La guerra dei 44 giorni, il conflitto più violento degli ultimi trent’anni nel Nagorno-Karabakh

Il 27 settembre 2020 si è riaccesa la guerra in Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Il conflitto, definito “congelato” in quanto si protrae dal 1988 con scontri a bassa intensità ma con alcune eccezioni, è ripreso lo scorso anno. Dal 1994, anno in cui si arrivò al primo-cessate-il-fuoco con la firma del protocollo di Biškek, con la mediazione del gruppo di Minsk dell’OSCE (Russia, Stati Uniti e Francia), si sono susseguiti tentativi di risoluzione del conflitto e momenti di riattivazione degli scontri.

La guerra dei 44 giorni, il conflitto più violento degli ultimi trent’anni nel Nagorno-Karabakh - Geopolitica.info

Nel 2020, già a luglio si erano registrati scontri nella provincia armena di Tavush, in cui insolitamente vennero impiegate armi molto sofisticate, droni e artiglieria pesante. Il 27 settembre, poi, l’Azerbaigian effettuò alcuni attacchi missilistici ed aerei nel territorio dell’alto Karabakh, compresa la capitale de facto Stepanakert, fatto che non si verificava dagli anni Novanta, periodo in cui il conflitto era nelle fasi più violente.  Inizialmente, Baku dichiarò che si trattava di una controffensiva, a seguito di un iniziale attacco armeno, poi smentito. Le attività militari si estesero quindi all’intera linea di contatto, con un dispiegamento significativo di carri armati, fanteria, droni e artiglieria da parte di Baku, facendo intendere che le operazioni erano state certamente già pianificate in precedenza. 

Il confronto decisivo avvenne tra il 4 e l’8 novembre nella c.d. battaglia di Shushi (o Shusha) in cui le forze aeree azere conquistarono la città. Shushi (o Shusha), seconda città del Karabakh, rappresentava un obiettivo strategico per Baku in quanto si trova in una posizione sopraelevata e a soli 15 chilometri da Stepanakert, costituendo quindi l’ultima roccaforte armena prima della capitale della c.d. Repubblica di Artsakh.  A seguito di violenti scontri, l’8 novembre, il Presidente azero Aliyev in un messaggio alla nazione annunciò la conquista della città. Il giorno successivo il premier armeno Pashinyan rese nota la firma della tregua e di una conseguente resa delle forze armene. 

Il ruolo degli attori esterni nel conflitto 

A livello internazionale, il conflitto ha ricevuto un’importante attenzione mediatica per via della partita geopolitica legata ad esso. La guerra in Nagorno-Karabakh ha visto due potenze in particolare confrontarsi e imporsi come principali attori della regione: Russia e Turchia.  

La Russia ha da sempre mantenuto un ruolo di primo piano nel Caucaso, ed in particolare, nel caso del Nagorno-Karabakh, seppure legata al Trattato di Sicurezza Collettiva con l’Armenia (CSTO), ha spesso venduto armi ad entrambi le parti. 

Per quanto riguarda il conflitto, nonostante l’intensificarsi delle richieste di supporto da parte armena, il Cremlino ha precisato che auspicava una soluzione pacifica e sottolineando che la CSTO non sarebbe intervenuta in quanto gli scontri si sono svolti al di fuori dei confini armeni. Nonostante ciò, Mosca ha mantenuto per tutta la durata del conflitto una posizione prudente e pragmatica, ribadendo la sua neutralità, così da non allontanare troppo Baku e farla entrare completamente nell’orbita di influenza turca. Inoltre, il Cremlino, che in tutti questi anni si è sempre presentato come la principale potenza mediatrice del Gruppo OSCE di Minsk (la cui presidenza è tripartita tra Washington, Parigi e Mosca), sembra quindi voler preservare quel ruolo di potenza super partes, decisivo per la risoluzione delle dispute nella regione. A prova di ciò, nel corso delle settimane di combattimenti, Mosca ha promosso due accordi di cessate il fuoco, seppur falliti, fino a portare i due paesi belligeranti al tavolo delle trattative per un accordo più duraturo, firmato il 9 novembre. 

Tuttavia, la posizione della Russia come principale interlocutore per una soluzione al conflitto è stata messa in discussione dalla Turchia che ha assunto un ruolo di primo piano nei combattimenti con l’obiettivo di affermarsi come potenza mediatrice, capace di cambiare le sorti del conflitto. Inoltre, se fin dall’inizio del conflitto Mosca ha sempre ribadito di non voler scegliere uno dei due schieramenti, in quanto partner eguali, ed ha più volte sottolineato l’importanza di una soluzione diplomatica al conflitto, Ankara ha assunto invece posizioni diametralmente opposte. Infatti, Erdoğan dando il pieno sostegno turco all’Azerbaigian attraverso una massiccia fornitura di armi, ha condiviso inoltre la posizione del presidente azero Ilham Aliyev a favore di una soluzione militare della disputa. Il supporto turco si inserisce in una più ampia strategia di Ankara volta ad affermarsi come il nuovo egemone regionale nell’area del Levante e del Nord Africa. 

Il cessate il fuoco e le implicazioni per la sicurezza regionale

Dopo più di sei settimane di combattimenti, il 9 novembre le Armenia e Azerbaigian si sono trovate a Mosca per firmare un accordo di cessate il fuoco. Ciò è stato possibile grazie alle forti pressioni di Mosca sulle parti: l’intervento diretto russo è arrivato a seguito del superamento di una “linea rossa” da parte dell’Azerbaigian ossia la caduta della città di Shusha e l’abbattimento di un elicottero con a bordo tre operatori russi. 

