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La “Global Britain in a competitive age” e l’interazione tra la Royal Navy e la Marina della Federazione Russa in Mar Nero

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La Gran Bretagna vuol far notare al mondo che la BREXIT non ha rappresentato un punto di debolezza bensì libertà d’azione per poter influenzare la politica internazionale ed in generale la geopolitica. Lo spazio fisico rimane ancora al centro dei contenziosi per varie motivazioni, da quelle legate ad aspetti energetici a quelle connesse alle materie prime nonché a quelle legate alla sopravvivenza dello Stato o dell’importanza del mantenimento dello status quo, e quindi di conseguenza importantissimo per il perseguimento degli obiettivi ed interessi nazionali. Il Mar Nero è un’area particolare dove è in corso una contesa politico-diplomatica tra i Paesi Occidentali e la Federazione Russa per ristabilire lo status quoprecedente all’invasione della Crimea del 2014.

In tale contesto, la Gran Bretagna ha iniziato a mettere in pratica quello che è stato riportato nel proprio documento strategico, la “Global Britain in a competitive age”, e lo fa’ impiegando la Royal Navy che, nei secoli, gli ha garantito, anche con il controllo dei traffici marittimi, la supremazia sui mari e la conseguente supremazia nel mondo. Proprio il dispiegamento del Carrier Strike Group (CSG) guidato dalla portaerei Queen Elizabeth rappresenta un importante strumento militare a supporto di tale volontà in politica estera. In particolare nel corso di tale deployment numerose sono le attività programmate che spaziano da quelle inglobate nella Sicurezza Marittima a quella del c.d. defense engagement. I primi frutti si sono visti proprio in Italia con il trilaterale, a bordo della Portaerei britannica e successivamente su quella Italiana, tra Italia, Gran Bretagna e Turchia sottolineando proprio il ruolo di floating embassy, all’interno della tradizionale Naval Diplomacy, che si è in grado di garantire per il proprio Paese. Ciò ha sottolineato altresì la capacità di riuscire velocemente a mutare forma passando dalla deterrenza sino alla capacità di war-fighting, dimostrando versatilità, flessibilità, adattabilità e resilienza, aspetti dettati soprattutto dalla capacità expeditionary.

La Gran Bretagna impiega la Royal Navy come “braccio armato e garante” delle proprie scelte e l’incidente, se così si vuole chiamare, è figlio proprio della strategia in atto volta a modellare l’ordine internazionale in maniera coerente da quanto dettato dai propri valori, che coincidono con quelli degli altri Paese Occidentali. Vuol dimostrare all’Alleato Statunitense di come sia, ancora una volta, un partner affidabile ed efficiente e particolarmente capace di gestire situazioni critiche e sensibili. La Crimea per la Federazioni Russa è uno spazio importantissimo per varie ragioni, innanzitutto è fondamentale quale sbocco in Mediterraneo, rimane essenziale per garantire la A2AD (Anti Access Area Denial) in quest’area ed infine per ciò che concerne gli aspetti economici nelle acque prospicienti, in particolar modo per l’istituzione delle Zone Economiche Esclusive in un mare, probabilmente, ricco di idrocarburi. 

L’operazione britannica chiamata “Ditroite” (fonte BBC a seguito del ritrovamento accidentale di materiale riservato del Ministero della Difesa UK), basata sul transito in acque territoriali affacciate la penisola della Crimea, formalmente, dell’Ucraina è stata eseguita fondamentalmente per due ragioni.

