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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa Giordania nel vortice del debito

La Giordania nel vortice del debito

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In Giordania migliaia di persone hanno partecipato alle proteste contro la riforma fiscale promossa dal governo giordano e sostenuta dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Tra gli organizzatori delle manifestazioni troviamo Hirak Shababi, il “movimento dei giovani”, insieme ad una trentina di associazioni professionali, sindacati e gruppi della società civile.

Secondo i manifestanti, la riforma colpirà le fasce più povere della società e della classe media, senza che vi si accompagni l’aumento degli stipendi. Nella capitale Amman non sono mancati scontri tra polizia e manifestanti, quest’ultimi bloccati dal fitto sistema di sicurezza delle forze dell’ordine nei pressi del palazzo del governo, verso cui marciavano per chiedere le dimissioni del premier Hani Mulki.

La crisi giordana. L’obiettivo dei manifestanti è fare pressione sul regime affinché vengano bloccate le manovre di austerity, imposte dal FMI, per ripagare il debito del Paese, attraverso tagli ai sussidi, alla sanità e all’istruzione pubblica e, soprattutto, l’innalzamento dei prezzi dei beni di consumo.

Nel corso del 2016, Amman ha contratto un prestito pari a 723 milioni di dollari presso il FMI, da ripagare entro 3 anni dall’erogazione, impegnandosi a ridurre drasticamente il suo debito pubblico, portandolo entro il 2021 dal 94 al 77 % del Pil. Per adempiere alle spese del debito è stata varata una nuova legge finanziaria che prevede l’aumento dei prelievi del 5 % sui lavoratori dipendenti e dal 20 al 40 % sulle aziende. A queste disposizioni sono da aggiungere i tagli ai servizi pubblici relativi al settore della sanità e dell’istruzione. Ad aumentare il malcontento sociale è stata l’impennata del costo dell’elettricità che ha portato le bollette dei consumatori ad un aumento del 50 %, in aggiunta al rialzo del prezzo della benzina di ben 5 volte.

Per placare gli animi dei manifestanti, su pressione di Abdallah II di Giordania, sono arrivate le dimissioni del primo ministro Hani Mulki, insieme alla promessa da parte del nuovo primo ministro nominato dal re, Omar Razzaz, ex economista della Banca Mondiale, di plasmare un sistema fiscale più equo. L’alternativa sostenuta dal re non ha però spento la protesta. Al contrario, i manifestanti, scettici verso il neo-nominato capo di governo, hanno ritenuto la sostituzione una tattica per smorzare le contestazioni attraverso promesse inconsistenti.

L’importanza strategica di Amman. La Giordania è un paese che, da un punto di vista geopolitico, contribuisce a fortificare la barriera difensiva degli Stati arabi filo-occidentali contro la minaccia iraniana. Nel contesto internazionale si vorrebbe mantenere solida la posizione della Giordania a fronte delle future elezioni in Libano, delle forti tensioni in Palestina e della crisi siriana. In questo scenario, gli USA e i sauditi mostrano fiducia nei confronti del posizionamento politico e geografico del regno giordano, tanto che il timore più grande sarebbe un’esplosione d’instabilità nel contesto regionale che non verrebbe accettato né da Washington né, tantomeno, da Riad, primo sostenitore economico e militare di Amman in quanto alleato nell’area in chiave anti-sciita.

La questione non riguarda solo le mire strategiche anti-iraniane. Il re ha infatti annoverato tra le ingenti spese che nuocciono alle casse dello Stato non solo le necessità securitarie lungo le frontiere, ma anche il sistema d’accoglienza dei profughi.

