La geopolitica della speranza. La Comunità di Sant’Egidio ed i corridoi umanitari

Se guardiamo all’Europa di oggi, ciò che appare evidente, in relazione alle politiche d’integrazione e di corretta gestione dei flussi migratori, è la mancanza di una visione d’insieme, di una prospettiva generale, veramente capace di sciogliere i nodi derivanti dalla sempre più frenetica ed arcigna competizione globale.

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Senza dubbio, in tale contestoquello sapientemente descritto da Papa Francesco, per il quale le grandi migrazioni non sono per nulla un fatto contingente, congiunturale, di questa nostra epoca, ma sono un archetipo che appartiene all’identità stessa dell’uomo, in quanto è Dio in persona che soffia, da Abramo a Mosè, nell’anima dei popoli questo istinto primordiale a muoversi, ad andare verso terre migliori, non esistono formule risolutrici, dalle proprietà taumaturgiche, stante la complessità della natura umana e delle relazioni internazionali 

Infatti, nella multiforme e variegata galassia di popoli, etnie ed architetture istituzionali di cui è composta l’Unione Europeale invidie, i sospetti, gli odi atavici fra stati e gli interessi di alcune ristrette élite di potereintrecciate alle diversità culturali ed economiche presenti in un’area geografica comprendente, ad oggi ancora, ben ventotto paesi, hanno reso problematico e farraginoso, iraggiungimento di quello che era il sogno dei padri fondatori del progetto europeo, ossia quello di una casa comune, in cui, insieme, poter, ogni singolo stato, contribuire ad alimentare il libero e progressivo sviluppo.

In questo lungo percorso, cominciato nel 1951 con la collaborazione economica tra Belgio, Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi, il problema è e resta tutto insito nei confini della geopolitica, essendoci, alla radice, svariati pregiudizi culturali da sradicare. 

Di certo, attualmente, lo specchio in cui l’Europa si riflette, ormai ogni giorno, è quello di una visione del mondo in cui lo straniero è da tenere lontano, perché diverso e pericoloso e per il quale l’immigrazione non può mai essere un fattore positivo, al punto tale da dover erigere muri e barriere alla frontiere. Come non pensare, allora, a Schengen, alla cittadina lussemburghese da cui proviene il nome dell’omonimo trattato, dove nel ristretto spazio di trecento metri è possibile attraversare tre frontiere europee  quelle di Lussemburgo, Francia e Germania – senza nessun controllo doganale, dove grazie a questa, geniale, intuizione concretizzatasi nel 1985, con l’ulteriore adesione di Belgio e Paesi Bassi, con un adesivo verde sul finestrino dell’automobile, era possibile circolare liberamente tra questi cinque paesiestendendosi fino a creare un’area, fiorente e pacifica, comprendente ventotto paesi, in cui i cittadini delle nazioni aderenti possono viaggiare e lavorare senza impedimenti. 

Ecco che, allora, per corrispondere al bisogno di dare nuova linfa all’identità ed alla missione dell’Europa, è possibile ricominciare anche da progetti come quelli dei corridoi umanitari, realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio, la cosiddetta “ONU di Trastevere”.  

Questo strumento si è concretizzato attraverso la firma di un protocollo d’intesa tra il Ministero degli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, il Ministero dellInterno, la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, riguardante l’apertura di canali umanitari, per permettere ai profughi di raggiungere lItalia in modo legale e soprattutto sicuro, evitando di dover affrontare i viaggi della morte nel Mediterraneo. 

 

Nel concreto l’apertura dei corridoi umanitari offre l’opportunità di far entrare: 

  • in maniera legale, persone che si trovano in una situazione elevata vulnerabilità e che sono potenziali richiedenti asilo nei paesi di transito limitrofi a paesi di guerra, avendo quale bacino prioritario di utenza le donne sole con bambini, le vittime del traffico di essere umani e di torture, gli anziani, le persone con disabilità o con patologie; 
  • con un visto regolare, nello specifico quello previsto dallarticolo 25 del Regolamento Europeo dei visti, per motivi umanitari a territorialità limitata, ossia un visto per lItalia, in quanto, coloro che ne beneficiano possono entrare solo nel nostro paese, dove poi, successivamente, inizia la procedura per la richiesta di asilo politico, alla stregua di quanto viene fatto per i profughi che giungono sulle coste italiane. 

L’obiettivo di questo programma, totalmente autofinanziato dai suoi artefici (la Caritas Italiana, la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche e la Tavola Valdese si occupano dell’accoglienza dei beneficiari al loro arrivo in Italia, garantendo alloggio e assistenza economica per il periodo di tempo necessario all’espletamento dell’iter della richiesta di protezione internazionale. I fondi per i corridoi umanitari provengono dall’8×1000 della Tavola Valdese, da donazioni private alle altre organizzazioni) è quello di: 

  • scongiurare il traffico di esseri umani, di evitare le morti in mare e far vedere che è possibile utilizzare altri canali d’ingresso che non siano le vie dei barconi della morte; 
  • testimoniare come anche la società civile e la Chiesa possono contribuire, insieme allo Stato, a fare entrare delle persone in maniera regolare ed in tutta sicurezzaInfatti tutti coloro i quali ne usufruiscono, ricevono un visto dalle ambasciate, attestante che sono state controllate ed estrapolate da una lista di persone vagliata dal Ministero dellInterno; 
  • evidenziare, quindi, che è possibile, utilizzando gli strumenti legislativi già a disposizione degli stati membri dell’Unione Europea, garantire ingressi regolari, a favore d’individui in condizioni di particolare vulnerabilità e di effettivo bisogno di protezione internazionale, eliminare la terribile esperienza, fatta da tanti profughi dei cosiddetti pseudo “viaggi della speranza”. 

I corridoi umanitari – un vanto positivo per l’Italia – si configurano come un modello di concreta solidarietà, replicabile anche in altri Paesi ed allo stesso tempo un messaggio all’Europa tutta, per ricordare che alzare muri non è la soluzione. Certo, mille persone in due anni – tanti, infatti, saranno alla fine, complessivamente, migranti che usufruiranno di questa opzione umanitaria, una piccola comunità in fondo – non sono la panacea per i problemi derivanti dall’immigrazione, ma anche con le piccole gocce si può cambiare il mare.