La maledizione delle risorse: dai blood diamonds degli anni ‘90 al dirty gold di oggi

Nonostante siano passati due decenni dal fenomeno dei blood diamonds degli anni ’90, il cui commercio illegale finanziava le guerre civili e le atrocità contro i diritti umani in molti paesi d’Africa Sub-Sahariana, la situazione purtroppo ad oggi non è cambiata molto. Al posto dei diamanti vi è il cosiddetto dirty gold i cui ricavi vengono utilizzati per alimentare i conflitti interni e gli abusi nei paesi di estrazione.

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Il paradosso del Sierra Leone: tra diamanti rari e povertà estrema

Non è il film Blood Diamonds, diretto da Edward Zwick e con la grande interpretazione di Leonardo di Caprio, ma la realtà di una terra piena di paradossi, situata sulle coste dell’Africa occidentale. Il Sierra Leone è una delle nazioni più povere al mondo, classificata tra le ultime secondo l’Human Development Index (HDI) delle Nazioni Unite. La sua storia è quella di una terra maledetta per le sue ricchezze e la paradossale combinazione di abbondanti risorse naturali e grave sottosviluppo. Proprio sotto il suo terreno fertile, ricoperto da immense foreste, si trova una delle pietre più ricercate al mondo, il diamante. Il valore dei diamanti del Sierra Leone, considerati particolari per la loro luce e il loro colore, è di circa 200$ a carato, superiore al valore medio dei diamanti dell’industria estrattiva di molti altri paesi. In una terra afflitta da condizioni di povertà estrema, la scoperta dei diamanti avrebbe dovuto portare una grande fortuna, ma essere il paese con una ricchezza mineraria così preziosa e rara è sempre un’arma a doppio taglio: una benedizione perché porta con sé la promessa di ricchezza e benessere che può essere elargita alla popolazione, una maledizione perché all’origine di caos e disordini.

La guerra civile finanziata dal commercio illegale di diamanti

In Sierra Leone dal 1991 al 2001 vi è stata una brutale guerra civile che ha visto da una parte schierate le forze governative e dall’altra un gruppo di ribelli chiamato il Fronte Unito Rivoluzionario (in inglese Revolutionary United Fund – RUF). Una guerra finanziata anche in parte dal commercio illegale di diamanti, utilizzati dalle forze ribelli per la compravendita di armi. Nell’aprile del 1998 le milizie del Fronte Unito Rivoluzionario attaccarono il distretto di Kono, il più grande produttore di diamanti del paese, terrorizzando gli abitanti delle zone rurali e riducendone molti in schiavitù per lavorare nelle miniere. Professavano “Niente più schiavi, niente più padroni. Potere e ricchezza al popolo” e dicevano di voler cambiare il governo del paese, ma in realtà il loro unico scopo era quello di ottenere il controllo delle zone ricche di giacimenti di diamanti per utilizzarli come merce di scambio. Si stima che durante la guerra circa 75.000 civili persero la vita e che 2 milioni di persone, circa la metà della popolazione, rimasero sfollate. Ad oggi più di 10.000 persone soffrono di traumi fisici, in particolare mutilazioni degli arti, e psichici a causa delle atrocità provocate dai gruppi di ribelli del RUF. Nonostante il conflitto civile, durato 11 anni, sia terminato ufficialmente nel 2002, e nonostante il paese abbia eletto un nuovo governo, il commercio di diamanti illegali continua ad essere una questione centrale.

Dalle guerre civili in Africa Sub-Sahariana al coinvolgimento delle grandi multinazionali

Nello stesso periodo altri paesi dell’Africa Sub-Sahariana ricchi di giacimenti quali l’Angola, la Repubblica Democratica del Congo (1998-2003), la Costa d’Avori o (1999-2004) e la Liberia (1989-2003) furono coinvolti in guerre civili, tutte legate alla vendita illegale dei diamanti. Complessivamente si ritiene che morirono più di quattro milioni di persone. Negli anni ’90 si stima che il 21% della produzione totale di diamanti veniva venduto per scopi illegali e il 19% specificamente per la compravendita delle armi. Il sistema di commercio dei diamanti si fonda su una strategia di marketing che permette di mantenere sempre un alto prezzo di mercato. Dopo l’estrazione, la pietra grezza viene lavorata in paesi diversi dal paese di origine, dove i diamanti illegali sono confusi con quelli venduti legalmente, poi rispedita in altri paesi per l’ispezione e a quel punto le grandi aziende possono iniziare a vendere sul mercato internazionale. Le compagnie De Beers, Alrose e Rio Tinto Group, che detengono all’incirca il 70% del mercato estrattivo mondiale, possiedono delle grandi riserve di diamanti, che vengono messe in vendita in quantità limitata solo quando il prezzo è sufficientemente alto, così da impedire ondate di prezzo a ribasso. Negli anni ’90 tutte e tre le compagnie furono coinvolte nello scandalo dei blood diamonds, utilizzati per finanziare le numerose guerre civili nei paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Quando il problema del traffico illegale dei diamanti divenne oggetto di discussione internazionale e nel 2000 fu promosso il Kimberley Process Certification Scheme (KPCS), le società dovettero limitare le loro vendite per evitare il rischio di “perdere la faccia”. L’accordo per la certificazione dei diamanti che permette di conoscerne la provenienza fu raggiunto grazie alla collaborazione di governi e multinazionali, e fu inoltre accompagnato dalla creazione del Consiglio Mondiale Dei Diamanti, con sede ad Anversa, il cui ruolo era quello di promuovere gli obbiettivi dell’accordo. Ad oggi nel settore dei diamanti si continua a cooperare per un sistema di certificazione che renda trasparente la provenienza geografica e garantisca la tracciabilità della filiera.

