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La Macedonia del Nord ed il problema dell’etnia in piena emergenza pandemica: origini e cause

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In un clima di incertezza economica ed insofferenza sanitaria, il governo ha recentemente dovuto affrontare non poche difficoltà anche sul piano politico. Nonostante il Paese abbia dovuto focalizzarsi sul tentativo di creazione di un piano vaccinale nazionale, una gestione dell’emergenza sanitaria efficiente e la necessità di riconfermare la fiducia dell’attuale governo, in realtà, tra le questioni apparentemente più stringenti si è dimostrata essere quella dell’identità etnica. L’adempimento di un censimento dei cittadini all’estero e di una proposta parlamentare sull’inserimento della dicitura etnica sulle carte d’identità hanno avuto un notevole impatto nell’opinione pubblica macedone.

Crisi sanitaria ed instabilità di governo

La situazione pandemica continua a tenere nella morsa l’intero globo e non sta risparmiando neppure l’Europa centro-orientale. Al contrario, dagli ultimi dati Oms emersi, si è assistito ad un forte incremento delle infezioni da coronavirus: nella settimana fino al 7 marzo, la regione ha avuto un aumento di ben 500 mila unità. Tra i Paesi con il più alto rapporto tra decessi e numero di abitanti vi è proprio la Macedonia del Nord. Sfidando tutte le criticità del caso, nei mesi scorsi il Governo ha cercato di assicurarsi una posizione maggiormente vantaggiosa siglando accordi per ottenere le prime dosi vaccinali. Nonostante le azioni intraprese non abbiano riscosso particolare successo, negli ultimi tempi però la Macedonia del Nord ha visto una svolta: a metà febbraio la Serbia le ha donato quasi cinquemila dosi Pfizer come “preziosa espressione d’amicizia” mentre ai primi di marzo la Macedonia del Nord ha stretto un’intesa con la Russia per la ricezione di un primo contingente di Sputnik, autorizzandone contestualmente quindi anche la loro somministrazione. 

Se l’emergenza sanitaria non fosse stata già sufficiente a creare un quadro particolarmente difficoltoso, nelle ultime settimane il Paese ha dovuto affrontare un ulteriore scossone: una nuova votazione parlamentare per confermare la fiducia verso il governo. L’evento ha rappresentato l’apice di un susseguirsi di screzi tra i partiti. Da un lato l’opposizione ha cominciato a ventilare l’idea che la maggioranza nel parlamento fosse instabile; dall’altro, una serie di indiscrezioni hanno portato a credere che alcuni partiti al governo si stessero già riorganizzando in nuovi gruppi parlamentari. Sebbene la crisi politica sia stata superata con un voto di maggioranza, le criticità non danno cenno di allentarsi. Infatti, è proprio in questo panorama di sfide che, non troppo paradossalmente, imperversa con forza nella politica l’idea di etnia e identità nazionale.

Le principali questioni etniche del Paese

La Macedonia del Nord, pur essendo uno degli stati della regione balcanica più territorialmente contenuti, vanta la presenza di innumerevoli comunità etniche. La popolazione si suddivide principalmente in macedoni, albanesi, turchi, rom, serbi, bosniaci e valacchi. Dopo quella macedone, tra le più grandi comunità spicca quella albanese: si concentra maggiormente nella parte settentrionale del territorio macedone e si stima che essa conti con il 25% della popolazione totale del Paese. Come la maggior parte delle realtà balcaniche, anche la Macedonia del Nord ha affrontato un’esperienza conflittuale su base etnica. Nel 2001 vi furono pesanti scontri tra le forze di sicurezza governative e gruppi armati albanesi. Il conflitto si concluse con un accordo tra le parti, in quel caso garantendo agli albanesi maggiori diritti e rappresentazione. Nonostante ciò, le divisioni etniche non sono terminate.

Proprio durante il mese di febbraio scorso, il partito albanese Besa, parte della coalizione di governo, ha proposto una mozione per garantire l’inclusione dell’appartenenza etnica nelle carte di identità dei cittadini macedoni. 

