La guerra tra Israele e Iran per il controllo del Golan

La situazione nel Levante Arabo e in particolare nella zona del Mashriq, l’area che fin dai tempi della Sublime Porta, indicava le attuali regioni di Israele, Palestina, Siria, Libano, Giordania, sud della Turchia, è caratterizzata in queste ultime settimane da un notevole fermento.  Una guerra, quella siriana, sta auspicabilmente finendo, altri focolai vanno però accendendosi ai quattro angoli della regione. Il Golan in particolare sembra essere l’area in cui Israele e Iran potrebbero decidere di regolare questioni aperte da decenni.

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Una serie di fatti, curiosamente concentratisi nelle ultime settimane indicano una certa dinamicità che caratterizza tutti gli attori della regione. Stati Uniti, Israele, Iran e Russia, direttamente attraverso dichiarazioni ufficiali o per il tramite degli alleati regionali, stanno muovendo pedine nello scacchiere. Il centro nevralgico di tale dinamicità è rappresentato dalle alture del Golan, l’area montuosa al confine tra Israele e Siria, occupata dall’IDF dal 1967 e smilitarizzata con l’Accordo sul disimpegno con l’esercito siriano, garantito dall’ONU e risalente al 1974. Proviamo a mettere in sequenza alcuni di questi fatti e a preconizzarne i possibili sviluppi.

L’evacuazione dei caschi bianchi

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio, sul Golan si è svolta una spettacolare operazione di evacuazione di 442 caschi bianchi, la cd Difesa Civile Siriana, organizzazione umanitaria, peraltro discussa, che da anni si occupa di assistere i civili nelle zone sotto il controllo dell’opposizione al regime di Damasco.

Il governo siriano denuncia che l’organizzazione, secondo il regime finanziata dagli USA e da Soros, rappresenterebbe in realtà una colossale operazione della CIA per sostenere i ribelli e i terroristi islamici. Effettivamente i caschi bianchi da anni, attraverso un uso sapiente dei social media, denunciano le violazione dei diritti umani e i crimini di guerra delle forze di Assad: bombardamenti indiscriminati, torture, uccisioni e non ultimo, l’uso di armi chimiche, compreso il discusso attacco con cloro e gas nervino nella Ghoutha orientale a Douma nello scorso aprile.

I 442 evacuati (all’inizio si era parlato di 800), provenivano dall’area di Daraa, dove le truppe di Assad appoggiate dai Russi e da Hizb’Allah,stanno combattendo una delle ultime battaglie decisive per la riconquista di una delle poche porzioni di territorio siriano ancora in mano ai ribelli. Gli uomini appartenenti all’organizzazione umanitaria e le loro famiglie sarebbero potuti entrare in Giordania direttamente dalla zona di Daraa, tuttavia trattandosi di una zona controllata da Hizb’Allah e da truppe governative siriane e temendo rappresaglie, hanno ottenuto l’ingresso in Israele attraverso il valico di Kuneitra, per il tramite della fascia di sicurezza sulle alture del Golan. Ad attenderli c’erano l’esercito israeliano e i media. Operatori umanitari e famiglie sono stati presi in consegna e accompagnati fino al confine con la Giordania. Dalla Giordania gli evacuati prenderanno la via della Germania e del Canada.

L’operazione di Israele, ha avuto ovviamente il placet americano e ha rappresentato un ottimo battage pubblicitario per lo Stato ebraico. Non è allo stesso modo chiaro il ruolo giocato dalla Russia. Fonti russe hanno smentito che vi fosse il placet di Mosca all’evacuazione, tuttavia appare difficile che una tale operazione possa essere avvenuta senza il consenso russo.

Attacco israeliano su Masyaf

Il 22 Luglio, poche ore prima dell’operazione di evacuazione sul Golan, l’aviazione israeliana ha bombardato un sito siriano nella città di Masyaf nella provincia di Hama. Si tratta dello stesso sito già colpito nel settembre del 2017,in cui l’intelligence israeliana sostiene vengano prodottearmi chimiche. L’operazione sembra aver avuto un ulteriore seguito il 5 agosto scorso, allorché un ordigno ha ucciso sempre ad Hama il generale Aziz Asbar, scienziato siriano a capo del centro di ricerche di Masyaf nonché, secondo fonti vicine all’opposizione siriana, di un programma per lo sviluppo di produzione di missili terra-terra a corto raggioin collaborazione con l’Iran. Il ruolo dello scienziato e l’attribuzione della sua morte ad un’operazione israeliana è ovviamente tutta da verificare.

 La visita di Lavrov in Israele

Sempre nelle stesse ore (il 23 luglio), a sorpresa il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, accompagnato dal capo di stato maggiore Valeri Guerassimov, si è recato in visita a Gerusalemme per incontrare Benyamin Netanyahu, anche lui accompagnato dal ministro della difesa Avigdor Lieberman.

Dagli scarni resoconti sull’incontro, è ipotizzabile che  Netanyahu e Lavrov abbiano discusso della situazione che va prospettandosi al confine tra Siria e Israele, ovvero nella zona delle alture del Golan. A preoccupare Israele non è tanto il ritorno delle truppe di Assad nella zona, quanto la presenza dell’Hizb’Allah libanese e dei quadri di comando della Forza Qubs, le truppe speciali dei Guardiani della Rivoluzione presenti in Siria e sotto il comando del Generale Qasem Soleimani.

