di altre strutture di governo non più personalistiche ma indubbiamente non liberali.

In chiusura, è dovere di chi scrive, rammentare che non si deve commettere però l’errore di parteggiare fideisticamente per il blocco euro-americano, non volendo vedere che tale politica aggressiva della Russia è diretta conseguenza delle azioni attuate, dagli Stati Uniti d’America in primis, proprio ai danni dell’ex blocco sovietico, all’alba del crollo del Muro. Con tentativi più o meno forzosi di inclusione nella NATO di paesi prima facenti parte del patto di Varsavia, o con gli incentivi notevoli per includere nell’U.E. i paesi dell’Europa orientale. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e così all’aggressivo smembramento dell’area di influenza del nemico appena sconfitto, si è osservata la risposta che si cristallizza nella attuale politica russa della tensione.

L’ottimismo degli anni Novanta sembra ormai completamente svanito e a un’Europa ormai sempre più ininfluente e divisa non resta che guardare i sempre più pericolosi movimenti del pachiderma ferito, sperando non distrugga ancora, nel suo tentativo di rimanere in piedi.