La lunga strada del Gambia verso la democrazia

La più giovane democrazia africana, nata il 21 gennaio 2017 dalle ceneri di una ventennale dittatura grazie alla voglia di cambiamento del popolo, nonostante le enormi difficoltà, guarda con speranza ad un futuro di stabilità e crescita.

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Il Gambia, il più piccolo stato dell’Africa continentale, si sviluppa lungo il corso dell’omonimo fiume ritagliandosi un piccolo spazio tra i più vasti territori del Senegal, con il quale tra il 1982 e il 1989 ha formato il Senegambia. Nato da un accordo tra francesi e inglesi, nel 1889 diventa ufficialmente un protettorato della corona britannica. Ottenuta l’indipendenza nel 1965, la neonata Repubblica presidenziale ha vissuto per trent’anni in uno stato di relativa pace.

Dopo il fallito golpe del 1981 per mano di Kukoi Samba Sanyang, è il tenente Yahya Jammeh a riuscire nell’intento, stabilendo una dittatura che piegherà il paese per 22 anni. Inizialmente accolto con entusiasmo dalla popolazione per via della sua critica alla vecchia classe dirigente, accusata di corruzione, nonché per la sua spinta allo sviluppo economico attraverso investimenti infrastrutturali, ha fatto da subito ricredere buona parte dei suoi sostenitori. Nel 1997, in occasione delle prime elezioni presidenziali dell’era Jammeh, con quest’ultimo timoroso di vedersi allontanato dal potere dopo solamente tre anni, è stato inaugurato lo stato di polizia: da questo momento in poi saranno fatti scomparire avversarsi politici e libertà d’espressione, intrappolando la società civile in un pugno di ferro. Condizione asfissiante che porterà alle tristemente famose rivolte studentesche dell’aprile 2000, tenutesi a Banjul proprio per denunciare i metodi eccessivamente violenti impiegati dalle forze dell’ordine e conclusesi con un bilancio di 14 morti.

Gli anni successivi sono testimoni dell’impotenza delle forze di opposizione. Yahya Jammeh, resistito a due colpi di stato, nel 2006 e nel 2009, continua a stringere il cappio attorno alla stampa libera. Il riconoscimento dei reati di diffamazione e sedizione e la creazione del più specifico Newspaper Bill, con il quale si obbligano i proprietari di quotidiani e giornali ad acquisire costosissime licenze per poter operare, spingono i giornalisti a mostrare aperti segni di dissenso alla pericolosa escalation che stava prendendo piede, raggiungendo l’apice con l’assassinio del giornalista Deyda Hydara nel dicembre del 2004. Jammeh, dopo aver dichiarato nel 2013 il Gambia una nazione islamica attuando un unilaterale allontanamento dal Commonwealth, considerato un’istituzione neo-coloniale, inizia a preparare un’apparentemente scontata rielezione alle presidenziali del dicembre 2016. Il leader gambiano però ha sottovalutato la voglia di cambiamento di quel 63% della popolazione al di sotto dei 25 anni, che ha sfruttato i nuovi mezzi di comunicazione e i social media per incanalare uno straripante malcontento. Dalle parole si passa velocemente ai fatti, il dissenso pre-elettorale sfocia nelle manifestazioni dell’aprile 2016, durante le quali viene richiesta a gran voce una riforma elettorale, a cui Jammeh risponde invocando lo Stato d’emergenza e lasciando mano libera agli uomini della NIA (National Intelligence Agency, la polizia segreta gambiana). Vittime principali della repressione sono gli esponenti di spicco del partito di opposizione, il Partito Democratico Unito (Udp, United Democratic Party) Fatoumata Jawara e Solo Sandeng. Il mistero che ha a lungo avvolto l’arresto di Sandeng, trucidato poco dopo essere stato imprigionato, ha spinto i manifestanti a richiedere un chiarimento circa le condizioni dell’attivista. Al termine del secondo giro di manifestazioni, il fondatore stesso dell’UDP Ousainou Darboe, è stato incarcerato.

Privata dei suoi leader, l’opposizione si presenta comunque alle elezioni guidata da Adama Barrow, un imprenditore immobiliare di 51 anni, che sorprendentemente raggiunge il 43.33%, lasciando all’Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Costruzione (Aprc, il partito di Jammeh) il 39.6%. Il risultato, in un primo momento accettato dal dittatore – che si congratula con Barrow per il risultato ottenuto – viene successivamente messo in discussione dalla minaccia di scatenare gli oltre tremila ribelli della Casamance, regione indipendentista a sud del Senegal con la quale il Gambia intrattiene da anni relazioni pericolose, e dal rifiuto di lasciare il potere. Barrow è costretto all’esilio. L’occasione per fuggire dal paese gli è concessa dagli altri capi di stato africani, che al termine di un viaggio all’interno del Gambia invitano il presidente neo-eletto a partecipare alla conferenza dell’ECOWAS (Economic Community of West African States) che si sarebbe tenuta in Mali.

Le tensioni all’interno del Gambia subiscono una nuova accelerazione in concomitanza di nuove sollevazioni popolari, di cui il simbolo è senza dubbio l’hashtag #GambiaHasDecided. L’ECOWAS legittima l’intervento militare da parte del Senegal (21 gennaio 2017), che da anni cercava il pretesto per sconfinare in Gambia, costringendo Jammeh a rifugiarsi nella Guinea Equatoriale, causando tuttavia non poche preoccupazioni alla popolazione gambiana, spaventata al pensiero di perdere immediatamente la libertà appena riacquistata.

Barrow, il 26 gennaio, può ufficialmente insediarsi alla guida del Gambia, con un mandato di transizione della durata di tre anni. La fiducia alla nuova classe dirigente viene riconfermata pochi mesi dopo, quando in seguito alle elezioni parlamentari vengono assegnati 31 seggi all’Udp (contro i 5 ottenuti dall’Aprc). Nonostante questo, non è stato possibile evitare che venissero sollevate le prime critiche alla nuova forza politica di maggioranza, dimostratasi fin da subito politicamente poco capace e accusata di aver escluso proprio coloro che erano stati il motore autentico della rivolta: i giovani. Le sfide lasciate in eredità a Barrow sono molteplici. Il flagello principale rimane l’alto tasso di disoccupazione, attestato al 29% con un picco del 40% per quanto riguarda i più giovani. La situazione è ulteriormente deteriorata da un debito pubblico che supera il 120% del PIL e da un’unità delle forze socialdemocratiche che ha iniziato a sgretolarsi dopo le nomine dei nuovi parlamentari. Barrow si trova inoltre a dover gestire un importante flusso di migranti desiderosi di tornare in patria, senza dimenticare che sarà necessario riunificare un paese diviso su più fronti. Un riavvicinamento tra classe politica e cittadini – divisione di cui la capitale Banjul è la perfetta rappresentazione – dovrà essere accompagnato da un processo di pacificazione tra l’etnia jola, di cui faceva parte l’ex presidente Jammeh e l’etnia mandingo, quella maggioritaria, contro cui era stata lanciata una delle numerose politiche repressive del vecchio regime.