Lavrov avrebbe promesso a Netanyahu 100 Km di cuscinetto entro cui le milizie Hizb’Allah non dovrebbero poter penetrare. Preme ricordare che il Golan è sotto controllo israeliano dalla guerra del 1967, possesso ulteriormente ribadito dalla vittoriosa conclusione della guerra dello Yom Kippur (1973). Dal 1974 sul Golan l’ONU attraverso i reparti dell’UNDOF (United Nations Disengagement Observer Force), garantisce il controllo di una fascia di sicurezza smilitarizzata in cui né gli israeliani né i siriani possono penetrare. La promessa di Lavrov comporterebbe ulteriori 100 km di sicurezza, ma in Israele c’è scetticismo.

Pattuglie russe sul Golan

Promesse a parte la Russia è ben decisa a giocare fino in fondo la propria partita in Siria. La novità di queste ore è rappresentata dalla presenza di 8 pattuglie formate da soldati ceceni inquadrati tra le truppe russe che Mosca ha messo a pattugliare le alture. Le pattuglie cecene si aggiungono a quelle dell’ONU senza che sia stata prevista/condivisa alcuna integrazione. La circostanza è curiosa e non è chiaro se tale novità sia frutto dei colloqui tra  Netanyahu e Lavrov o se si tratta di un’iniziativa russa volta a rimarcare il rinnovato ruolo nella regione.

I caschi blu della missione della Forza di disimpegno degli osservatori Onu hanno comunque potuto effettuare, dopo ben sei anni, la prima pattuglia nell’aerea della linea di disimpegno tra Siria e Israele accompagnati dalla polizia militare russa. A riferirlo è stato il generale Sergej Rudskoy, responsabile del comando operativo dello Stato maggiore russo. Secondo l’alto ufficiale le forze siriane avrebbero ripreso il completo controllo dell’area creando le condizioni per la ripresa della missione ONU anche sul lato siriano del Golan. La missione si era interrotta  dopo che i ribelli siriani avevano sequestrato 21 caschi blu, rilasciandoli dopo quattro giorni nel 2011.

Al di là della propaganda di Mosca e della volontà di mostrarsi al mondo come agenti del ripristino della legalità internazionale, qual è il beneficio per Mosca di mettersi in mezzo tra Israele e milizie sciite? E soprattutto Israele ha da guadagnarne o meno a mettere la propria sicurezza in mano ai russi?

Il pericolo di un incidente

Nelle stesse ore in cui si svolgevano i colloqui Netanyahu – Lavrov il sistema mobile di difesa antimissile israeliano “Fionda di Davide”, si metteva in azione per provare ad intercettare due missili russi SS21, sparati dalla Siria in direzione del Golan. I due ordigni sono poi caduti in territorio siriano. Non è chiaro quale fosse l’obiettivo di tali ordigni.

Pochi giorni dopo, il 24 Luglio, un Sukhoi che avrebbe sconfinato di un paio di km in territorio israeliano, è stato abbattuto da una batteria di missili Patriot israeliana, sopra le alture del Golan. L’aereo russo, ma in dotazione alle truppe di Assad, era impegnato negli scontri con le forze ribelli ancora presenti nell’area, probabilmente miliziani dell’ISIS presenti nell’area di Yarmouk.

Questi due episodi dimostrano come al di là della volontà russa di fare da arbitro, il nervosismo israeliano nell’area rischi di produrre incidenti seri, anche perché negli ultimi mesi diverse sono state le incursioni dei jet con la stella di David in territorio siriano per colpire basi iraniane.

Guerra a bassa intensità e mediazione Russa. Per ora…

Andando a concludere è possibile affermare che Iran e Israele abbiano scelto la Siria come terreno di scontro su cui testare le rispettive dinamiche di potenza. Il problema è se i due contendenti e le rispettive élite politiche sapranno mantenere il sangue freddo,evitando che il conflitto assuma una chiave più diretta.

Le possibili escalation potrebbero presumibilmente essere due:

  • un’azione dei jet israeliani sul territorio iraniano per colpire i siti atomici. Improbabile almeno in questa fase;
  • un’azione israeliana di penetrazione in territorio siriano sul versante delle alture controllato da Damasco.

Appare certamente difficile stabilire se la seconda azione sia più probabile. Tuttavia è sicuramente in linea con la dottrina strategica della stato ebraico.

Al di là degli scontri e delle provocazioni, Israele è infatti impiegata da mesi in un’azione di tipico contenimento della penetrazione iraniana in Siria e probabilmente cerca nella Russia la sponda affinché questa abbia successo. Ciò nonostante si sta probabilmente preparando ad operazioni su più vasta scala. Alcune fonti segnalano infatti un rafforzamento della 210/a Divisione Bashan a guardia del Golan. Inutile ricordare come la dottrina israeliana preveda azioni di roll back. L’operazione Pace in Galilea dell’82, l’invasione del sud del Libano del 2006 e l’invasione di Gaza del 2009 ne sono esempio.

Una cosa è il ripristino di uno status quo che veda nuovamente la divisione Bashan fronteggiare truppe regolari di Damasco con l’ONU in mezzo, altra cosa è accettare che Pasdaran e Hizb’Allah possano istallarsi sul Golan siriano e di lì organizzare azioni di penetrazione in Alta Galilea. D’altro canto i vertici militari della Repubblica islamica non fanno mistero della volontà di stabilire ulteriormente la propria fascia d’influenza su tutto il Levante Arabo.