La lunga corsa lenta: cosa abbiamo capito dallo show delle elezioni USA

Covid, rallies e adunate drive-in, dibattiti e mappe tv, voti e postini, scrutini biblici, tweet censurati, balli e armi in strada: le elezioni presidenziali 2020 degli Stati Uniti non finiranno di certo nel dimenticatoio, avendo tolto 138 milioni di ore di sonno agli americani per seguire un esito di gara più avvincente di qualsiasi serie tv. L’episodio finale vede Joe Biden uscirne vincitore elettorale, ma Donald Trump e la sua insistenza su presunte frodi non mettono il punto alla sceneggiatura e minacciano il rinnovo di una seconda stagione. Cosa ci dice lo show delle elezioni 2020 sul destino che aspetta gli Stati Uniti (e con loro il resto del mondo).

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Dopo giorni e notti di spogli elettorali in sei fasce di fuso orario e non senza pochi sussulti, l’ex vice presidente dell’Amministrazione Obama Joe Biden, con 77 milioni di voti supera la soglia di conquista dei 270 grandi elettori, diventando di fatto il 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Le prime proiezioni coloravano le mappe di rosso dando in vantaggio il Presidente repubblicano in carica Donald Trump e convincendolo della rielezione. Con il conteggio delle preferenze giunte via posta, è avvenuto il ribaltone dell’onda azzurra democratica negli Stati chiave di Wisconsin, Michigan, Georgia e Pennsylvania, vinti appena per una manciata di voti di scarto ma che blindano il numero sufficiente di grandi elettori per sedere alla Casa Bianca.

Seppur svolta in un clima di lunghi scrutini e agitazioni sociali, la sfida sembrerebbe terminata, ma il Presidente uscente mal accetta il risultato e si sfoga su Twitter (che lo censura) paventando prove di presunti brogli elettorali nel voto postale da presentare alla Corte Suprema. A prescindere da un benevolo o meno passaggio di consegne, ecco cosa abbiamo imparato dalla superpotenza numero uno al mondo al termine della corsa alla sua Presidenza.

Giovani, cittadini, minoranze: una combo tutta nuova

In linea con il suo Democratico, il Presidente eletto ne sostiene le politiche: è liberale, green, progressista. I suoi 77 anni all’anagrafe non incidono sulla popolarità che ha tra i giovani sotto i trent’anni e quelli con istruzione minima di college, perché raccoglie bene le istanze di lotta a favore dei diritti civili e temi eticamente sensibili portate da loro avanti. Rivolge lo sguardo alle spinose questioni dell’assistenza sanitaria poco accessibile e costosa, alle ingiustizie razziali e brutalità della polizia, al condono dello status per gli immigrati che sono giunti nel Paese da bambini, alla conversione in energia pulita e sostenibile entro il 2050.

Lo ha premiato soprattutto l’approccio serio alla pandemia da Covid-19, che negli Stati Uniti ha toccato oltre dieci milioni di persone e ad oggi ne è stata la causa di decesso per 250.000. L’esponente del Democratico indossa la mascherina anche in tv, organizza comizi drive-in per distanziare i suoi supporters, chiede di usare il voto via posta per evitare file ai seggi. Le città e gli agglomerati urbani dove il virus si è espanso più in fretta hanno di gran lunga gradito questo approccio rispetto alla gestione presidenziale sottogamba. Diversi milioni di persone colpiti dalla crisi occupazionale insorta durante la pandemia trovano nell’ex vice di Obama uno scudo del governo federale per vedersi riconoscere maggiore assistenzialismo economico.

Fondamentale è stata per la vittoria la mobilitazione sociale in supporto di Biden (o in funzione anti-trumpiana) di una parte dell’elettorato che è uscito dall’ombra del 2016 e si è attivato nel porta a porta e sui social network. Il movimento Black Lives Matter anti-razzismo, quello femminista Me Too contro la violenza sulle donne, i seguaci di Greta Thunberg contro il cambiamento climatico: tutti si riuniscono sotto la bandiera blu.

