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TematicheEuropaLa gioventù europea e la guerra: il caso francese

La gioventù europea e la guerra: il caso francese

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A due anni dall’invasione russa in Ucraina i leader dei Paesi occidentali si sono riuniti a Parigi per discutere le modalità del rinnovo del sostegno economico e militare a Kiev. Durante la Conferenza tenutasi a febbraio, fortemente voluta dal Presidente francese, i Paesi alleati hanno discusso su come garantire la sicurezza collettiva dell’Europa impedendo al Cremlino di vincere l’assedio dell’esercito ucraino, ormai ridotto allo stremo sia per organico che per munizioni, e sempre più vicino a cedere il passo all’avanzata dei russi.

Durante l’incontro all’Eliseo si è pertanto deciso di concentrare gli sforzi su determinate aree chiave: difesa informatica, produzione congiunta di armi e munizioni, e rafforzamento delle difese al confine ucraino-bielorusso e moldavo. Emmanuel Macron in quell’occasione ha tuttavia prima annunciato l’invio di missili e bombe a medio e lungo raggio – un’opzione decisamente in contrasto con la linea politica europea che fino a qualche mese a questa parte, onde evitare un’escalation, escludeva categoricamente di fornire a Kiev armi in grado di minacciare direttamente i territori russi – e poi, a sorpresa di molti, ha paventato la possibilità dell’invio di truppe di terra sul suolo ucraino qualora la situazione sul campo dovesse nel prossimo futuro continuare a vedere Mosca favorita.

Lo spostamento progressivo degli equilibri del conflitto verso l’esercito russo sembra quindi aver impresso negli ultimi mesi un profondo cambiamento di orientamento, anche verso ciò che all’inizio del conflitto era considerato inconcepibile. In due anni i leader europei sono riusciti infatti a far digerire una dose sempre più importante di logiche militariste, ed hanno abituato lentamente l’elettorato all’idea della possibilità di uno scontro con la Russia, in primis arrivando a porre sul piano essenziale la sopravvivenza dell’Ucraina per il mantenimento della pace nel continente. L’inconsistenza delle sanzioni su cui l’Europa aveva puntato in un primo momento, anche sbilanciandosi molto circa le decisive conseguenze per l’economia russa (basti pensare alle dichiarazioni di Mario Draghi al riguardo), ha evidentemente svelato la fallacia di un certo modo di raccontare gli equilibri geopolitici intorno ai quali l’Europa crede ruotino le relazioni tra sé e le grandi potenze. L’Europa unita sembra piuttosto essersi svegliata d’improvviso da un letargo rendendosi conto che non può più continuare a fare sogni tranquilli contando esclusivamente sulla protezione degli Stati Uniti (che con Trump nuovamente Presidente sembrerebbero pronti a rivedere completamente il proprio impegno verso gli altri Paesi NATO) né lasciare aperta una finestra di dialogo con Putin senza prima correre ad un riarmo generale del suolo europeo.

L’esca lanciata da Macron circa l’invio di contingenti francesi in Ucraina, seppur accolta con imbarazzo dagli altri leader, è tornata quindi utile al Presidente francese per scalfire la corazza psicologica che l’Unione negli anni si è costruita nei confronti della guerra. Non è un caso evidentemente che il 12 aprile, a poco più di un mese da quella conferenza, Le Parisien abbia pubblicato uno studio del 2023, mai diffuso prima, dell’Istituto di Ricerca Strategica della Scuola Militare (IRSEM), ovvero il principale centro di ricerca sugli studi di guerra nel mondo francofono. Nonostante l’indagine sociologica commissionata dal Ministero della difesa si sia conclusa lo scorso anno, la sua apparizione sugli organi di stampa sembra infatti abbia aspettato l’esplosione della bomba mediatica lanciata da Macron per vedere pubblicati i suoi risultati. Il rapporto firmato dalla direttrice Anne Muxel titola per inciso “Gioventù e guerra: dichiarazioni e provvedimenti di impegno” e mira a identificare il rapporto che i giovani francesi hanno oggi con la realtà della guerra e valutare, dal punto di vista del legame esercito-nazione, la loro disponibilità a impegnarsi in caso di un grande conflitto che coinvolga la Francia.

