La legislazione sull’export dei materiali d’armamento – possibili scenari

La legge riguardante l’esportazione di materiali d’armamenti e di assetti militari è la ormai famosa 185 del 1990, che, anche grazie a diverse modifiche e aggiornamenti (l’ultima nel 2012), si è dimostrata nel tempo sicuramente un buon sistema regolatore. La 185/90 trova i suoi punti principali e fondamentali nell’articolo 1, intitolato “Controllo dello Stato”, in cui vengono dettate le linee guida in fatto di autorizzazioni e divieti.

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Viene infatti sostenuta la conformità tra la politica estera e di difesa del Paese rispetto alle esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento, e che esse siano vietate “verso i Paesi in stato di conflitto armato” e “verso i Paesi in cui sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale”. Le autorizzazioni per l’export vengono inoltre vietate, secondo la legge, verso quei Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionale in materia di diritti umani” e “verso quei Paesi che destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del Paese”. Un altro punto chiave dell’articolo 1 è la facilitazione “ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”.

Anche per rimanere al passo con il mondo della sicurezza e della difesa, il quale è in continua evoluzione, ma soprattutto per far fronte alla questione etica che si è alzata negli ultimi tempi e che ha investito tutto il settore, è stata avanzata nel febbraio 2019 una proposta di modifica alla legge 185/90, con prima firma del senatore Gianluca Ferrara. Secondo quest’ultimo, in alcuni casi, i divieti imposti dalla legge sono stati aggirati e non hanno impedito che venissero vendute armi ad attori globali impegnati in conflitti armati o protagonisti di violazioni dei diritti umani. Una proposta di modifica presentata sull’onda delle notizie giunte dallo Yemen e dalla Siria.

Le principali modifiche proposte riguardano: l’istituzione di un fondo per rendere operativa la differenziazione produttiva e la conversione dal militare al civile, con speciale riferimento al concetto di “dual use”; l’inserimento di nuove limitazioni per la vendita e l’export di armi in casi di violazioni del diritto internazionale; si rende necessaria l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il trasferimento di materiali d’armamento verso i Paesi coinvolti in conflitti armati; criteri limitativi anche per l’export di armi leggere, sopra un determinato quantitativo e la creazione di una lista aggiornata di Paesi in conflitto verso cui le vendite e le esportazioni debbano essere vietate.

Insomma una legge, che con le modifiche proposte, diverrebbe più stringente per quanto riguarda la concessione delle licenze di esportazioni e che andrebbe sicuramente a limitare un mercato importante come quello della difesa e sicurezza, in cui l’Italia svolge un ruolo importante a livello globale, soprattutto nelle regioni a più alta instabilità, come i Paesi MENA (Middle East and North Africa).

Una notizia che invece, dal punto di vista legislativo, permetterà all’intero settore di migliorare i propri risultati è la modifica dell’articolo 537 ter del Codice dell’Ordinamento militare, all’interno del decreto fiscale approvato lo scorso dicembre. Si tratta del meccanismo di accordi “Government to Government”, o “G2G”, che prevede e permette allo Stato di aiutare le aziende della difesa nel momento della stipula degli accordi con altri Paesi. Nel già citato articolo viene aggiunta al “supporto tecnico-amministrativo” del governo anche la possibilità di una “attività precontrattuale e contrattuale”.

In questo modo le compagnie, ma anche gli Stati esteri, hanno credibilità e garanzie migliori al momento dell’accordo. E’ uno strumento, richiesto a gran voce già da tempo dagli addetti ai lavori dell’industria della Difesa italiana, che renderà le nostre aziende leader ancora più competitive a livello globale. Diverse stime, basate sulle occasioni in cui negli scorsi anni è stato utilizzato nella corretta forma da parte di altri Paesi il ‘G2G’, e in cui quindi le aziende italiane sono uscite sfavorite e sconfitte, dimostrano che la perdita annuale derivata possa essere stata di circa un miliardo e mezzo.

Se, nel caso del ddl Ferrara, le modifiche alla 185/90 andrebbero ad influenzare negativamente i ricavi ed i risultati delle aziende del settore, andando incontro però alla questione etica e al controllo più capillare e rigoroso delle esportazioni, l’utilizzo del ‘G2G’ avrà sicuramente l’effetto opposto sull’intera filiera nel medio e lungo periodo.