Il dirty gold di oggi e il ruolo degli Emirati Arabi

Sebbene secondo le stime del World Diamond Council, dagli anni 2000 il commercio illegale di diamanti sia stato ridotto notevolmente, la maledizione delle risorse non sembra mai avere fine. Sebbene lo scandalo dei blood diamonds sia riuscito a sensibilizzare i consumatori e abbia generato un piccolo cambiamento, ad oggi la maggior parte degli acquirenti non ha idea della provenienza dell’oro. Nella Repubblica Democratica del Congo una nuova indagine di Global Witness ha scoperto un collegamento tra le attività illegali di estrazione aurifera, controllate dalle milizie locali congolesi, e alcune società di commercio dell’oro in Cina e a Dubai. In Zimbabwe il valore delle perdite annuali del mercato aurifero dovute al contrabbando è pari a 1,5 miliardi di dollari. Nella Repubblica Centrafricana l’estrazione dell’oro è aumentata in modo significativo negli ultimi anni e si stima che il 90% dell’oro estratto è contrabbandato fuori dai confini, attraverso reti criminali. In Sudan, che è considerato il terzo produttore d’oro in Africa, sono impegnati nell’estrazione numerosi movimenti armati che si finanziano imponendo tasse ai minatori artigianali che lavorano sul loro territorio. In seguito a numerose indagini è stato scoperto un vasto mercato di oro illegale, in cui gli Emirati Arabi giocano un ruolo fondamentale. Non ci sono miniere sotto le sabbie di Dubai con minatori artigianali o bambini che lavorano a fatica per cercare di trovare l’oro, ma c’è il Dubai Gold Souk, il tra i più importanti mercati del metallo non solo nel Medio Oriente, e numerose raffinerie dove l’oro illegale viene mischiato con l’oro legale proveniente da altre zone del mondo. Gli EAU nel processo di diversificazione strategica della loro economia, fino ad oggi fortemente dipendente dal petrolio, mirano ad espandere la loro posizione come importante polo aurifero. Senza oro locale da sfruttare, a differenza della vicina Arabia Saudita, devono però importare oro e lo fanno da dove possono, sia che sia legittimamente, che contrabbandato senza domandare se provenga da zone di conflitto o sia collegato al crimine organizzato. Il paese funge da piattaforma commerciale per la ricezione, la lavorazione e il riciclaggio del 95% dell’oro estratto dalle miniere dei paesi dell’Africa Subsahariana e venduto illegalmente, il cosiddetto dirty gold.  Questo è reso possibile dalla debolissima legislazione degli EAU sul commercio dei metalli, dalla mancanza quasi totale di controllo sulle raffinerie e sulle numerose transazioni finanziare per la compravendita di ingenti quantità. L’oro sudanese arriva direttamente a Dubai, quello degli altri paesi solo dopo essere stato contrabbandato in paesi limitrofi – Uganda, Kenya, Ruanda, Burundi, Chad e Cameroon – in modo da camuffarne la provenienza e il legame con i gruppi armati.

Si tratta di una sorta di nuovi diamanti di sangue, se vogliamo, i cui ricavi sono utilizzati per finanziare i conflitti, gli abusi nei paesi di estrazione e il controllo delle miniere. Inoltre la corsa all’oro in molte zone di estrazione si fa sempre più intensa a causa dell’aumento del prezzo sul mercato, con più minatori sfruttati, più gruppi criminali, più conflitti e più corruzione. Ancora oggi milioni di persone muoiono in guerre finanziate da oro e gioielli indossati come pegni d’amore.