La guerra interminabile: lo sfondo dell’asse Mosca-Damasco – Seconda parte

A 5 anni dall’intervento russo in Siria in un clima incerto e all’interno di un interventismo statunitense timidamente coperto dall’ONU, lo scenario della guerra civile si presenta radicalmente diverso dal 2011, anno dell’inizio delle ostilità. Il supporto della Russia è stato fondamentale per Damasco, politicamente e militarmente, ma a Idlib l’offensiva turca rappresenta oggi una minaccia per gli interessi russi, nonché per la pace e la stabilità nella regione. Esaminiamo quindi gli avanzamenti dell’asse Putin-Assad nel quadro di una complessità di interessi che porterà le ostilità a protrarsi per nove anni con precari ma spiegabili equilibri.

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La minaccia dell’IS e la stabilizzazione delle alleanze

Abu Bakr al-Baghdadi invia, sin dalle prime defezioni all’interno dell’Esercito Libero siriano, i suoi discepoli nel Paese per un reclutamento dogmatico, e pochi mesi dopo il leader dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS dal 2014) minaccerà il fronte con la presa di Raqqa nell’estate 2013. L’utilizzo di armi chimiche di Assad su Ghouta forza Putin a siglare un accordo con Obama e stimola la reazione della comunità internazionale. Le sanzioni che ne derivano pesano, ancora oggi, come un macigno, sulla popolazione.

È solo con la proclamazione dello Stato Islamico in Iraq e Siria, nel 2014, che l’intervento statunitense diviene effettivo e strutturato. La presa di Kobane rappresenta l’inizio della collaborazione più stretta con i curdi e presto culmina nella costituzione delle Syrian Democratic Forces, rivelatesi fondamentali per la scacciata dello Stato Islamico dal Paese. La presa dell’influenza e del reclutamento fondamentalista stabilizza presto l’IS in varie aree della Siria e dell’Iraq, spingendo Putin ad intervenire tramite l’invio truppe alla base di Khmeimim, da dove, dopo il via della Duma, il 30 settembre 2015 prendono avvio i bombardamenti e le spedizioni aeree. Questo tipo di offensive rende difficile, durante tutto l’arco di crisi, il coordinamento con la coalizione curdo-statunitense. Inoltre, è questo anche l’incipit di vari incidenti ed errori operativi che complicano le relazioni belliche, di scarsa definizione, ma la diplomazia multilaterale in sede ONU ha favorito una convergenza di intenti e di risposte alla minaccia posta dall’IS, raggiungendo il suo apice con il Memorandum of Understanding tra Russia e U.S.A, siglato in un incontro bilaterale patrocinato dall’Assemblea della Nazioni Unite in ottobre e che codifica un meccanismo di “airspace deconfliction”, ovvero la riduzione di aerei nell’area in modo da diminuire il rischio di scontri.

Il mese di novembre segnerà una nuova escalation e la trasformazione del conflitto: due F-16 turchi abbattono un cacciabombardiere russo e propiziano il definitivo intervento in campo di Erdogan. Mentre Stati Uniti e Russia cercano di indebolire il nemico comune non senza errori che forzano a compromessi per il cessate il fuoco, i costi umani e materiali della guerra, assieme a quelli della grande diaspora, non dissuadono i leader dal volerla portare a termine nel tentativo di massimizzarne i vantaggi politico-strategici. Si inserisce con sempre maggior peso l’Iran attraverso il sostegno diplomatico, tecnico e logistico ad Assad e la presenza dei pasdaran e di milizie sciite (sfiorando un totale di 10000) nonché il comando dei contingenti di Hezbollah; nel mentre, l’Arabia Saudita ratifica il suo appoggio, anche commerciale, al fronte antigovernativo. Il regime dell’alawita, infatti, rappresenta l’unica certezza per Teheran nel contrastare l’influenza saudita, non essendosi il mutuo supporto esaurito nei cicloni storici. Così, oggi, la lotta all’espansione diretta ed indiretta turca nell’area appare fondamentale in ogni punto dell’asse Mosca-Damasco-Teheran.

