La lotta di Biden per il diritto di voto

Lo scorso 17 marzo, il For the People Act è approdato al Senato dopo essere stato votato per la seconda volta dalla Camera. La legge, fortemente voluta da Biden, ha come obiettivo la minimizzazione della voter suppression. Tuttavia, molti sono gli Stati repubblicani che non solo si oppongono a questa legge, ma stanno attivamente varando nuovi provvedimenti per ostacolare il diritto di voto.

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Vecchie abitudini

Paul Weyrich, attivista politico conservatore, disse a un congresso della destra religiosa tenutosi a Dallas nel 1980: “Molti cristiani hanno quella che chiamo la Good government Syndrome. Vogliono che tutti votino. Io no. Le elezioni non si vincono con una maggioranza della popolazione. Non è mai successo e non succederà ora”. Weyrich non era un opinionista qualsiasi: insieme a Paul Falwell guidò il movimento per la Moral Majority che fu fondamentale per la vittoria di Reagan nel 1980 portandogli il supporto di parti molto religiosi dell’elettorato, come gli evangelici. Inoltre, Weyrich fondò nella sua vita ben tre think tank conservatori differenti, tra cui la Heritage Foundation, ancora ora punto di riferimento per le policy del GOP. Per sottolineare l’importanza della sua figura, una volta Mike Pence, futuro vicepresidente degli Stati Uniti, disse: “Voglio essere come Paul Weyrich quando sarò grande”.

Il “For The People Act

Non dovrebbe essere sorprendente che sia la Heritage Foundation che il Partito Repubblicano stesso siano contrari al For The People Act. La legge è approdata al Senato lo scorso 17 marzo, ma non si tratta di nulla di nuovo o estremo. La Camera a maggioranza democratica l’aveva già approvata durante lo scorso mandato, ma il precedente Capo della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, si rifiutò anche solo di metterla in agenda. Stessa sorte ebbero provvedimenti affini come il John Lewis Voting Rights Act, che mirava ad eliminare il rischio di discriminazioni razziali reinstaurando parti dello storico Voting Rights Act del 1965 abolite dalla Corte Suprema a seguito del caso Shelby County Vs Holder nel 2013.

Il For The People Act, invece, mira a limitare le possibilità di voting suppression più diffuse: sono fenomeni endemici negli Stati Uniti, le cui origini possono essere tracciate sin dalla guerra civile, come la cancellazione immotivata di cittadini aventi diritto dal registro dei votanti, l’irrigidimento della procedura per essere iscritto a tale lista, l’eliminazione di seggi in località povere o abitate da minoranze per ostacolarne il voto. Questa legge inoltre espanderebbe le possibilità di voto per posta – fortemente osteggiato da molti repubblicani anche se statisticamente sicuro e a prova di brogli – permetterebbe di registrarsi per votare anche il giorno stesso qualora si abbia diritto e allo stesso tempo automatizzando il processo usando le informazioni già note ai portali online delle agenzie di Stato americane, restituirebbe il diritto di voto agli ex detenuti che abbiano scontato la loro pena, permetterebbe di votare in anticipo per evitare code ai seggi, costringerebbe le campagne politiche a essere più trasparenti riguardo i fondi ricevuti dalle grandi corporazioni ed eliminerebbe il problema del gerrymandering istituendo commissioni bipartisan per disegnare i collegi elettorali.

Una lotta contro il tempo

Biden, che nel proprio discorso di inaugurazione aveva fatto riferimento alla “fragilità della democrazia”, ha dichiarato che considera questa legge urgente ed essenziale per riparare e rafforzare la democrazia americana. Passarla significherebbe bloccare a livello federale una serie di provvedimenti che limitano il diritto di voto che sono state approvate o stanno per essere approvate nei vari stati controllati dal GOP. Oltre alla Georgia, altri 24 stati stanno prendendo in considerazione proposte di legge che renderebbero più difficile votare, specialmente per alcune delle fasce più deboli della popolazione. Questa spinta legislativa può essere correlata alle innumerevoli accuse di brogli mosse dall’ex presidente Trump in seguito alle scorse elezioni presidenziali. Accuse che tuttavia sono state respinte in toto dai tribunali in cui sono state presentate e che non hanno portato all’annullamento di nessuna votazione. Finora nessun senatore repubblicano sembra quindi interessato a votare a favore del provvedimento. Essendo necessari 10 voti repubblicani per passare una legge, per via del filibustering, in questo momento l’approvazione del For The People Act sembra improbabile. In linea teorica, il filibustering potrebbe essere abolito con un voto a maggioranza semplice, ma questa eventualità fa sorgere un altro problema. Infatti, Joe Manchin, il più moderato senatore democratico, ha affermato di essere contrario a questa strategia, sia perché apprezza il filibustering sia perché chiede che la portata della legge sia ridimensionata per permetterne una approvazione bipartisan. Solo nei prossimi mesi scopriremo se i democratici riusciranno a imporre la loro strategia compatta contro la voting suppression, oppure se ancora una volta l’immobilismo del Senato statunitense bloccherà un ennesimo tentativo di riforma.

