La Libia e la sua organizzazione dell’energia

La questione libica è ormai da anni uno dei punti nodali della situazione geopolitica dell’area mediterranea; diversi sono gli argomenti di interesse strategico che si concentrano in quel territorio: militare, per il controllo dell’area centrale della costa mediterranea e di penetrazione verso l’Africa; politico, per la gestione dei flussi migratori; economico, per l’acceso alle risorse energetiche, ancora molto significative sul piano quantitativo e qualitativo (il petrolio libico è considerato una delle migliori produzioni per le specifiche caratteristiche chimico-fisiche). Infatti un basso contenuto di zolfo e una bassa densità costituiscono un alto valore aggiunto per il prodotto di questo territorio. Questa qualità favorisce costi di raffinazione molto inferiori rispetto alla media ed è quindi molto ricercato dalle Oil Company di tutto il mondo, soprattutto in questa fase di transizione e di riconversione dei combustibili, dove la tendenza è quella di abbattere i costi delle attività del ciclo downstream petrolifero (raffinazione, logistica, distribuzione e commercializzazione).

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Ma quali sono i numeri delle risorse energetiche libiche? C’è ancora un’organizzazione aziendale locale di controllo? Quali sono le Compagnie petrolifere internazionali già impegnate sul territorio e quali sono quelle interessate ad acquisire nuove posizioni di controllo?

L’individuazione della presenza di giacimenti di idrocarburi, avvenuta tra la fine degli anni ’50 ai primi anni ’60, fu uno degli elementi principali di coesione statale, non essendoci una vera e propria identità nazionale libica, per tenere insieme le tre regioni storiche (Tripolitania, Cirenaica, Fezzan). Il picco della produzione fu raggiunta durante gli Anni Sessanta con 3 milioni di barili/giorno; con la nazionalizzazione di una buona parte delle attività, le sanzioni imposte dall’ONU e gli interventi militari ostili, non permisero una programmazione degli investimenti per la sostituzione e l’innovazione degli impianti di estrazione. La produzione pertanto scese significativamente, tornando poi in crescita graduale sino ad arrivare ad un picco nel 2008 di 1,7 milioni di barili/giorno e comunque prima della guerra civile del 2011 ad una estrazione di 1,65 milioni al giorno. Nel 2011 la produzione crollò a 0,502 mil barili/giorno, nel 2012 tornò ad essere significativa (1,48 mil barili/giorno) per poi di nuovo scendere pesantemente 0,404 mil barili/giorno fino ad attestarsi al dato del 2019 a superare il milione di barili/giorno (1,039 mil/giorno). A questo va aggiunto il dato che le riserve dimostrabili per la Libia nell’ultima valutazione 2019, sarebbero di 48,36 mil barili/anno, nono Paese produttore al mondo e al vertice del continente africano (Fonte CIA Word Factbook). Inoltre secondo le stime dell’Energy Information Administration (EIA) statunitense (Agenzia statistica del Dipartimento USA dell’energia), le potenzialità estrattive della Libia, tenuto conto degli impianti inattivi per danneggiamenti e obsolescenza dei materiali, si aggira intorno a 1,6 milioni di barili al giorno, cifra che comunque la collocherebbe quale terzo Paese produttore in Africa (dopo Angola e Nigeria) e nei primi quindici al mondo. Anche le produzioni di gas naturale, seppur non nelle cifre della produzione del petrolio, ma per il ruolo del metano nella transizione energetica, hanno assunto e assumono un ruolo importante nella frammentata economia libica. Le produzioni di gas naturale raggiunsero il massimo nel 2010 con 16,81 mld/anno, mentre nel 2019 il dato è di 9,09 mld/anno. Questi numeri mostrano l’estrema dipendenza dell’economia libica, anche nella nota e già citata frammentarietà, dalla produzione ed esportazione degli idrocarburi: il 70% del PIL nazionale e il 95% dell’export libico si basano sull’intera filiera degli idrocarburi. Il settore rappresenta poi circa il 90% delle entrate dello Stato; questo ultimo dato rafforza anche la centralità del controllo delle fonti di queste risorse anche per il consolidamento della stabilità politica e per la gestione del consenso della popolazione, anche in rapporto ai conflitti interni in corso fra le due fazioni. La guerra civile ha gravemente danneggiato la struttura produttiva e le infrastrutture energetiche del paese, sia per derivanti direttamente dalle operazioni belliche, sia per l’incertezza sulla continuità delle esportazioni di petrolio e gas naturale. La complessità della rete di trasporto primario degli idrocarburi è costituita da tre oleodotti rispettivamente di 200 km, 175 km e di 137 km, presenti in più regioni e controllati dai diversi schieramenti, e da un’articolazione di due principali gasdotti che confluiscono nel gasdotto Greenstream, infrastruttura di km 520 che mette in collegamento il territorio libico dalla stazione di compressione di Mellitah all’approdo siciliano di Gela (CL). La Greenstream BV, la società di gestione dell’impianto, è controllata al 50% da ENI, attraverso ENI North Africa BV, e per il restante 50% da NOC (National Oil Company), la società statale libica degli idrocarburi. La National Oil Corporation (NOC), è lo strumento societario di cui si è dotato lo Stato libico per la gestione del settore degli idrocarburi, durante il regime di Gheddafi. Fu istituita il 12 novembre 1970, con la legge n. 24/1970, in sostituzione della generale Libyan Petroleum Corporation. La NOC ha operato negli anni per rafforzare lo sviluppo della filiera degli idrocarburi e non solo, essendo stata ed essendo ancora il principale strumento di intervento della economia nazionale libica. E’ una holding integrata che opera nell’esplorazione produzione di petrolio e gas naturale, nella raffinazione (impianti di Zawia e Ras Lanuf), nella commercializzazione dei prodotti petroliferi e del gas, nella petrolchimica (impianto sempre di Ras Lanuf) con la produzione di etilene e polietilene e nelle produzioni di ammoniaca, urea e metanolo; nella struttura societaria è anche attivo un Centro di Ricerca per le attività petrolifere.

