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La Grande Muraglia Verde è davvero la soluzione per salvare l’Africa dal cambiamento climatico?

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Dopo la nuova spinta economica pari a 14 miliardi di dollari stanziati dal Green Great Wall Accelerator a gennaio 2021, l’ambizioso progetto per la realizzazione della Grande Muraglia Verde sembra aver preso slancio per provare a mitigare gli effetti della desertificazione e dei cambiamenti climatici nella regione del Sahel e nell’Africa intera. L’obiettivo principale è la riforestazione di una vasta area che attraversa l’Africa da Ovest a Est, fornendo così cibo e lavoro a milioni di persone. La proposta discussa in diversi fora africani e internazionali, sin dai primi anni 2000, è in una fase di lenta e poco uniforme implementazione. Il progetto resta valido e le opportunità numerose, soprattutto a seguito dei grandi finanziamenti che alcuni stati stanno attirando per implementare questo grande progetto di riforestazione. Di seguito verranno analizzate le prospettive e le sfide di questo grande progetto di sviluppo sostenibile che coinvolge trasversalmente tutti i paesi che si trovano al confine meridionale del deserto del Sahara.

L’origine dell’iniziativa

A partire dal 2007, l’Unione Africana insieme a decine di paesi della regione sahelo-sahariana tra cui Burkina Faso, Gibuti, Egitto, Mali, Nigeria, Senegal, Somalia, Ciad e Sudan si sono impegnati nello sviluppo di un progetto di riforestazione che coprirà un’area lunga 8.000 km e larga 15 km, estendosi tra Nord Africa, Sahel e Corno d’Africa. Si tratterà della più grande struttura vivente sulla Terra, ispirata all’idea di Richard Baker, biologo e ambientalista inglese, il quale durante una spedizione nel Sahel negli anni 50 suggerì di costruire una “muraglia verde” per combattere l’avanzata dei deserti. Rilanciata in occasione della Giornata Mondiale per la lotta alla Desertificazione e alla Siccità nel 2002, l’idea è stata ufficialmente approvata dalla Conferenza dei Capi di Stato e di Governo degli stati del Sahel e del Sahara nel 2005. Nel corso degli anni, altri Paesi hanno aderito all’iniziativa; in Nigeria e in Somalia, ad esempio, sono stati risanati rispettivamente 5 e 37 milioni di ettari di terra degradata, mentre in Senegal sono stati piantati alberi di acacia resistenti alla siccità su 12 milioni di ettari di terra. Non si tratta solamente di piantare nuovi alberi per combattere la desertificazione ma anche di dotare le popolazioni locali di terreni fertili, di una maggiore sicurezza alimentare e di posti di lavoro “green”, frenando l’emigrazione forzata da queste zone pesantemente danneggiate dal cambiamento climatico. Si ipotizza che quando la Grande Muraglia Verde verrà ultimata, sarà in grado di assorbire circa 250 milioni di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera, l’equivalente di tenere parcheggiate tutte le auto della California per 3 anni e mezzo. 

