La guerra interminabile: lo sfondo dell’asse Mosca-Damasco – Prima parte

A 5 anni dall’intervento russo in Siria, lo scenario della guerra civile si presenta radicalmente diverso dal 2011, anno dell’inizio delle ostilità. A fine 2020 la situazione più critica è a Idlib, dove la Turchia rappresenta una minaccia per gli interessi russi e la stabilità nella regione. Il supporto della Russia è stato fondamentale per Assad, il cui regime assicurerebbe a Putin l’influenza geopolitica nella regione. Ma cos’altro caratterizza i passi di Mosca in questo percorso di rilancio bellico?

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La Siria nel nuovo quadro strategico russo

Negli anni ’90 la minaccia dell’alleanza nordatlantica sempre più rivolta ad Est e le tensioni in Caucaso hanno relegato la Russia in un vortice di vulnerabilità stimolata da Washington e Bruxelles, che hanno contribuito a rinvigorirne la dottrina strategica. Anche i principi base della dottrina nucleare  ricalcano l’avvicinamento dell’Alleanza Atlantica dall’estero vicino di Mosca, minacciata dal dispiegamento di truppe NATO nei paesi baltici, dalle numerose esercitazioni aereo-navali e dal posizionamento di sistemi antimissilistici. Così la dottrina russa è diventata più assertiva e fondata su una coercizione nucleare che mina la presupposta primazia statunitense.

Le instabilità mediorientali, il coinvolgimento americano e gli storici legami arabo-russi sono stati colti da Putin come un’occasione di rilancio degli interessi geopolitici della Federazione. In particolare, nel decidere il dispiegamento di forze a sostegno di un regime politico controverso ed avverso allo stato di diritto ed osteggiato dai paesi liberaldemocratici quale la Siria, è stata la percezione della grande minaccia che da Ovest sarebbe altrimenti permeata verso i territori vicini a Mosca.

La comprensione dell’allineamento Putin-Assad e la difesa diplomatica del regime autoritario rientra nello sforzo di opporsi al giudizio della maggior parte dei Paesi occidentali circa le caratteristiche delle istituzioni politiche e sociali siriane nonché alla autoindotta “legittimità regionale” di rovesciamento di alcuni paesi arabi. Così Putin è divenuto il difensore dell’autoevidente autorità sovrana siriana. La morte di Mohammad al-Gheddafi, suo storico alleato e il caos politico che aprì alla missione occidentale in Libia hanno esasperato la minaccia posta dalle proteste in Siria. Presto si prese a propagandare a Mosca la visione secondo cui le primavere arabe erano il prodotto dell’ingerenza occidentale negli affari interni ai Paesi. Guardando agli eventi, infatti, giocano un ruolo fondamentale quelli libici: l’astensione al voto della Risoluzione 1973 circa l’intervento della coalizione internazionali ai fini umanitari, la successiva condanna di violazioni delle disposizioni previste da parte del Cremlino e l’esautorazione della Russia nell’appartenenza al Contact Group per la transizione politica libica, hanno incentivato la difesa del governo siriano.

Se i velati interessi occidentali palesano a Mosca un atteggiamento illegittimo ed aggressivo, anche la variabilità di interessi interni ai confini russi resta elemento fondante l’impegno russo in Siria, con uno sguardo particolare alla percezione di minacce ostili ai valori e alla leadership del Cremlino. Il discorso, avanzato anche nella seconda guerra cecena, riflette la volontà di stabilizzare l’inclusione sociopolitica della popolazione islamica nei territori ex-sovietici, per i quali la sovversione del potere in Siria può divenire un monito. La minaccia sunnita o persino salafita è per Putin un elemento connaturato alla minoranza islamica russa che da tempo si è cercato di includere nelle istituzioni sociali, in quanto rappresenterebbe il principale canale di dissenso verso il governo centrale. La Duma ha, infatti, approvato l’intervento nell’autunno 2015 (in verità più intenso da circa un anno) giustificandolo nella necessità di limitare la minaccia posta dai numerosi combattenti russi unitisi allo Stato Islamico nel corso della crisi in Siria ed Iraq. Essa ha inoltre chiarito a più riprese che l’obiettivo “non è soddisfare ambizioni, come conviene pensare agli attori occidentali, ma difendere la nazione”.

Ennesimo fattore non poteva non essere lo sguardo popolare verso un intervento bellico. A tal proposito, l’aumento del sentimento nazionalistico dopo l’annessione della Crimea, nel 2014, ha permesso al Cremlino di passare al fronte siriano con minori costi in termini di consenso grazie ad una accresciuta popolarità. La grandeur russa è da difendere, però, non solo da istanze religiose, politiche e sociali differenti: il rispetto internazionale del ruolo dell’odierna Federazione Russa sembra coniugarsi anche nel rispetto di storici legami che possano assicurarne un serio e stabile prospetto geopolitico, per cui la Siria è indispensabile.

Mosca-Damasco: il legame anti-occidentale

È necessario sottolineare, con riferimento alla strategia russa in Siria, l’obiettivo di sostenere ed incrementare i rapporti economici e commerciali con Damasco. Basti pensare al notevole incremento della cooperazione industriale ed agricola che i due paesi hanno intrattenuto nonostante la catastrofica situazione economica e civile siriana, all’incremento della presenza di prodotti siriani  in Russia e al fatturato commerciale di questa, che nei primi mesi del 2018 è aumentato dell’oltre il 25% rispetto all’anno precedente. La stessa dottrina strategica del New Generation Warfare, targata Valerij V. Gerasimov, pensa alle risorse extra-militari come necessarie ed efficaci per la stabilizzazione delle mire russe all’estero. Sin dall’epoca sovietica, la famiglia Assad era il più importante alleato nella regione per l’URSS: gli scambi culturali rivelavano un legame connaturato da elementi di carattere strategico, come l’auspicato supporto della società siriana. Ad oggi, gli ampi prestiti verso le casse siriane, che ne hanno evitato la bancarotta, rivelano promesse economiche già sottintese dalla cancellazione, nel 2005, del debito che Assad aveva nei confronti dell’URSS. La Siria ha un legame privilegiato come Mosca rispetto ai rapporti con gli altri paesi mediorientali, anch’essi partner nel commercio di armamenti e che, data la mole e l’intensità dei conflitti nell’area, rappresentano un’opportunità di accrescere le esportazioni del Cremlino, già limitata dalle sanzioni secondarie di Trump.

