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La leadership ambientale della Costa Rica

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Negli ultimi 50 anni, la politica ambientale della Costa Rica ha permesso al Paese di acquisire una leadership di livello mondiale in materia. Questo status permette al piccolo Stato centroamericano di dialogare alla pari con le grandi potenze nei forum internazionali sull’ambiente. La crisi legata alla pandemia di Covid, però, ha spostato l’attenzione su temi come povertà e disoccupazione. L’elezione di Rodrigo Chaves nel 2022, con un’agenda che mette in secondo piano la tradizionale difesa dell’ambiente, rischia di compromettere i risultati raggiunti e presenta nuove sfide per il Paese.  

Lo storico impegno della Costa Rica per la tutela dell’ambiente

La Costa Rica è un piccolo Stato dell’America Centrale che conta appena 5,225,000 abitanti. Sebbene occupi solo lo 0,03% della superficie terrestre, il Paese però ospita il 5% della diversità biologica del pianeta. Per questo motivo, la protezione dell’ambiente rappresenta un elemento centrale della politica nazionale ed è stata storicamente sfruttata come mezzo per accrescere lo status internazionale del Paese.

Negli anni 60’, la Costa Rica aveva uno dei tassi di deforestazione tra i più alti al mondo. Per tale ragione, già nel 1969 venne emanata la Legge Forestale che “stabilisce come funzione essenziale e prioritaria dello Stato quella di supervisionare la protezione, la conservazione (…) delle risorse forestali”. Per concretizzare quest’obiettivo, è stato implementato un efficiente sistema di parchi nazionali, che oggi ricoprono ¼ del territorio costaricano.

È negli anni ’90, però, con il governo di José Maria Figueres (1994-1998), che il Paese avanzò maggiormente nella protezione ambientale. Nel suo discorso inaugurale, Figueres aveva parlato del bisogno di un “nuovo stile di sviluppo” che tenesse conto della conservazione dell’ambiente sul lungo periodo. Il primo passo in questa direzione fu la riforma costituzionale del 1994, che modificò l’articolo 50 aggiungendo che “tutte le persone hanno il diritto a un ambiente sano ed ecologicamente bilanciato”. Nel 1998, la Legge sulla Biodiversità attribuì dei diritti a tutte le forme di vita e stabilì che la biodiversità “ha un’importanza decisiva e strategica per lo sviluppo del Paese”. Oltre al piano normativo, la Costa Rica innovò in questo periodo anche sul fronte delle pratiche per lo sviluppo sostenibile, realizzando uno dei primi “scambi di debito per natura” a livello internazionale con la Norvegia.

L’impegno della Costa Rica nella difesa dell’ambiente ha accresciuto il prestigio internazionale del Paese, testimoniato dai diversi riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni. Nel 2019, per esempio, le Nazioni Unite hanno conferito il premio “Campione della Terra” alla Costa Rica per il suo ruolo “nella protezione dell’ambiente e il suo impegno in politiche ambiziose per combattere il cambiamento climatico”.

I benefici ottenuti da questo status sono tanto economici quanto politici. Dal punto di vista economico, l’ecoturismo ha assunto un’importanza crescente. Grazie ai già menzionati parchi nazionali, il numero di visitatori internazionali in Costa Rica è passato da 1,9 milioni nel 2009 a 3,1 milioni nel 2019. Il settore turistico rappresenta il 6,3% del PIL nazionale e occupa l’11,4% della forza lavoro. Inoltre, l’impegno a ridurre le emissioni di carbonio ha permesso di ricevere un pagamento di 16 milioni di dollari dal Forest Carbon Partnership Facility (FCPF) della Banca Mondiale. Dal punto di vista politico, il riconoscimento come leader ambientale ha permesso alla Costa Rica di agire come una grande potenza nel settore ambientale e di stabilire delle norme a livello internazionale. Ne è un esempio il REDD+, un progetto promosso dalla Costa Rica e dalla Papua Nuova Guinea nel 2005 nel quadro delle Nazioni Unite, che ha l’obiettivo di “guidare le attività forestali per ridurre le emissioni della deforestazioni e il degrado forestale”.

Il nuovo corso di Rodrigo Chaves

La protezione dell’ambiente, dunque, risulta essere un elemento chiave della politica costaricana. Tuttavia, la recente crisi legata alla pandemia di Covid ha messo in discussione la sua centralità. Dal 2017 al 2021, il tasso di disoccupazione è raddoppiato fino a toccare il 13.7% della popolazione. Per questo motivo, alle elezioni del 2022, Rodrigo Chaves, un ex funzionario della Banca Mondiale, ha vinto con un programma che mette in secondo piano il tema ambientale, per dare priorità al rilancio economico del Paese. Poco dopo la sua elezione, ha deciso di bloccare la ratifica dell’Accordo di Escazù, il primo accordo a livello regionale in materia ambientale, promosso da Costa Rica e Cile nel 2018; secondo il nuovo mandatario, tale accordo “ritarderebbe in maniera ingiustificata e arbitraria i progetti di investimento”.

Se il suo predecessore, Carlos Alvarado (2018-2022), aveva varato un piano per eliminare progressivamente l’utilizzo di combustibili fossili entro il 2050, Chaves ha affermato non scarta l’idea dell’esplorazione e sfruttamento del gas naturale, in quanto non vede “una contraddizione tra l’ambiente e la gestione razionale delle risorse naturali”. Inoltre, l’abbandono della leadership ambientale è esemplificato dalla mancata partecipazione del presidente alla scorsa COP27, sostituito da una delegazione guidata dal Ministro per l’Ambiente.

La Costa Rica rappresenta un esempio di come anche un piccolo Paese dell’America Centrale possa raggiungere un elevato grado di prestigio a livello internazionale, attraverso politiche attive e lungimiranti sul piano ambientale. Tuttavia, la recente elezione di Rodrigo Chaves rischia di compromettere i risultati raggiunti. In un contesto regionale sempre più favorevole alla difesa dell’ambiente, grazie a leader come Lula da Silva in Brasile e Biden negli Stati Uniti, la Costa Rica rischia di perdere i vantaggi ottenuti e di rimanere isolata. In questo senso, la maggior sfida per il governo di Chaves sarà quella di riuscire a bilanciare il suo impegno per la ripresa economica del Paese e la difesa della reputazione internazionale conquistata nel tempo.

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