La difficile implementazione

Sfortunatamente, questo colossale progetto che dovrebbe essere completato nel 2030 è stato realizzato solo in minima parte. Infatti, a distanza di 14 anni dall’avvio dell’opera, i risultati stentano ad arrivare e i lavori procedono a rilento, con esorbitanti differenze tra i 20 Stati coinvolti. Secondo quanto emerge dal recente rapporto dell’UNCCD, l’apposita Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione, solo 4 milioni di ettari sono stati recuperati a fronte dei 100 previsti. Finora, 335 mila posti di lavoro “green” sono stati creati rispetto ai 10 milioni ipotizzati al completamento dell’opera. Le cause principali del rallentamento sono riconducibili a disordini interni quali guerre, instabilità politica, corruzione, terrorismo e povertà dei Paesi coinvolti ma ve ne sono anche di natura economica. Negli anni, infatti, i numerosi finanziamenti promessi dai donatori e dagli sponsor non sono stati erogati o si sono rivelati insufficienti. Per esempio, dei 4 miliardi di dollari previsti nel 2015 dall’accordo di Parigi sul clima, solamente 870 milioni sono stati ricevuti. Al fine di rispettare le scadenze, i lavori di risanamento dovrebbero accelerare fino a coprire 8 milioni di ettari l’anno, con un costo annuale che varia dai 3.6 ai 4.3 miliardi di dollari. Inoltre, i programmi per la costruzione dell’opera colossale non sono stati né monitorati né integrati correttamente con le priorità ambientali a livello nazionale. Promuovere un’implementazione più rapida ed efficace del progetto è fondamentale considerando che l’estensione del Sahara nel secolo scorso è aumentata del 20%. La Grande Muraglia Verde avrebbe, infatti, un impatto ambientale estremamente positivo in quanto gli alberi piantati sarebbero utili nell’assorbimento di CO2, nella riduzione della temperatura dell’aria ma anche nel miglioramento delle caratteristiche del suolo. Quest’ultimo, dopo essere stato rigenerato, andrebbe a favorire la diffusione di sementi e coltivazioni autoctone resistenti ai climi aridi. La Grande Muraglia Verde nel suo complesso, infatti, è fondamentale anche per il ripristino dell’ecosistema, la salvaguardia della biodiversità, la realizzazione di barriere frangivento naturali, il fissaggio delle dune e per una gestione più sostenibile delle oasi e delle falde acquifere sotterranee. 

Investimenti e governance internazionali: una possibile soluzione?

Una ventata di ottimismo si è avuta lo scorso gennaio durante la quarta edizione del One Planet Summit for Biodiversity, un forum che promuove gli obiettivi contenuti nell’Agenda 2030, affronta le sfide legate al cambiamento climatico e sensibilizza la comunità internazionale incoraggiando una partecipazione più attiva e soluzioni concrete. In questa occasione, il Presidente francese Macron ha sottolineato l’importanza di difendere e ristabilire la biodiversità aggiungendo che la Grande Muraglia Verde è una delle soluzioni per garantire un futuro sostenibile alla regione del Sahel. È stato quindi deciso di istituire un nuovo programma di investimenti per sostenere i governi dell’area attraverso una partnership tra il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), un’agenzia delle Nazioni Unite, e il Fondo Verde per il Clima (GCF). La Banca Europea per gli Investimenti, insieme ad altri grandi attori come la Banca Mondiale, l’UE e l’Agenzia francese per lo sviluppo hanno annunciato il loro impegno per sostenere il progetto stanziando nuovi fondi del valore di 14,3 miliardi di dollari nel periodo 2021-2025. Nello specifico, il nuovo programma di investimenti punterà al rafforzamento di un’agricoltura più sostenibile, a una migliore organizzazione degli export, a una gestione più sostenibile degli ecosistemi, nonché a un maggiore investimento del settore privato nelle energie rinnovabili aumentando così la resilienza delle popolazioni locali. 

Conclusioni 

In conclusione, il Green Great Wall Accelerator è uno strumento necessario per tracciare una mappa dei fondi disponibili, per monitorare i progressi raggiunti ma anche per dare consulenza tecnica ai partners coinvolti. Supportare i Paesi che aderiscono alla realizzazione della Grande Muraglia Verde nella mobilizzazione delle risorse e condurre campagne di informazione pubblica sono altre misure previste dal nuovo programma di investimenti. Questi ultimi, come già anticipato precedentemente, potrebbero giocare un ruolo cruciale per gli sviluppi futuri del progetto, rafforzando la capacità di ripresa delle comunità rurali, di piccoli agricoltori e aziende agricole dagli effetti del cambiamento climatico. Infatti, circa il 60% delle popolazioni Sahelo-Sahariane sono coinvolte nel settore primario e si stima che oltre il 20% di persone siano malnutrite. In questo modo, forse, si riuscirà finalmente a far decollare la Grande Muraglia Verde dando un futuro al Sahel e all’Africa intera, considerando che la popolazione africana raddoppierà entro il 2050. 

Elena Ruffato,
Geopolitica.info

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