La minaccia turca e la (in)stabilizzazione del conflitto

Fonte: www.armadilla.coop

La coalizione curdo-statunitense, che combatte una guerra parallela contro l’ISIS, ottiene un vantaggio sullo Stato Islamico a partire dalla fine dell’estate del 2016, permettendo principalmente ai combattenti curdi di liberare le zone Nord-Est della Siria in 18 mesi. In questo frangente, il radar russo volge verso Aleppo, controllata da varie coalizioni di ribelli firmatarie della Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza e dunque non annoverate tra i possibili obiettivi della coalizione internazionale. I bombardamenti sul nuovo fronte, però, distruggono di fatto le prospettive di pacificazione e assistenza umanitaria nel breve termine previste dalla risoluzione, caratterizzandosi per la mancata discriminazione dei target fra forze di opposizione e terroristiche né fra asset civili e militari.

Il secondo attacco di armi chimiche dispiegate attraverso raid aereo da parte delle forze siriane a Khan Sheikhoun nel Nord-Ovest, nell’aprile 2017, esplica il fallimento delle garanzie russe di securitizzazione delle battaglie e sembra mettere in discussione il processo di pace di Astana avviato il precedente dicembre su proposta del Cremlino. L’attacco provoca più di 500 feriti, nonché 90 morti. In più, si inserisce in un clima di dialogo difficoltoso fra molte fazioni ribelli, Russia, Turchia, Iran e la delegazione ONU osservatrice, il cui simbolo è diventato proprio la capitale kazaka. Si assiste ad un processo di negoziazione interrotto a più riprese dalle complicazioni belliche e caratterizzato da una “cordiale diffidenza” che caratterizza le relazioni russo-turche con riferimento alla percezione dei tentativi egemonici altrui in Medio Oriente ma anche dalla sostanziale consapevolezza di dover provare a porre fine al conflitto armato, non senza tutele.

Da parte russa, infatti, i sondaggi del periodo rivelano che la propensione dell’opinione pubblica favorevole all’intervento russo è drasticamente calata, con il 49% di russi che caldeggiano l’interruzione immediata dell’appoggio militare. Il timore è quello che, in conformità all’”analogia del Vietnam”, il conflitto si trasformi in un nuovo Afghanistan: un pantano dai costi economico-diplomatici e dalle atrocità irreversibilmente disastrosi.

Contestualmente, le SDF avanzano e obbligano le forze islamiste a ripiegare verso Idlib, che rimane a lungo inespugnabile, mentre le forze lealiste e quelle russe decidono di concentrarsi sul deserto centrale, dove Dayr-Az-Zawr è piegata dal radicalismo islamico da oltre 3 anni. La vittoria sulla zona inaugura altri successi per la coalizione, precedendo la vittoriosa discesa verso sud da parte delle SDF e la consapevolezza della necessarietà della deconfliction. Il clima di ottimismo all’interno delle coalizioni avverse allo Stato Islamico, tuttavia, subirà notevoli e costanti contraccolpi, principalmente laddove si sostanziano in ormai sistematici errori di calcolo operativo, come l’attacco governativo contro le SDF ed i consiglieri del Pentagono. L’esercito americano risponde dapprima denunciando a Khmeimim l’accaduto, poi, a seguito del disconoscimento russo dell’attacco, con una grande rappresaglia che causa più di 200 morti di cui i russi ne minimizzano la portata.

L’Est, controllato in piccole roccaforti dai ribelli, diviene il nuovo obiettivo delle forze lealiste e russe. I territori riconquistati nell’estate 2018 non includono però Idlib, dove le forze sostenute dalla Turchia, come l’ESL, o Hayat Tahrir al-Sham, rappresentano la sfida più grande, ancora aperta. In questo quadro l’ accordo di de-escalation russo-turco sancisce l’instaurazione di posti di osservazione lungo i confini dell’area contesa ma quasi immediatamente il caos riemerge tra le rotte aeree mediorientali. Le unità siriane abbattono un veicolo russo causando la morte di 15 militari nel tentativo di riscattare un attacco israeliano contro le forze di supporto iraniane all’esercito governativo. Di conseguenza, il comando russo decide di dotare l’esercito siriano dei più avanzati S-300, missili antiaerei a lungo raggio. Tel Aviv e Teheran si provocavano l’un l’altro dall’inizio delle ostilità nel tentativo di profittare del bilanciamento di potere in campo e così godere di fette di influenza più vaste nella regione (la strategia israeliana è indebolire Hezbollah e le sue mosse sono state più volte condannate all’ONU dalla delegazione siriana). Sarà proprio il notevole sforzo militare iraniano e l’attrazione della efficiente bellicosità israeliana sul campo siriano a dividere, più recentemente, l’asse sciita: la prospettiva di ricostruzione siriana, infatti, muove Assad verso i paesi arabi con cui spera di instaurare dialoghi a lungo termine, rispetto ai quali Teheran esercita attrito.

