La grande disputa che scorre sulle acque del Nilo

L’acqua è una risorsa fondamentale, tanto più nelle zone aride dell’Africa. Nella zona Nordorientale del Paese, il Nilo è la maggiore fonte di approvvigionamento. È uno dei fiumi più lunghi al mondo che attraversa sette Stati, e il suo bacino idro-geografico comprende Etiopia, Kenya, Eritrea e Repubblica Democratica del Congo.

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L’utilizzo delle sue acque è stato regolamentato da trattati sin dai tempi del dominio coloniale. Il primo è datato 1902, e garantiva una posizione di privilegio all’Egitto. Dal 1959 i vecchi trattati sono stati sostituiti da un accordo tra Egitto e Sudan, sempre a favore del primo.

Il riaccendersi delle tensioni per la gestione delle acque del Nilo è dovuto all’annuncio fatto dall’Etiopia nel 2011, di avere un piano per la costruzione di una diga nel Nord del Paese: la Grand Ethiopian Renaissance Dam. Inizialmente i lavori si sarebbero dovuti concludere nel 2017, ma è stato annunciato ad inizio 2019 che i lavori si protrarranno fino al 2022, a causa di ritardi amministrativi e finanziari.

Le motivazioni che hanno portato il governo di Meles Zenawi, allora primo ministro etiope, al lancio del progetto furono numerose: anzitutto per l’abituale esclusione dagli accordi sulla gestione delle acque, non meno per motivazioni politiche ed economiche. Da un lato la diga avrebbe permesso di ridurre gli effetti dell’imprevedibile clima etiope, dall’altro lato sarebbe stata utilizzata come fonte di produzione di energia idrica, destinata sia all’uso domestico che all’esportazione nei Paesi limitrofi.

La costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam ha ovviamente delle conseguenze politiche importanti anche per i paesi non confinati. Il primo in assoluto è l’Egitto, che vede nella realizzazione del progetto una minaccia alla stabilità interna: se da un lato la costruzione dell’opera risolverebbe il problema energetico etiope, dall’altro diminuirebbe notevolmente il volume delle acque del Nilo. Questa eventualità sarebbe tragica per la produzione agricola egiziana ed il mercato interno alimentare. Oltretutto, la costruzione della diga influirebbe sul volume delle acque del lago Nasser, sul quale si basa gran parte della produzione elettrica egiziana. Quindi questi risvolti fanno ben capire la tensione che si è istaura tra i due Paesi.

Le tensioni non riguardano solo Egitto e Etiopia, nello scacchiere del Nilo infatti, è influente anche il Sudan, che non vede di buon occhio il progetto della diga a causa della vicinanza geografica al proprio confine. Se ci dovessero essere errori nella costruzione o casi di malfunzionamento gli effetti ricadrebbero anche sul Sudan.

Gli attriti tra Etiopia, Egitto e Sudan dimostrano che le contese per le risorse idriche si stanno inasprendo. Le tensioni sono aumentate nell’ottobre 2019, quando l’Egitto è tornato a parlare della possibilità di guerra contro l’Etiopia. Mosca, in qualità di mediatrice, si è sentita offesa, ed il 24 ottobre, al margine del vertice Russia- Africa organizzato da Vladimir Putin e Soci, si è svolto un incontro tra il capo di stato egiziano e quello etiope. L’incontro del 6 novembre tra i rappresentati di Etiopia, Egitto e Sudan svoltosi a Washington, è “andato bene”, come ha twittato Donald Trump. Il 16 novembre i ministri degli esteri e delle risorse idriche dei tre paesi riuniti di nuovo a Washington, hanno raggiunto un parziale accordo.

Questo conflitto dimostra che se l’acqua è una risorsa sempre più contesa, in Africa è tutto. Per questo l’Etiopia vuole cambiare le cose, non a caso, il nome che deve aiutare la nazione a risorgere significa letteralmente Grande diga del rinascimento etiope. Per decenni si è parlato delle pance gonfie dei bambini affamati, e delle malattie mortali. Da anni però, l’economia cresce con tassi a due cifre; Addis Abeba è percorsa da una linea di tram ed in uno stabilimento di periferia si assemblano cellulari di ultima generazione. Lo scopo della diga è anche celebrare questa nuova Etiopia che il mondo non deve ignorare. Ma per le aziende straniere, che in Africa sono ovunque, la diga è un’impresa che crea troppi problemi., per questo gli etiopi inizialmente l’hanno finanziata da soli. In quasi tutti gli appartamenti e i negozi del Paese, c’è un titolo di credito incorniciato con il nome del donatore e l’importo.

Prima di poter produrre elettricità però, sarà necessario riempire il lago artificiale, operazione che secondo gli esperti può richiedere dai tre ai vent’anni, ed in questo arco di tempo l’Etiopia limiterà il flusso che scorre attraverso Sudan ed Egitto. La diga consentirà di sbarrare il passaggio alla massa d’acqua nelle stagioni piovose, e lo dilazionerà nel dodici mese. Oltre all’agricoltura ne gioverà anche l’elettricità: grazie al regolare apporto di acqua, la produzione delle centrali aumenterà, e ci saranno benefici anche per gli altri paesi. Per arrivare a questo però, serve collaborazione, la quale è arrivata nel tempo dal Sudan, ma non dal Cairo, il quale continua a minacciare l’Etiopia temendo una chiusura di un rubinetto che loro vogliono invece tenere aperto. Il Cairo con i suoi 25 milioni di abitanti, e il delta, si nutrono delle acque del Nilo: più del 90% delle risorse idriche del paese proviene dal fiume.

Ma l’Egitto, nonostante i grandi progetti (enormi bonifiche; impianti di pompaggio giganteschi; costruzione di villaggi), paga un prezzo alto per aver addomesticato il Nilo: il Mar Mediterraneo sta rosicchiando il delta ed in alcune zone si perde un centinaio di metri di costa all’anno. La salinizzazione del suolo e delle acque impedisce l’agricoltura. A Damietta, l’acqua ristagna salmastra e non arriva al mare. L’inquinamento costringe i pescatori a spingersi molto lontano. Secondo le previsioni degli scienziati, nel 2030 un terzo del delta del Nilo sarà sommerso dal Mediterraneo. Ma l’Etiopia sembra essere insensibile a questi scenari: al governo interessa solo sostituire ai vecchi lamenti, nuovi canti di gioia e per questo lodano la diga, la lungimiranza del governo e gli etiopi, poiché adesso il Nilo aiuta anche loro e non solo i vicini.

Per questo dopo anni di tensioni e mesi di trattative estenuanti, Egitto, Sudan ed Etiopia hanno raggiunto un accordo sulla gestione delle acque del Nilo. Ad annunciarlo il ministero degli Esteri egiziano che, in una dichiarazione, ha affermato che i tre Paesi hanno siglato, in data 31 gennaio, negli Stati Uniti, un’intesa di massima sul calendario per il riempimento della Grande diga del rinascimento etiope. Nell’accordo sono state concordate procedure relative alla gestione delle siccità temporanee, delle siccità protratte e degli anni di bassi flussi idrici. I ministri, è scritto nella dichiarazione, hanno concordato di portare avanti ancora i negoziati per definire nei dettagli il meccanismo di funzionamento della diga, sul meccanismo di coordinamento per monitorare e seguire l’attuazione dell’accordo, sullo scambio di dati e sulle informazioni e sul meccanismo di risoluzione delle controversie. Hanno inoltre concordato di realizzare studi completi sulla sicurezza, sull’impatto ambientale e sociale della Grande diga del rinascimento etiope.