La guerra di parole tra USA e Cina

Dal 2012, con la nomina di Xi Jinping alle più alte cariche della Repubblica Popolare Cinese, la Cina ha assunto un ruolo di primo piano nel contesto geopolitico globale. Nell’ottobre 2017, al 19° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), l’attuale segretario del Partito ha sottolineato la volontà di trasformare la Cina in “a global leader in terms of composite national strength and international influence” , superando di fatto il principio di Deng Xiaoping per cui, invece, la Cina avrebbe dovuto portare avanti la propria modernizzazione “hiding its capabilities and biding its time”.

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Secondo il nuovo corso, la Cina ha moltiplicato gli sforzi per “raccontare bene sé stessa”  e promuovere la propria immagine, sia all’esterno che all’interno dei propri confini. La recente pandemia di COVID-19 ha offerto alla Cina la possibilità di esercitare in maniera marcata il nuovo corso diplomatico con il tentativo di imporre la propria narrazione degli eventi e la propria leadership nella gestione dell’emergenza. Questo cambio di passo ha però generato notevoli frizioni con l’amministrazione statunitense, anch’essa impegnata nell’affermazione della propria narrazione dell’epidemia. Dopo un iniziale atteggiamento cooperativo tra USA e Cina, infatti, la dialettica tra i due stati ha assunto toni molto aspri trasformandosi in un reciproco scambio di accuse. Da un lato gli USA rimproverano alla Repubblica Popolare di aver divulgato informazioni in ritardo e statistiche false, che avrebbero ingannato gli altri paesi sulla reale portata dell’epidemia. Dall’altro, la RPC accusa l’amministrazione americana di voler distrarre l’opinione pubblica interna dalla gestione deficitaria della crisi epidemica. Alcuni parlamentari repubblicani sembrano spingere per sanzioni nei confronti dei leader di Pechino e per l’apertura di inchieste formali circa l’origine dell’epidemia.  Intanto, diversi soggetti stanno valutando la possibilità di citare in giudizio il governo di Pechino per i danni causati dalla mancanza di trasparenza della Cina, ma le probabilità di riuscita di tali iniziative appaiono, al momento, basse.  Lo stesso presidente statunitense ha dichiarato che la Cina dovrà affrontare le conseguenze delle proprie azioni nel caso in cui venga rinvenuta una condotta colposa   per quello che Trump definisce un attacco “peggiore di quello a Pearl Harbor e al World Trade Center”.  Da notare che i due episodi sono stati prodromici ad azioni militari degli USA.

La diplomazia cinese ha modificato il proprio approccio, divenuto in questi mesi sempre più assertivo pubblicamente, tanto da essere definito “Wolf warrior diplomacy”: come apparso in un editoriale del Global Times “the days when China can be put in a submissive position are long gone”.  Questo ha intensificato le polemiche tra le amministrazioni delle due potenze. Da un lato l’amministrazione americana ha ripetutamente definito il COVID-19 come il “virus cinese”, nonostante le raccomandazioni dell’OMS di utilizzare il nome scientifico, e ha suggerito come la diffusione della malattia possa essere stata originata all’interno di un laboratorio batteriologico a Wuhan; dall’altro Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, ha messo in dubbio l’origine del virus, indicando come possibili vettori della malattia i militari americani presenti a Wuhan. Gli articoli e i post particolarmente polemici, se non al limite dell’aggressivo, nei confronti dei singoli politici americani, primo fra tutti il Segretario di Stato Mike Pompeo, si sono moltiplicati,  marcando un’inversione rispetto alla diplomazia cauta dei decenni passati. Sembra che la dirigenza del PCC abbia assunto un atteggiamento compiacente nei confronti di tali esternazioni. Risulta difficile, infatti, credere che le affermazioni di un diplomatico di rango siano estemporanee e non concordate con l’alta dirigenza del Partito. Inoltre, sui canali internet cinesi, le teorie cospirative contro gli USA sono particolarmente diffuse e non sembrano subire alcun tipo di censura.  Il mantenimento di rapporti bilaterali costruttivi sembra non essere più una priorità per Pechino, che dimostra di essere invece focalizzata sulla possibilità di promuovere la propria immagine a livello globale.

Lo scontro tra Cina e USA è probabilmente destinato a inasprirsi ulteriormente nelle prossime settimane. Lo spostamento dell’attenzione su un nemico esterno potrebbe infatti essere funzionale per la politica interna delle due potenze. Attraverso le accuse alla Cina, l’amministrazione americana può provare a disinnescare le critiche ricevute dai media locali e dall’opposizione per la gestione non tempestiva dell’epidemia. Inoltre, per rafforzare il proprio consenso in vista delle elezioni presidenziali dell’autunno 2020, il presidente Trump può contare su un’ostilità sempre più diffusa in patria nei confronti del paese asiatico . In un documento redatto da un consulente strategico del Partito Repubblicano ad uso dei propri candidati, sono elencati i messaggi da veicolare in campagna elettorale: i) la Cina ha causato la pandemia attraverso l’opera di negazione e occultamento delle informazioni e accaparramento dei dispositivi medici; ii) la Cina è un rivale che ha sottratto milioni di posti di lavoro agli americani, invaso il mercato statunitense con il fentanyl  e recluso membri di minoranze religiose in campi di concentramento; iii) i candidati democratici sono troppo accondiscendenti nei confronti della Cina; iv) la Cina deve essere sanzionata per le responsabilità nell’epidemia.  Interessante inoltre notare come le dichiarazioni dei politici statunitensi, da Trump a Pompeo, relative alle prove inconfutabili che inchioderebbero le responsabilità  della Cina per la fuoriuscita del virus dal laboratorio a Wuhan, non solo vengano smentite dalle agenzie di intelligence (sia interne che multilaterali), ma non riscuotano credito tra gli alleati di sempre. Le nazioni occidentali, pur chiedendo a Pechino più trasparenza e la possibilità di un’indagine internazionale, non hanno appoggiato in alcun modo la “pistola fumante” sbandierata da Trump. La disanima sul laboratorio parrebbe così più uno strumento di politica interna, ad uso dell’elettorato americano.

Il PCC, ponendosi come vittima di accuse indebite e, al contempo, come esempio vincente nella lotta al Covid, essendosi dimostrato “by  far  the  political  party  with  the  strongest  governance  capability in human history”,  punta a rafforzare il nazionalismo in patria, riducendo la portata delle critiche interne ricevute negli scorsi mesi per la gestione dell’epidemia e le tensioni sociali derivanti dal rallentamento economico. Al contempo, lo stato di emergenza sanitaria ha consentito di estendere i controlli sulla popolazione, anche attraverso l’utilizzo di moderne tecnologie di tracciamento, con la legittimazione della tutela della salute pubblica. Se all’inizio sembrava che il cambio di postura diplomatica avesse sortito dei risultati nella ridefinizione dell’immagine di Pechino all’estero, negli ultimi tempi ha portato a un backlash nelle relazioni con l’occidente: da un lato i dubbi sulla veridicità di alcuni post pubblicati online dai media cinesi, dall’altro le pressioni nei confronti degli stati beneficiati dagli aiuti della RPC, hanno creato un clima di sfiducia e scetticismo. Questa reazione non pare però aver modificato la narrazione cinese, che sembra più finalizzata ad aver successo tra il pubblico nazionale, compattando l’opinione pubblica intorno alla capacità del Partito di rispondere all’epidemia, all’orgoglio per aver assunto un ruolo di leader e di benefattore all’estero e allo sdegno per l’ingannevole retorica statunitense.