I contrasti sulle necessità del Paese, sul concetto di identità e su quello di etnia non si sono esaurite però solo in questa occasione. Un altro scoglio è stato l’avvio del censimento su base etnica della popolazione macedone residente all’estero. Il progetto, in realtà, non emergeva dal nulla bensì era frutto di lungo percorso decisionale. Da ben diciannove anni, infatti, la politica non era riuscita ad accordarsi sulla proposta, lasciando il tutto incompiuto. A inizio marzo invece il governo è riuscito a concludere la creazione di un portale web per la classificazione delle etnie dei cittadini macedoni all’estero e renderlo fruibile. Ciò ha destato non poche obiezioni da parte dell’opinione pubblica e della restante composizione politica del parlamento. Vmro Dpmne (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone), uno dei partiti di opposizione, ha subito iniziato una petizione per ostacolare il procedimento. Il partito insiste sul fatto che i risultati possano essere manipolati al fine di rendere i risultati più vantaggiosi per l’élite al governo. L’allusione principale è che tali risultati riflettano gli interessi del SDMD (Unione Democratica Sociale di Macedonia) del primo ministro Zoran Zeav e della restante parte della coalizione: il suo partner Ali Ahmeti della DUI (Unione Democratica per l’Integrazione) e Ziadin Sela di AS (Alleanza per gli albanesi), entrambi focalizzati sul riconoscimento degli interessi della comunità albanese. 

Nonostante Vmro Dpmne abbia dichiarato di aver raccolto già ottanta mila firme, anche giungendo alla quota di cento mila, ovvero quella prevista per aprire una nuova mozione in parlamento, nel tempo necessario affinché l’azione di contrasto prenda piede e si possa avanzare formalmente una richiesta di annullamento dell’operazione, il tutto sarà in realtà già concluso. Il partito d’opposizione potrà a quel punto solo verificare la possibilità di appellarsi ad una funzione di invalidità retroattiva.

…e l’Europa? 

Il percorso di avvicinamento della Macedonia del Nord verso l’Unione Europea non è mai stato in discesa. Dopo l’avvio formale del processo di adesione iniziata nei primi anni 2000, ad oggi il suo percorso continua a subire notevoli contraccolpi. Seppur sia stato il primo Paese dei Balcani a firmare l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (SAA), ha già visto sfumare più e più volte l’inizio di un vero ed effettivo percorso di integrazione europea. Prima la disputa con la Grecia sul nome del Paese fino al 2019, poi il veto di Francia e Olanda nello stesso anno ed un nuovo blocco da parte della Bulgaria nel 2020, ad oggi il Paese continua a trovarsi in una situazione di stallo in cui pare che l’accoglienza non sia proprio in agenda.  

Sul piano vaccinale, la Macedonia del Nord (assieme ad altri Paesi della regione quali Bosnia e Erzegovina, Kosovo e Albania) ha potuto unicamente fare affidamento all’iniziativa COVAX organizzata congiuntamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Gavi e la Coalizione per le Innovazioni in Preparazione alle Epidemie (CEPI). Numerosi sono gli attori globali che hanno deciso di contribuire al finanziamento del programma per permettere ai Paesi con meno possibilità economiche di rifornirsi dei vaccini necessari. In tutto questo, l’Unione Europea assicurato l’erogazione di 870 milioni di euro a supporto del progetto con l’aggiunta di 70 milioni destinati in particolare all’acquisizione di dosi per la regione dei Balcani Occidentali. Nonostante l’iniziativa sia all’attivo, ad oggi nessuno dei Paesi iscritti ha ancora ricevuto alcuna dose.

È proprio in tutta questa serie di crisi e vuoti d’azione nel quadro regionale che si inseriscono le criticità maggiori. Il Paese comincia ad interrogarsi sugli azzardi in materia di identità ed etnia e vengono fomentate ulteriormente le divisioni sociali; i primi operatori sanitari vengono vaccinati grazie alle dosi Pfizer donate dalla tutt’altro che amica Serbia; Russia e Cina si fanno trovare a braccia aperte nel voler rifornirne il Paese di ulteriori dosi vaccinali e di tutte quelle risorse necessarie ad uscire dalla stagnazione. In questo panorama, sebbene la Macedonia del Nord continui ad esternare il proprio vivo interesse a perseguire l’implementazione dei principi cardine europei, ad allinearsi agli standard necessari e quindi attendendosi una mano tesa in aiuto, la lenta reattività ed i continui veti dell’Unione dimostrano un approccio verso il Paese ancora particolarmente altalenante, in particolare per quello che riguarda il riconoscimento degli sforzi e delle garanzie che esso possa fornire.

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