L’intervento diplomatico russo ha quindi permesso la firma di un accordo per il-cessate-il-fuoco in dieci punti che prevede la cessione a Baku delle regioni di Aghdam, Kelbajar, Lachin e l’exclave di Gazakh, oltre alle porzioni di territorio occupate dall’esercito azero durante il conflitto, inclusa la città di Shusha. A Yerevan rimane il controllo sul corridoio di Lachin che permette di collegare l’Armenia alla capitale della c.d. Repubblica di Artsakh, Stepanakert. A garanzia del mantenimento del cessate il fuoco, il trattato prevede il dispiegamento di circa duemila militari russi impegnati in una missione di peacekeeping per almeno 5 anni, con un’estensione automatica di altri 5 qualora Yerevan o Baku non riterranno altrimenti. Ciò prevede il monitoraggio della linea di contatto, la riparazione delle infrastrutture danneggiate e la salvaguardia del ritorno dei rifugiati. Rimane però aperta la questione dello status legale del Nagorno Karabakh, non discusso nell’accordo. Lo stato di questo territorio conteso rimane incerto, senza un preciso piano per la ricostruzione o la stabilizzazione dell’area, ciò potrebbe quindi innescare nuovi scontri quando le forze de peacekeeping russe lasceranno la regione.

Con l’accordo di cessate il fuoco il vincitore è Baku che ha raggiunto importanti obiettivi strategico-militari: tra i più importanti, la riconquista dei territori persi nel 1993 e la dimostrazione della propria supremazia militare. Inoltre, l’Azerbaigian potrà godere di importanti vantaggi dal punto di vista infrastrutturale, grazie all’apertura del collegamento terrestre con la Repubblica Autonoma di Nakhchivan. L’infrastruttura, che prevede anche il contributo dell’Armenia nel garantire questo importante collegamento, consentirà inoltre di creare un corridoio con la Turchia, fino a raggiungere il mar Caspio.  

Sul piano diplomatico, l’accordo del cessate il fuoco è senza dubbio una vittoria anche per la Russia e della sua politica estera pragmatica e focalizzata sulla tutela dei propri interessi geopolitici. Nel delicato gioco diplomatico del Cremlino, la firma del trattato arriva in un momento per cui Mosca, dal punto di vista armeno, ha impedito la capitolazione definitiva di tutta l’area in mano azera; dall’altra parte invece, ha consentito a Baku sufficiente libertà di manovra nella conquista di importanti zone del Karabakh. In questo modo la Russia ha mantenuto intatte le relazioni con entrambi i paesi raggiungendo anche ulteriori obiettivi. Primo, si è assicurata almeno per i prossimi cinque anni una presenza militare diretta nella regione, secondo, ha congelato il conflitto, e terzo, ha delegittimato il presidente armeno Pashinyan – inviso al Cremlino – che a seguito di forti pressioni interne proprio a seguito della firma dell’accordo sul Nagorno Karabakh, si è dimesso pochi giorni fa.

Estromessa sul piano diplomatico è stata invece la Turchia che tuttavia ha raggiunto anch’essa importanti obiettivi strategici. Infatti, attraverso il sostegno a Baku, ha ottenuto legittimazione nel quadro regionale caucasico che finora era rimasto esclusivo di Mosca. 

L’assenza di riferimenti ad Ankara all’interno degli accordi è l’indice della volontà russa di estromettere i turchi dal futuro assetto che verrà a crearsi nella regione sottolineando come Mosca ricopra un ruolo primario nella regione. La Turchia ha però ottenuto due importanti successi: dal punto di vista economico, con la vittoria dell’Azerbaijan, l’apertura del corridoio di Nakhchivan porterebbe importanti vantaggi ad Ankara , mentre dal punto di vista militare, con la creazione di un centro congiunto russo-turco per il monitoraggio del cessate il fuoco. Ciò è significativo per diverse ragioni. Primo, si tratta di cooperazione militare diretta tra due nemici storici. Secondo, è la prima volta che la Turchia ha una presenza militare ufficiali nel Caucaso dopo più di un secolo. Terzo, dopo otto anni, questa è la prima volta che la Russia dispone di una base militare sul suolo azero. 


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna della Russia?

Scopri il nostro Corso online “La Russia di Putin”!


A sei mesi dalla forma del cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaigian, sembra che l’accordo regga, anche grazie al ruolo di peacekeeping russo. Oltre a ciò, Mosca ha anche promosso degli incontri trilaterali con Armenia e Azerbaigian con l’intenzione di promuovere la cooperazione economica tra le parti. L’11 gennaio 2021, infatti, è stato costituito un gruppo di lavoro tra i Primi ministri di ciascun Paese, primo summit tra le parti belligeranti dopo la guerra dello scorso anno. A ciò si aggiunge un accordo in quattro punti che prevede una lista di progetti infrastrutturali congiunti, i quali hanno la potenzialità di ridisegnare equilibri regionali, in particolare aprendo i confini tra Armenia e Azerbaijan e Armenia e Turchia, chiusi da più di trent’anni. 

Il ruolo della Russia ancora una volta si conferma decisivo, sul piano diplomatico, militare ed economico post-bellico. L’accordo con cui Mosca è riuscita a mediare tra i belligeranti sta permettendo una graduale stabilizzazione della regione, confermando il ruolo di garante super partes che Mosca è determinata a continuare a svolgere nel Caucaso.

Questo articolo è uno dei contributi del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia pubblicato in occasione dell’anniversario del nostro osservatorio. Scopri qui tutti i numeri di Matrioska!

Chiara Minora
Geopolitica.info