Secondo il SIPRI al 2018 la Russia è sesta al mondo per le spese nella difesa, con 61,4 miliardi di dollari spesi in armamenti, vincolati sopra tutto a ricerca e sviluppo nel proprio apparato militare. Oltre a India, Cina ed Algeria, la Siria a causa della guerra in corso si è maggiormente inserita nella compravendita di armi, guardando agli ultimi avanzamenti militari di Mosca da cui ottiene circa l’85% delle forniture militari (complice anche la morte dell’ex leader libico)  a traghettare le armi russe in direzione siriana) e che contribuisce a rendere la Russia il principale esportatore dopo gli Stati Uniti. Il conflitto siriano è divenuto teatro di sperimentazione di più di 200 nuove armi nonché di applicazione di una riforma delle dottrine operative la cui revisione si era aperta dopo il conflitto del 2008 in Georgia, e che ha caratterizzato positivamente lo sviluppo di sistemi di difesa antiaerei e antimissile. La modernizzazione militare che seguì ha garantito efficienza nelle operazioni belliche delle forze lealiste, ma ha anche reso le armi russe più competitive nell’intero mercato globale. Rilevante è poi la concessione di aree dove sono localizzati un aeroporto militare, a Hmeimin, dal quale sono partiti i primi bombardamenti dei jet Sukhoi Su-24 e che può ospitare fino a 40 velivoli, e una base navale e sottomarina a Tartus, fino al 2015 semplice hub commerciale, assicurando uno sbocco sul Mediterraneo e garantendo superiorità aeronavale nella guerra civile.


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L’inizio delle ostilità dalle incertezze alla risolutezza

Le prime piccole manifestazioni antigovernative esplosero a Dar’a nel marzo 2011, a seguito della tortura da parte della polizia di alcuni ragazzi, artisti colpevoli di murales critici circa il regime di Bashar al-Assad. Nel contesto di una diffusione inedita e massiva, in Medio Oriente e Nord Africa, di rivendicazioni di libertà e diritti politici, divennero presto la catarsi dapprima di defezioni all’interno dell’Esercito Libero Siriano, poi di una guerra che coinvolse più attori, dagli innumerevoli volti, e più di 600.000 cadaveri.

Gli eventi lasciarono inizialmente perplessi gli attori internazionali. Mentre Obama tutelava gli interessi statunitensi tramite l’ONU, Putin, rieletto Presidente nel 2012, affiancò allo scudo diplomatico un incremento di trasferimenti di armi e consiglieri strategici a favore di Assad. La fragile legittimità del supporto a una parte coinvolta in una guerra civile era nota a Mosca, ma l’ingerenza occidentale rese la giustificazione russa carica di un valore morale ben più apprezzabile. Il Consiglio di Sicurezza vide anche Pechino opporsi ad ogni tentativo di intervento in Siria da parte dei paesi occidentali. Quando, per reazione, nel 2012 venne istituito al di fuori delle istituzioni ONU il Contact Group “amici della Siria”, Putin ne condannò la contrarietà alla Carta ONU e si erse a promotore di una unità operativa multilaterale. Ulteriore elemento che contribuì a definire l’iniziativa diplomatica russa fu l’apertura al dialogo con il Coordinamento Nazionale per il cambiamento Democratico che ambiva ad una riforma in senso democratico del sistema politico siriano. Invece, si oppose all’alleanza con il Consiglio Nazionale Siriano e con l’Esercito Libero Siriano, considerati l’uno il corpo dei difensori degli interessi occidentali e l’altro l’organizzazione militare delle forze islamiste ed estremiste. Anche la Coalizione delle Forze di Opposizione e Rivoluzione siriane sostenute dai membri dell’UE così come dai paesi del Golfo, Turchia e Stati Uniti ed altri, hanno alienato le simpatie russe.

Per Putin, il cambiamento della guida politica siriana è una variabile dipendente da un più ineludibile percorso di legittima e durabile stabilità nella regione, condizione imprescindibile per l’accordo diplomatico fra le parti, come già esplicato dall’accettazione russa del peace plan implementato dall’inviato speciale Kofi Annan, incentrato sulla necessità di una politica di inclusione. Tuttavia, la diplomazia occidentale e la diffidenza nutrita da Mosca hanno favorito tentennamenti verso le iniziative russe e l’asse Mosca-Damasco si è fatto sempre più saldo.

Così, il graduale allineamento militare Mosca-Damasco ha attirato nel 2013 le sanzioni europee e la Lega Araba concesse ai ribelli il seggio all’interno dell’organizzazione nel marzo dello stesso anno, seggio già sospeso per Assad, mentre Francia, Regno Unito e U.S.A. offrivano supporto alle milizie sovversive. Tuttavia, ciò non ha impedito a Putin, due anni dopo di ufficializzare il suo coinvolgimento e alla minaccia turca, di cui esamineremo le tracce nel prossimo articolo, di porre le maggiori incognite per il Cremlino perché non solo riguardano lo sviluppo incerto del conflitto, ma anche la saldezza del prestigio russo.

Celeste Luciano
Geopolitica.info