La guerra dei vaccini anglo-europea su AstraZeneca e il malcontento unionista

Continua lo scontro sulle dosi dei vaccini anti-Covid tra Londra e Bruxelles. Una tensione nata a seguito dell’annuncio di AstraZeneca della riduzione del 60% delle dosi pattuite con l’Unione europea per il primo trimestre del 2021. L’azienda britannico-svedese ha spiegato di aver avuto problemi nella produzione nel proprio stabilimento in Belgio e per questo non sarebbe riuscita a rispettare la consegna prevista.

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Braccio di ferro

L’insoddisfazione europea è diventata ira nel momento in cui il Ceo di AstraZeneca, Pascal Soriot, ha comunicato di dare priorità al Regno Unito rispetto all’Ue, vista la celerità con cui Londra si è mossa rispetto a Bruxelles ordinando le dosi mesi prima. Una decisione “inaccettabile” per la Commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides che si è detta pronta ad intraprendere ogni azione legale per difendere i diritti dei cittadini comunitari. Il timore della Commissione è che l’azienda stesse consegnando al Regno Unito le dosi inizialmente previste per i membri dell’Unione.

Per questo si è aperta una disputa sul contratto, legata alle condizioni e agli obblighi firmati dalle due parti. Bruxelles ha prima avviato le verifiche interne nella fabbrica belga per indagare sui ritardi, ma poi ha minacciato di azionare il meccanismo per il controllo e il blocco delle esportazioni per i paesi fuori l’Ue. In tal modo le aziende europee che volessero vendere i vaccini all’estero avrebbero dovuto prima chiedere e ricevere un via libera. 

Una minaccia che ha trovato la forte opposizione prima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha definito la possibilità di usare il meccanismo “una tendenza molto preoccupante”, e successivamente quelle di Londra, di Dublino e di Belfast. Questo perché la Commissione europea ha ventilato l’ipotesi di invocare l’articolo 16 del Protocollo sulla Pace in Irlanda del Nord, quello dedicato alle “Salvaguardie”, e quindi alla possibilità di istituire di fatto una dogana al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Ulster.

Dopo poche ore, però, a Bruxelles si sono resi conto della gravità della loro minaccia, che avrebbe potuto sconvolgere, a poco più di un mese di distanza, l’accordo della Brexit. Usare per i propri fini e così esplicitamente l’arma della stabilità in Ulster, dopo averla posta come condizione necessaria per le trattative nel recente divorzio britannico non è stato, a livello d’immagine, particolarmente onorevole da parte europea. Non è ancora certo se sia stato un errore di valutazione o un’intimidazione mirata, comunque il dietrofront è stato quasi immediato. Anche perché le reazioni non si sono fatte attendere: sia il premier britannico Boris Johnson che il Taoiseach Micheál Martin hanno comunicato a Ursula von der Leyen lo sconcerto a riguardo e il loro malcontento. 

La rivincita di Boris

Johnson ha sfruttato in maniera repentina l’occasione per far risaltare l’ipocrisia dell’Unione e per dimostrare la bontà della scelta della Brexit e di un Regno Unito indipendente. Nelle ultime settimane il leader dei Tories ha giocato bene le sue carte, soprattutto sul piano di vaccinazione, nonostante il paese sia ancora gravemente alle prese con l’emergenza sanitaria. Nel continente europeo la Gran Bretagna sta marciando più spedita di tutti e sta somministrando ingenti quantità di dosi giornaliere, grazie alla celerità con cui Downing Street si è mossa nello stringere accordi con le case farmaceutiche. Sicuramente avere un’azienda (AstraZeneca) riconducibile all’Università di Oxford, che tradizionalmente ha rapporti diretti con il governo britannico, è stato un innegabile beneficio.

Ad oggi nel paese vengono vaccinate circa 3 milioni di persone a settimana e nel mese di marzo si toccherà, se tutto dovesse procedere secondo le previsioni, quota 30 milioni di immunizzati. Con questi ritmi il Regno Unito potrebbe anche uscire dalla crisi sanitaria ed economica prima degli altri paesi europei, contribuendo ad alimentare la narrazione di una Brexit estremamente vantaggiosa per Londra.

È in quest’ottica che si inseriscono le dichiarazioni del ministro britannico Michael Gove che si è detto pronto a valutare i possibili aiuti da mandare all’Ue vista la mancanza di vaccini. Tuttavia, sempre in questo ambito, si devono calcolare le reazioni in primis della Germania che ha cercato di stemperare i toni trionfalistici inglesi, raccomandando il vaccino AstraZeneca con alcune restrizioni e non per le persone con età maggiore ai 65 anni.


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Tensioni in Irlanda del Nord

La mossa di Bruxelles si è inserita anche e soprattutto nel contesto nordirlandese. A Belfast e dintorni la scontentezza degli unionisti sta crescendo e si manifesta sempre più esplicitamente. Arlene Foster, leader del Democratic Unionist Party (Dup) e primo ministro dell’Irlanda del Nord, si è scagliata contro l’ipotesi di Bruxelles, definendola “aggressiva e ostile”. Per lei e il suo partito a dover essere cambiato è l’intero Protocollo, dimostratosi inapplicabile nella pratica e pericoloso per gli scambi commerciali tra Ulster e il resto del Regno Unito.

Un clima teso ma prevedibile, a seguito della decisione di far rimanere l’Irlanda del Nord de facto nel mercato unico europeo e quindi di allontanarla dalla “madre patria” inglese. Non solo il Dup, ma anche le sigle ereditiere dei paramilitari orangisti, hanno cominciato ad alzare la voce. Negli scorsi giorni si sono verificate delle pesanti minacce rivolte da gruppi estremisti di unionisti verso gli operatori dei porti di Belfast e di Larne. Il risultato è che le autorità sono state costrette a sospendere i controlli su diversi beni che giungono dal resto del Regno Unito. Una vicenda preoccupante che mette inevitabilmente in crisi la precaria concordia sociale della regione e il sistema di controlli posti nel mare irlandese per evitare il confine fisico che spaccherebbe l’isola di Smeraldo.

Nei prossimi mesi una delle priorità per Boris Johnson sarà la tenuta della Gran Bretagna, minata dalle spinte indipendentiste della Scozia, che potrebbero uscire rafforzate dal risultato delle elezioni del 6 maggio prossimo. L’Irlanda del Nord, però, rimarrà al centro dell’agenda del 10 di Downing Street perché è lì che passa il presente e il futuro dei rapporti sia tra Londra e Bruxelles che tra Londra e le altre “province” britanniche.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info