Il lavoro è basato su un sondaggio quantitativo unico condotto online su un campione rappresentativo di giovani francesi di età compresa tra i 18 e i 25 anni ed è orientato a comprendere l’animo delle nuove generazioni verso l’aumento dei pericoli bellici oltre che sondare la loro disponibilità ad impegnarsi militarmente qualora gli venisse richiesto. Quello che lo studio sorprendentemente evidenzia è che molti giovani guarderebbero con favore la mobilitazione qualora si verificassero i presupposti di un conflitto ad alta intensità, il che fornisce senza dubbio al governo francese degli indicatori interessanti per valutare i limiti del proprio impegno nei confronti della guerra in Ucraina. L’82% degli intervistati dichiara di avere fiducia nell’istituzione militare (una percentuale più alta di quella di cui godono oggi la scuola o altri apparati pubblici), tra gli elettori di destra il 69% si renderebbe disponibile a fare il militare, mentre tra quelli di sinistra la percentuale scende al 40% (un dato che comunque sottolinea la scomparsa dell’antimilitarismo tradizionalmente associato a questo campo politico); in generale, il 46% dei giovani sarebbe pronto a impegnarsi nella difesa di un Paese che non è il proprio, per esempio: se la protezione della Francia richiedesse un coinvolgimento del Paese in Ucraina, il 61% degli uomini e il 42% delle donne sarebbero disposti a farlo. Il 62% si dichiara inoltre favorevole al ritorno del servizio militare obbligatorio; una parte significativa (il 31%) ritiene perfino auspicabile un governo militare rispetto ad uno civile in tempi di crisi; il 53% sostiene corretto aumentare le risorse a disposizione dell’esercito. Questi sono solo alcuni dei dati interessanti pubblicati dal report. Tutti indici che ad ogni modo sottolineano un rinnovato senso patriottico delle attuali giovani generazioni, un loro interessamento non superficiale alle questioni belliche internazionali e una riscoperta diffusa delle logiche militaristiche. Quello che il sondaggio ha evidenziato è anche la considerazione (in ordine di gradimento) di Germania, Stati Uniti, e Gran Bretagna come Paesi amici, mentre la considerazione di Russia, Cina e Corea del Nord come principali antagonisti nello scacchiere globale. Questo dato si riflette in particolare nella fiducia che i giovani riservano verso partner istituzionali: quasi due terzi dei giovani francesi (63%) desiderano che l’Unione europea disponga di un esercito comune e il 51% vede di buon occhio l’adesione della Francia alla NATO.

La rappresentazione che i ragazzi e le ragazze francesi hanno della guerra si inserisce quindi in un contesto piuttosto favorevole all’istituzione militare, nel quadro di un’Alleanza Atlantica (ma anche europea) che deve trovarsi pronta ad affrontare le minacce future, percepite come concrete. Le generazioni più giovani mostrano infatti di avere interiorizzato un alto rischio di minacce alla sicurezza e alla coesione nazionale nel corso degli ultimi anni. Il 60% pensa che nel prossimo futuro ci sarà una guerra civile in Francia, il 58% una guerra mondiale e il 47% una guerra mondiale sul suolo francese. Gli attentati compiuti dal Daesh nel Paese nel 2015 hanno senza dubbio aumentato l’attenzione generale nei confronti della sicurezza nazionale. La minaccia terroristica spiega però solo una parte di questo risveglio del patriottismo che lo studio dell’IRSEM ha rilevato. Cosa sta cambiando nella società?

Macron, durante una conferenza internazionale, dichiarando ammissibile la possibilità di inviare truppe occidentali sul suolo ucraino ha voluto sondare ulteriormente il terreno e la disponibilità del proprio Paese a combattere fisicamente una guerra i cui unici contraccolpi fino ad ora sono stati esclusivamente economici. Quanto però effettivamente l’eventuale capitolazione dell’Ucraina si dimostrerebbe dirimente per le sorti dell’Europa come il Presidente francese racconta? La narrazione in atto vuole che la Russia sia pronta a invadere l’Europa una volta fagocitata l’Ucraina, quanto presto il convincimento della veridicità di questa linea spingerà l’Unione europea a intervenire direttamente nel conflitto? Entrambi sono interrogativi legittimi da porsi, ma a mio avviso più importante ancora è un’altra domanda: al di là dei risultati del sondaggio francese, siamo davvero pronti e disposti a combattere questa guerra?

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