Il caso della Georgia

In un’apparizione alla trasmissione Fox & Friends nel mese di marzo, Trump ha affermato che se fosse diventato più facile votare negli Stati Uniti, i Repubblicani non avrebbero mai più governato. Infatti, con l’aumento delle minoranze, che ben presto supereranno la quantità di americani bianchi nel paese, e l’accesso al voto alla popolazione più giovane – due gruppi che tendono distintamente verso il Partito Democratico – è difficile immaginarsi un futuro di successo per il GOP, che già nel 2016 aveva vinto le elezioni presidenziali perdendo il voto popolare. Questa problematica non è affatto estranea al GOP, specialmente in stati come la Georgia, tornata blu nel 2020 dopo molti anni grazie ad un record di affluenza alle urne che va in parte attribuito al lavoro di attivisti e attiviste per il diritto al voto. A gennaio, Alice O’ Lenick, presidente repubblicano del consiglio elettorale della contea di Gwinnett, aveva dichiarato la necessità di “modificare le parti principali della legge elettorale” per far sì che il suo partito avesse almeno una possibilità di vincere, e ciò è stato fatto dal governatore repubblicano della Georgia Brian Kemp con l’Election Integrity Act. Non è la prima volta che Kemp si espone a favore di provvedimenti che risultano in voter suppression: nel 2018, mentre era Segretario di Stato e correva per la carica di Governatore contro Stacey Abrams, supervisionò una campagna di purging delle liste elettorali che temporaneamente escluse più di un milione di persone: circa 100mila erano stati lasciati fuori per l’idea che quello del voto sia un diritto che o usi o perdi e altre 53mila persone erano state cancellate dalle liste per la “exact-match law”, una legge per cui un semplice doppio spazio o la mancanza di un trattino nel nome possono costarti la possibilità di votare. Molte altre persone sono state escluse perché il loro nome somigliava a quello di qualcuno che al momento era in carcere, e che quindi non poteva votare. Questa operazione ha pesato enormemente sul diritto di voto della comunità afroamericana, poiché statisticamente è quella più colpita dalle pratiche di purging, ed è stata fondamentale per ridurre i voti a favore dell’attivista Stacey Abrams. La cancellazione di molti nomi dalle liste elettorali è inoltre particolarmente efficace in Georgia poiché lo stato non ha l’obbligo di notificare al cittadino se la sua registrazione è stata respinta, ma sta al singolo controllare fino al giorno del voto se ciò è accaduto. 

Con questa premessa, non c’è da meravigliarsi che il governatore della Georgia si sia apertamente opposto al For The People Act e abbia anche emanato l’Election Integrity Act, una legge che secondo Kemp rende “più facile votare e più difficile imbrogliare”, ma che, in verità, rende molto più difficile votare per posta e limita le possibilità del voto in presenza. Infatti, ai sensi di questo provvedimento, gli elettori hanno meno tempo per richiedere e restituire le schede per posta, che devono essere lasciate alle drop-box, che d’ora in poi avranno orari più brevi e saranno solo una ogni 100.000 elettori. Inoltre, il voto anticipato resta possibile in tutte le contee, ma solo dalle 7:00 alle 19:00, con la possibilità di scegliere orari più limitati dalle 9:00 alle 17:00, rendendo così estremamente difficile per coloro che non hanno la possibilità di prendere un giorno libero dal lavoro di stare in coda davanti alle cabine elettorali ad esercitare il proprio diritto di voto. È stato ridotto anche il numero di giorni per votare in anticipo, che potrebbe portare a tempi di attesa molto più lunghi nelle contee più popolose, come quella di Atlanta che è a maggioranza democratica e che è stata decisiva per la vittoria dei seggi del Senato. Il rischio di dover stare ore e ore in coda per votare è una realtà oggettiva che colpisce molti americani, specialmente quelli che abitano in contee più povere e a maggioranza afroamericana, e scoraggia molti dal votare a causa di impedimenti familiari o lavorativi. 


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Dal 2013, in Georgia sono stati eliminati 214 seggi elettorali e ciò ha portato a delle realtà come quella che nel novembre 2020 vedeva sette contee condividere un solo seggio. Per cercare di rendere più sopportabile le ore di coda, durante le elezioni presidenziali, molti attivisti hanno distribuito agli elettori in attesa cibo, acqua e ombrelli in caso di pioggia, ma questa nuova legge rende illegali questi atti. Tuttavia, è possibile che ciò possa ritorcersi contro il Partito Repubblicano, dato che gli attivisti per il diritto di voto hanno spesso usato la rabbia degli elettori nei confronti della voter suppression per alimentare le loro campagne, come è successo nel 2020. Intanto, la legge è già stata contestata dall’avvocato Marc Elias e varie aziende, fra cui la Coca-Cola che ha sede proprio ad Atlanta, che hanno pubblicamente condannato l’operato repubblicano. 

Ruggero Marino Lazzaroni e Ginevra Falciani,
Geopolitica.info