Nazione divisa, priorità diverse

La pancia dell’America conferma invece l’ampio margine di preferenza repubblicana. L’elettore medio delle pianure centrali non teme il coronavirus e si preoccupa prettamente di questioni economiche e sicurezza. Si raduna entusiasta nei rally affollati (senza mascherine) del Presidente Trump, che ha imperniato i suoi quattro anni di mandato proprio su temi cari all’elettorato del Midwest e del centrosud: protezione dei confini dalle masse migratorie, difesa dell’operato della polizia e del secondo emendamento che sancisce il diritto a detenere armi.
E ancora, per il lavoro: taglio delle tasse, deregolamentazione, spesa pubblica aumentata hanno dato i suoi frutti e portato al livello di disoccupazione più basso della storia e un aumento del PIL nell’ultimo trimestre del 33%. Anche le spese militari sono aumentate a fronte di un non-interventismo in zone calde internazionali, scelta che gli ha valso molta popolarità tra gli elettori per il risparmio di perdite umane nelle forze armate.

Queste prerogative di difesa dell’isolazionismo e status-quo del nuovo Continente hanno portato quasi 72 milioni di americani a preferire il protrarsi della sua leadership. Non pochi, perché il messaggio del tycoon funziona: fa leva sulle urgenze economiche più pragmatiche, protegge gli operai, gli allevatori e gli agricoltori che abitano territori immensamente vasti e rurali, gli “ultimi” d’America ben lontani dalla sensibilità elitaria dei Dem, e che nonostante la bassa densità di popolazione rappresentano tutti insieme la spina dorsale dei contribuenti dello Stato.

Democrazia credibile o populismo ribollente?

I leader europei ed africani accorrono rapidi a congratularsi e riconoscere il legittimo vincitore, forti della convinzione che le politiche di Biden possano favorire nuovamente il vecchio Continente con ritrovati dialoghi multilaterali con i singoli Stati e ristabilire il controllo NATO sul Mar Mediterraneo lacerato da contese geopolitiche e sbarchi di migranti da ogni dove. Mancano all’appello delle congratulazioni Arabia Saudita, Brasile e Russia (Putin si rifiuta espressamente poiché “attende esito definitivo”). Questi silenzi risultano pesanti perché puntano a “delegittimare” in via diplomatica i risultati statunitensi, a loro poco graditi.
La Cina si congratula anche se con un certo ritardo. Per la potenza del dragone rosso il cambio al vertice USA non influisce in maniera incisiva: è possibile infatti che in Asia Biden sia intenzionato a proseguire il lavoro del suo predecessore, con pugno di ferro per le questioni commerciali e strenua condanna alle violazioni dei diritti civili.

Durante la loro prova di democrazia più importante, gli Stati Uniti si presentano agli occhi del mondo un po’ più disuniti. La spaccatura in due del Paese sulle divergenze di priorità non va ignorata, perché nonostante il cambio di leader al timone, la base trumpista si guarderà bene dal far morire lo slogan “America first”, incurante delle responsabilità del continente nordamericano nelle ONG e nel peace-keeping per concentrarsi sulla prosperità interna.

Lo stesso processo elettorale seguito in mondovisione e corollato da commenti, giubili e dissensi su media e social network ha sollevato domande sulla tenuta del marchio USA e, di riflesso, sul ruolo preponderante di difensori della libertà democratica che questo svolge nella storia del mondo da ormai un secolo. Agli occhi delle potenze rivali con forme di governo meno liberali questa martellante espressione pubblica di critiche e dissensi, di polemiche e battibecchi per la validità di questi o quei voti via posta appare come una storpiatura dell’Occidente: “troppa democrazia” può sfociare in debolezza e inficiare la governabilità interna in nome di tanta conclamata trasparenza e libertà di espressione.


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In piazza si balla per la vittoria di Biden e si protesta per le rivendicazioni di Trump. Il profilo dell’America elettorale vincente fa però ben sperare. Più giovane, più partecipativo ed inclusivo, più riconoscente degli spazi e dei diritti che spettano ad ogni cittadino per prosperare. Entro l’8 dicembre verrà risolta ogni controversia e si confermerà senza particolari sorprese il Presidente eletto. Per la stagione 2021, tutti col fiato sospeso per scoprire se Joe Biden è l’uomo che renderà l’America Great Again, again.