Ad oggi, nella condizione di divisione interna fra le due fazioni, alcune società del Gruppo, tra le quali Sirte Oil Company, Harouge Oil Operations, Waha Oil Company, Zueitina Oil Company e Arab Gulf Oil Company (AGOCO), sono sotto il controllo del Comando di LNA del Generale Haftar, che condiziona l’operatività stessa delle attività complessive della NOC, con gravi ricadute nel posizionamento nel mercato internazionale. La NOC comunque anche in questo periodo di guerra civile rappresenta una delle poche istituzioni di coesione nazionale e il suo presidente Mustafa Sanalla, proprio per il valore di NOC nel contesto libico, ha assunto un ruolo di mediazione fra le due fazioni in guerra.

Lo Stato Libico controlla inoltre la finanziaria Oilinvest, con sede nei Paesi Bassi e che opera nel settore petrolifero, controllando due importanti marchi commerciali come Tamoil e HEM e con un fatturato lordo annuo di € 12,7 miliardi. Tamoil in particolare, marchio acquisito alla fine degli anni ’80, ancora opera in Italia con una sede direzionale a Milano e con un deposito a Cremona, dove nel 2011 fu cessata la produzione di una storica raffineria, divenuta proprietà della società libica.

Da evidenziare anche l’attività della GECOL, Libyan General Electric Company, la società statale responsabile della produzione, generazione, trasmissione e distribuzione elettrica. Anche nel comparto elettrico la Libia potrà rappresentare un territorio strategico, anche in vista della sostituzione del mix energetico dal fossile alle Fonti di Energia Rinnovabile; infatti la posizione geografica e la prossimità alle coste italiane, e quindi dell’Unione Europea, potrebbe essere cerniera nell’ambizioso progetto di interconnessione della trasmissione elettrica dell’area euromediterranea, denominato MED RING, dove dovrebbero convergere le produzioni elettriche africane derivanti da FER.

Le Oil Company internazionali operanti nel territorio libico, sono ancora diverse, a partire da ENI, la più esposta; la francese Total, in crescita per l’acquisizione di nuove partecipazioni nell’esplorazione e produzione; la British Petroleum, che un paio di anni fa ha concluso un accordo di collaborazione con NOC ed ENI per lo sfruttamento di alcuni campi di esplorazione; la spagnola Repsol, impegnata nel bacino di Murzuq insieme a NOC, Total, la norvegese Hydro e l’austriaca OMV; infine i colossi USA ExxoMobil, Conoco Philips, Chevron, Hess. Da rammentare inoltre l’importanza del ruolo che stava assumendo la Cina. Prima del loro rimpatrio in seguito all’attuale guerra civile tra le due fazioni, CNPC, la compagnia petrolifera controllata dallo Stato cinese, disponeva di una forza lavoro in Libia di 30 mila operai e tecnici cinesi, e incanalava l’11 per cento delle esportazioni di greggio.

La nostra ENI, come abbiamo sottolineato, è la società maggiormente esposta sul territorio libico, da dove è attiva dal 1959. Ci sono produzioni attive nell’esplorazione e produzione on shore e off shore a largo di Tripoli, garantite da 11 titoli minerari e 6 aree contrattuali. Nel 2018 è stato dato l’avvio produttivo al progetto off shore Bahr Essalam 2, mentre viene garantito l’approvvigionamento di gas naturale verso l’Italia di 4,5 mld/m3 anno, attraverso la citata Greenstream ed il potenziamento degli impianti di Mellitah e Sabratha. L’ENI è inoltre impegnata anche in progetti di sviluppo, in accordo con GECOL e NOC, delle fonti di energia rinnovabili e di generazione elettrica (eolico e solare), e in un intervento nel 2019 di rispristino di 428 MW nell’area di Tripoli. Un impegno importante e significativo, a riprova della centralità del territorio libico, per il nostro Paese. In Libia si sta attraversando una fase estremamente delicata per gli equilibri interni, alimentati da scenari internazionali che hanno visto negli ultimi tempi aumentare i protagonisti, che cercano di inserirsi nel controllo di questa area territoriale.


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Comunque a dispetto di queste criticità politiche ed economiche, come riporta Lorenzo Marinone nell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2019: “La Libia resta potenzialmente un Paese ricco, derivante dalle sue ingenti risorse idrocarburiche (petrolio e gas, il combustibile della transizione); risorse che sino al 2011 hanno permesso ai libici di godere di un tenore di vita mediamente più alto rispetto ai Paesi del Maghreb”.

E’ auspicabile che il recente “cessate il fuoco” possa essere messo a frutto per la stabilizzazione dello Stato libico, per una ritrovata centralità dell’Unione Europea e del nostro Paese nella questione libica, quale elemento di argine ai tentativi egemonici di alcuni Stati (Turchia e Russia su tutti) e soprattutto a sostegno dell’importante presenza dei Gruppi italiani della filiera energetica. 

Antonello Assogna
Fondazione Tarantelli