La guerra economica si fa in tempo di pace

La redazione di Geopolitica.info ha intervistato Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi Carlo De Cristoforis (Cestudec), autore di numerose opere incentrate sui principi della guerra economica ed esperto di geoeconomia.
Cos’è la guerra economica?

La guerra economica si fa in tempo di pace - GEOPOLITICA.info

Come ho avuto modo di illustrare nel corso di quasi sei anni attraverso le mie pubblicazioni, la guerra economica non è una guerra in cui il denaro, nervo di ogni conflitto, è messo al servizio dello sforzo bellico senza farvi parte direttamente. Christian Harbulot spiega che la guerra economica non è una guerra in senso classico; tale espressione serve a rappresentare in forma estrema i rapporti di forza non militari. Se il loro obiettivo è identico, ovvero l’accrescimento della ricchezza e della potenza di un Paese, i metodi utilizzati sono assolutamente diversi. Anche i risultati possono divergere, poiché la guerra conduce abbastanza spesso a un risultato inverso a quello atteso dal vincitore. La Francia del 1918 e il Regno Unito del 1945 sono testimonianze esemplari. Può sembrare paradossale, ma la guerra economica si fa in tempo di pace! Solo quando essa si rivela inefficace, i cannoni possono sparare. Un’altra definizione possibile è quella che qualifica la guerra economica come la competizione fra gli Stati nazionali per il controllo delle risorse rare, necessarie alla loro economia. Tale visione non contraddice quella di Harbulot; anzi, in un certo senso le è complementare. La prima pone l’accento sugli obiettivi a breve termine, la seconda su quelli a lungo termine. Ma sono necessarie precisazioni ulteriori.

Chi sono i principali attori in gioco?

La guerra economica è un fatto tra Stati nazionali. Le imprese giocano un ruolo importante, ma subordinato. Alcune volte rifiutano di essere coinvolte, altre volte si comportano in modo controproducente: delocalizzano, trasferiscono competenze tecnologiche all’estero, vi trasferiscono persino le proprie sedi legali. D’altra parte, la maggioranza delle imprese conta sullo Stato, affinché le aiuti a proteggersi dalla concorrenza sleale, dallo spionaggio economico e da qualsiasi manovra scorretta di competitor commerciali stranieri. Le teorie possono insegnare che lo Stato non deve immischiarsi nella vita delle imprese, ma le imprese danno prova di pragmatismo, rivolgendosi allo Stato per averne protezione. Emerge poi un secondo elemento: la nozione di guerra economica presuppone che gli Stati nazionali mantengano la propria centralità. Si tratta di un dibattito troppo lungo perché sia qui riaperto. Agli occhi di alcuni, la globalizzazione abbatte le frontiere e riduce l’importanza della sfera nazionale. Ma d’altra parte essa costringe gli Stati a intervenire fortemente, per lottare contro i suoi effetti perversi – come la crescita dell’ineguaglianza – o per difendere l’economia nazionale esposta alla competizione internazionale.

Dove si combatte?

Si può certamente affermare che le trincee e i fronti siano delineati con minore nettezza che nella guerra condotta attraverso battaglie campali. È più utile quindi paragonare la guerra economica alla guerriglia, in cui le operazioni restano discrete, gli attacchi in massa rari e le armi favorite sono quelle della manipolazione e della demoralizzazione dell’avversario. A ciascuna delle risorse rare, cui noi abbiamo accennato, corrisponde un campo di battaglia: materie prime, tecnologia, capitali, cervelli, mercati sono oggetto di una competizione accanita.

Qual è il ruolo dell’intelligence?

Strettamente legato al concetto di guerra economica troviamo quello di intelligence economica. Con essa si intende quell’insieme di attività di raccolta e trasformazione dei dati, di sorveglianza della concorrenza, di protezione delle informazioni strategiche, di capitalizzazione delle conoscenze al fine di controllare e influenzare l’ambiente economico globale. È quindi uno strumento di potere a disposizione di uno Stato. Infine, centrale per comprendere pienamente l’ampiezza e la profondità del concetto di guerra economica, è di estrema rilevanza il concetto di “guerra cognitiva” in parte analogo a quello americano di information dominance. L’espressione usata nel contesto strategico francese è quella di guerra cognitiva, definita come la capacità di utilizzare la conoscenza a scopo conflittuale. In particolare, la Scuola di Guerra Economica francese riconosce nella guerra cognitiva uno scontro tra diverse capacità di ottenere, produrre e/o ostacolare determinate conoscenze, secondo rapporti di forza contraddistinti dal binomio “forte contro debole” o, inversamente, da quello di “debole contro forte”.

Cosa contraddistingue il paradigma dell’École de guerre économique (Ege)?

Un concetto rilevantevall’interno della riflessione francese legata alla Scuola di guerra economica (mi permetto di rimandare al mio saggio La Geoeconomia nel pensiero strategico francese contemporaneo, Edizioni Fuoco, 2014) è certamente quello di potenza che riacquista tutta la sua centralità. Se lo consideriamo come la capacità di imporre la propria volontà agli altri o la capacità di non lasciarsi imporre la volontà degli altri, risulta arduo negarne la centralità per comprendere lucidamente la dinamica conflittuale del mondo odierno. Si pensi al ruolo che Putin attribuisce alle risorse della propria nazione come strumento di potenza offensiva. D’altronde nel mondo attuale – come d’altra parte in quello passato – esistono paesi che hanno una strategia di crescita di potenza e quelli privi di una strategia di accrescimento. Ecco perché la riflessione francese – in particolare quella di Christian Harbulot, Pichot-Duclos, Philippe Baumard, Eric Delbeque, Nicolas Moinet e Pascal Lorot – pone l’enfasi sul concetto di “patriottismo economico” che definisce l’ambito di sviluppo di una nazione dinanzi alle opportunità e alle minacce delle nuove dinamiche di potenza derivate dalla globalizzazione degli scambi.

La guerra economica si colloca nel campo della geoeconomia?

Da un punto di vista squisitamente metodologico, non c’è dubbio che la riflessione sulla guerra economica si inserisca a pieno titolo nella geoeconomia. D’altra parte lo stesso Harbulot ha più volte sottolineato la centralità delle riflessioni di Luttwak e di Esambert. In The Endagered American Dream del 1993 Luttwak afferma in termini simili a quelli di Esambert che i capitali investiti dallo Stato sono l’equivalente della potenza di fuoco, le sovvenzioni allo sviluppo di prodotti corrispondono ai progressi dell’esercito, la penetrazione dei mercati con l’aiuto statale sostituisce l’influenza diplomatica o le basi e le guarnigioni militari dispiegate all’estero.

Più esattamente, la geoeconomia rappresenta l’analisi delle strategie di ordine economico – in particolare commerciale – decise dagli stati nell’ambito delle politiche che mirano a proteggere la loro economia nazionale, ad acquisire il dominio delle tecnologie chiave o a conquistare alcuni segmenti del mercato mondiale relativi alla produzione o al commercio di un prodotto, poiché il loro possesso o il loro controllo conferisce al detentore un elemento di potere e di prestigio internazionale, concorrendo al rafforzamento del suo potenziale economico. È chiaro che, alla luce di queste riflessioni, la griglia di lettura elaborata nel corso di oltre un decennio dalla Scuola di guerra economica (alludo ai concetti di guerra economica, intelligence economica, guerra cognitiva e patriottismo economico) contribuisca a rinnovare profondamente la riflessione geoeconomica e, di riflesso, quella geopolitica.

Leggi anche