Nell’ottobre 2019, l’inaspettato ritiro delle forze statunitensi dà modo ad Ankara di lanciare disastrose offensive contro le milizie curde, considerate un dispiegamento militare del Partito dei Lavoratori Curdi già al bando. Esso porta anche ad una maggiore convergenza fra SDF e apparati russo-siriani, anche a livello operativo e informativo. L’altro lato della medaglia, però, vede l’accordo di de-escalation siglato l’anno prima volatilizzarsi sotto i bombardamenti aerei russi, che costringono le popolazioni dell’area, a muoversi verso i confini turchi ed intensifica lo scontro fra le parti. In questo frangente, le forze lealiste feriscono a morte 33 soldati turchi a Idlib, dove si confondono con i ribelli ed i terroristi nei mirini di Assad. L’evento catalizza l’ira di Erdogan che chiede sostegno alla NATO e spinge i rifugiati dentro i suoi confini verso quello greco, minacciando la leadership europea. L’UE affida in risposta alla Merkel la sua strategia diplomatica, condannando l’attacco siriano e richiedendo un immediato cessate il fuoco, già avanzato da Putin ad Assad. L’escalation porta nel marzo 2020 ad un nuovo accordo tra Erdogan e Putin, che risulta nella sospensione gli attacchi aerei ed una zona di sicurezza nonché nell’instaurazione di perlustrazioni di ambe le parti lungo l’autostrada M4. L’ultimo accordo conferma la capacità di Mosca ed Ankara di pervenire ad interlocuzioni la cui efficacia si rinviene nel razionalismo e nella pragmaticità, in conclusioni condivise nel rispetto degli interessi altrui. Questi si sostanziano specialmente nella compravendita bilaterale di armi (sanzionata dalla Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act di Trump) nonostante le potenzialità di difesa del mondo arabo dall’egemonia turca dell’una e la membership NATO dell’altra.


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Conclusioni

L’intervento russo, inizialmente velato e incerto, assume ad oggi un’importanza geopolitica di doppia matrice.

Per il regime siriano ha significato riprendere il controllo sulla quasi totalità del Paese, una prospettiva per nulla garantita dalle dinamiche iniziali della crisi. Putin è stato il garante del sistema politico e sociale guidato da Assad, di cui Obama e Erdogan hanno cercato la destituzione, condizione necessaria per avviare trattative di pace. Dal punto di vista economico, il tesoro russo è divenuto il finanziatore di ultima istanza del regime che ne ha impedito una dolorosa bancarotta, che sarebbe stata un boomerang contro il prestigio militare e politico del Cremlino.

Per Mosca lo sforzo bellico ha rilanciato la sua influenza, rinvigorito le entrate commerciali bilaterali e dispiegato attrattività politica ed economica per molti paesi. Guardando al conflitto, la tregua è precaria e gli scontri continui. Anche sforzandosi di non considerare i problemi sociali ed economici del Paese, bisognosi di risposte concrete della comunità internazionale, è evidente come una mossa apparentemente irrilevante possa far emergere nuove minacce, specie dato il carattere provocatorio e imprevedibile di Ankara. Ma fintanto che le forze giocheranno in campo e un accordo di pace non sarà siglato, la stabilità e la sicurezza sono solo un miraggio che la Russia, da sola, non può trasformare in realtà.

Celeste Luciano,
Geopolitica.info