Il regno hashemita è in prima linea nell’accoglienza di rifugiati in Medio Oriente, per un totale di oltre 3 milioni, tanto che il monarca giordano è in costante dibattito con il governo di Beirut su questo tema. Del numero di rifugiati in Giordania fanno parte non solo i profughi palestinesi del 1948 in seguito all’invasione israeliana, ma iracheni, yemeniti e siriani. Quest’ultimi, stando ai dati diffusi dalle Nazioni Unite, ammonterebbero a 650.000, mentre le autorità di Amman sostengono che, considerando gli irregolari, il numero reale si aggirerebbe intorno ad un milione e trecento mila. Ad inasprire la situazione, è il tasso di disoccupazione che attanaglia il paese, pari al 18 %, contribuendo a determinare quel 20 % dei giordani che vive al di sotto della soglia di sussistenza), e che determina anche un incremento dell’insofferenza verso i rifugiati. Il destino di quest’ultimi non segue un percorso univoco. La Giordania non è un Paese firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati. Ne consegue che essa non sia tenuta a registrare i profughi come richiedenti asilo. Di contro, il Paese è firmatario della Convenzione contro la tortura del 1984, ciò comporta che non possa rimandare coloro che cercano rifugio nel suo territorio nel Paese d’origine se vi sia il rischio che subiscano violenze. Nonostante ciò, negli ultimi anni, in Giordania si sono verificati episodi di rimpatrio forzato dei rifugiati siriani, già denunciato da Human Rights Watch nel 2017.

Il rapporto con Washington. Nel regno hascemita l’intervento economico delle istituzioni internazionali ha non pochi precedenti, segnati da cambi di rotta politici, opposizione popolare e ripensamenti governativi sull’implementazione delle misure di austerity.

Nel 1991, il rifiuto da parte giordana di appoggiare la guerra americana contro Saddam Hussein portò alla sospensione degli accordi tra Amman, il FMI e la Banca Mondiale, che vennero riaperti solo in seguito alla firma del Trattato di pace tra Giordania e Israele nel 1994. Sulla scorta di questo posizionamento, la Giordania ottenne prestiti rilevanti dalle istituzioni estere, oltre a divenire una delle principali beneficiarie degli aiuti americani su scala mondiale.

In seguito all’aumento della disoccupazione, dell’inflazione e della corruzione del governo si ebbero sporadiche manifestazioni di dissenso popolare. Le più eclatanti, se si escludono quelle degli ultimi giorni, iniziarono il  28 gennaio 2011, con le mobilitazioni organizzate dai Fratelli Musulmani giordani insieme ai sindacati di sinistra contro le politiche del governo, che segnarono l’inizio di una stagione di proteste che si protrasse per i successivi due anni e che divenne il sintomo di un crescente malcontento della popolazione. .

Verso un nuovo ordine di alleanze. Ad oggi la Giordania presenta ancora una situazione economica precaria per l’alto costo della vita, i bassi salari e le scarse risorse energetiche. Gli aiuti esteri, in cambio della difesa degli interessi strategici internazionali e regionali, rappresentano da sempre il salvagente del Paese. In questi ultimi mesi, ad alimentare i problemi socio-economici della Giordania, è stata una convergenza di fattori e di alleanze strategiche, suscettibili dei nuovi scenari politici, che hanno condotto, in taluni casi, ad un interruzione degli aiuti economici destinati ad Amman da parte degli alleati del Golfo. Con l’Arabia Saudita un primo irrigidimento si è verificato a seguito delle divergenze sull’eventualità di assecondare la decisione statunitense di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Tale posizionamento avrebbe prodotto tensioni all’interno della Giordania, non solo in quanto “guardiano dei luoghi sacri” ma anche per l’ampia presenza di palestinesi sul territorio. A ciò ha fatto seguito un’accennata apertura verso Qatar e Turchia e un incontro tra re Abdallah e il presidente iraniano, Hassan Rouhani, in dissonanza con l’asse anti-iraniano composto da USA, Israele e Arabia Saudita. A rincarare la dose è stata la tenue volontà di Amman di una distensione con il regime di Damasco, dopo l’eliminazione della minaccia dell’ISIS. Un posizionamento, quest’ultimo, che mal si associa alle mire saudite, americane e israeliane, in conflitto con il regime siriano.

Nel nuovo ordine strategico, Amman immagina nuove alleanze per la sopravvivenza del proprio regime, che ad oggi si trova inoltre a dover rispondere alla crisi economica e alle proteste popolari interne.

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