La prima per ribadire l’importanza dei principi di legalità collegati innanzitutto al pieno sostegno alla sovranità dell’Ucraina proprio sulla penisola della Crimea, a corroborare quindi la tesi che l’annessione da parte russa sia una chiara violazione del diritto internazionale e palesando chiaramente come siano, quasi gli unici, ad avere la forza e volontà di opporsi a tale illecito, impiegando anche assetti militari per evitare che qualcuno possa pensare che vi sia un riconoscimento de facto. In aggiunta, tale azione è stata posta in essere per difendere il principio e diritto di passaggio inoffensivo di navi da guerra nel mare territoriale di un altro Stato, dettato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982 sul Diritto del Mare. È stata certamente una mossa calcolata da parte del governo britannico, infatti la reazione di Mosca non poteva essere diversa da quella che si è avuta. Ma di certo non è detto che in futuro non possa essere più aggressiva (potrebbero passare da semplici colpi di avvertimento a tiri diretti verso tali assetti). La Federazione Russa, in questo primo braccio di ferro, ha risposto dapprima militarmente con l’impiego della Marina ed aviazione (dichiarando di aver effettuato tiri di avvertimento navale e sganciato bombe da velivoli lungo la rotta dell’Unità Navale di Sua Maestà la Regina, ed eventi negati dalla controparte britannica), evitando comunque un’escalation e negli attimi successivi con una campagna mediatica molto forte e critica sui vari social network mostrando di essere sempre all’avanguardia nella guerra ibrida. Il giorno successivo all’incidente è stato pubblicato/postato in rete un video della Royal Navy in cui viene mostrato il grado di prontezza del cacciatorpediniere britannico HMS Defender ad affrontare il combattimento nel corso delle manovre militari russe nei suoi riguardi. Quest’ultimo aspetto sottolinea come anche i rischi siano stati presi in considerazione e di come un’eventuale escalation avrebbe portato perdite da ambo le parti, aspetto quest’ultimo sicuramente valutato opportunamente dai russi. La prova di forza britannica pone pertanto le fondamenta sulla legal diplomacy che rientra benissimo anche nelle due funzioni cardine delle Marine, la Sicurezza Marittima e la defence engagement e che mira ad assicurare che i principi e valori Occidentali rimangano, o che diventino, standard solidi per il resto del mondo. Tale azione è stata condotta non come assetto NATO bensì come assetto britannico, interessante sarà analizzare il livello di ingerenza russa, portato avanti dalla propria marina ed aviazione, nel corso dell’esercitazione NATO Sea Breeze che è previsto che si conduca dal 28 giugno al 10 luglio in Mar Nero.

Un’analisi più approfondita merita il “quando” è stato portato avanti tale azione, ovvero a seguito sia del summit tra Putin e Biden e sia delle dichiarazioni di Francia e Germania di un possibile avvicinamento alla Federazione Russa. In particolare, tale avvicinamento non è visto di buon occhio dalla Gran Bretagna che intravede nel vicino russo un competitor aggressivo che possa compromettere la sicurezza del Paese stesso. Negli ultimi anni è divenuta quasi un’ossessione, proprio perché i britannici sanno benissimo come la propria forza ed anche la propria debolezza oggigiorno derivi dall’essere un’isola. Tutto transita dai mari, dal commercio ai dati del mondo cyber che viaggiano lungo gli innumerevoli cavi sottomarini che collegano il mondo, compresa la Gran Bretagna.

Inoltre, il fatto che sia stato condotto da un assetto navale appartenente al CSG della Queen Elizabeth non è casuale, difatti i gruppi portaerei possono essere considerati anche quali fattori abilitanti per acquisire il potere marittimo e quindi per impiegare le capacità militari marittime “in e dal mare” per poter influenzare il comportamento degli altri Attori e il corso degli eventi

In definitiva, l’impiego delle capacità esprimibili della Royal Navy viene considerato dal governo britannico come una delle possibili “armi” a disposizione della diplomazia utile per difendere i valori e standard occidentali che ne sostengono la prosperità nazionale e che si trovano oggi sotto attacco dalle potenze revisioniste, dimostrando al mondo, altresì, la volontà di riappropriarsi dell’alto rango di Potenza Marittima che a suo parere le spetta e che gli ha garantito prosperità.

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