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NotizieLa geopolitica del tempo

La geopolitica del tempo

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Il tempo è la sola, vera, unità di misura, è la prova dell’esistenza della materia.
Senza tempo, noi non esistiamo.
(Lucy di Luc Besson, 2014)
Il tempo non è stato gentile con i vecchi film.
(Hugo Cabret di Martin Scorsese, 2011)

Christopher Nolan si conferma uno degli interpreti più profondi della nostra contemporaneità, in grado di introdurre sempre nuove dimensioni nel suo approccio narrativo: se con Inception (2010) aveva portato sullo schermo – attraverso l’archetipo del labirinto – il tema della psywar e della necessità di far fronte a minacce che minano la stessa coscienza dell’essere umano (come si afferma in Guerre senza Limiti: «Ci sono reti sopra le nostre teste e trappole sotto i nostri piedi. Non abbiamo dunque possibilità di fuga»; la pervasività degli strumenti e della tecnologia metterebbe a repentaglio persino quella che Carl Schmitt chiamava la nostra «cittadella interiore»), con Tenet (2020) siamo di fronte a un vero e proprio manifesto della geopolitica del tempo: il tempo come unità di misura, come risorsa, come forza e infine come direzione. Queste sono solo alcune, limitatissime interpretazioni che possono essere associate a questa fondamentale dimensione.

Partendo dall’origine del tutto, che facciamo risalire a circa 14 miliardi di anni fa, l’esperienza umana – rispetto al tempo – è stata per lo più associata alla sua irreversibilità. 

Dai primi uomini sensienti fino alle teorie più recenti e ardite, passando per le rivoluzioni di Albert Einstein, abbiamo accettato che il tempo, come fenomeno (e come percezione), per quanto relativo, scorra sempre, inevitabilmente in una sola direzione.

Questa unidirezionalità, chiamata freccia del tempo, sarebbe determinata dalla spinta generata dall’espandersi dell’Universo, tutt’ora in costante accelerazione. Soprassedendo sulle caratteristiche filosofiche, fisiche e matematiche e sui modelli interpretativi, il tempo è di fatto quell’elemento che più di ogni altro condiziona le nostre esistenze.

Nel contesto geopandemico, per esempio, osserviamo come tutto – dalle curve dei contagi a quelle sul numero delle vittime – venga letto proprio in funzione del tempo. Possiamo rilevare come le misure restrittive assumano carattere emergenziale in relazione alla freccia del tempo e si parli di “rallentare” la pandemia, ovvero di rallentare il suo impatto in funzione dello scorrere del tempo, confermando ancora una volta le teorie di Einstein: modulando le azioni collettive, mettendo freni alle convenzioni attraverso le quali la società si è organizzata e innalzando barriere, si cerca di far sì che nuove variabili intervengano “in tempo” per fornire una soluzione al problema emergente.

Il semplice progredire delle risorse tecniche e tecnologiche a disposizione, non è riuscito e non riesce, da solo, a offrire una soluzione; e necessariamente dobbiamo tener conto, anche questa volta (e ancora una volta) del fattore tempo, imponendo la forza di una legge ancestrale rispetto alla quale l’Essere umano, dimostra la sua totale impotenza.

In questo contesto, il Covid accelera i processi: basti pensare alla transizione verso il digitale, ai nuovi modelli di produzione, commercio, interazione e controllo sociale. Con tutte le implicazioni del caso: vediamo come il modello distopico – stile Black Mirror – della Cina abbia piegato il virus, mentre i Paesi liberali e soprattutto quelli guidati dai “sovranisti” (Trump, Bolsonaro e Johnson) siano stati travolti dalla pandemia e, soprattutto, dalla narrazione sulla loro presunta incapacità di gestirla. Il Covid ha un forte legame col fattore-tempo, dato che in tanti contesti pone di fronte alla realizzazione di cambiamenti strutturali che sarebbero comunque avvenuti, ma con un orizzonte temporale più lungo. Pensiamo alla già richiamata spinta alla digitalizzazione delle nostre società. Si accelera anche l’iperaccumulazione finanziariae contemporaneamente la necessaria discesa in campo dello Stato come garante del welfare, della coesione sociale, come potere frenante contro gli eccessi, attraverso la ridistribuzione.

Partendo dalle considerazioni associate al tempo rispetto alla pandemia, come per esempio l’adeguatezza dei posti letto rispetto al numero dei contagi distribuiti nel tempo, o la velocità di trasmissione del virus e persino sulla disponibilità di determinate dosi di vaccino in specifici archi temporali, possiamo comprendere come il tempo sia la nuova frontiera della competizione mondiale.

Stimo parlando di geopolitica del tempo e, così come Einstein ha reso popolare – in fisica – il concetto di quarta dimensione, allo stesso modo dobbiamo riflettere su quale approccio le diverse Classi dirigenti stiano maturando verso questa quarta dimensione del potere globale: il “quando”.

ll tempo gioca a favore delle potenze in ascesa e complotta contro quelle in declino.

Restando sull’attualità, ciò che colpisce, per esempio, della battaglia sulla tecnologia chiamata volgarmente del 5G, è che è tutta basata su questa dimensione: 1) questa tecnologia riduce la quantità di tempo necessaria per trasmettere un determinato numero di informazioni; 2) il primato tecnologico della Cina risiede non già nel possesso di conoscenze esclusive, ma nella loro implementazione in minor tempo, ovvero nell’aver reso disponibile questa innovazione più velocemente sul mercato (e a costi minori); 3) le contromosse della superpotenza egemone –  gli USA – sono tutte indirizzate a “rallentarne” l’adozione per consentire alla propria comunità tecnologica (ed economica) di recuperare il “tempo perduto”, azzerando il vantaggio competitivo dell’avversario; 4) l’applicazione pratica di questa tecnologia tenderà a svalutarne altre che – a parità di unità di tempo impiegato per trasferire informazioni – ne adoperano di più.

Facendo riferimento alla curva di Rogers sulla velocità di adozione di un’innovazione, abbiamo sotto i nostri occhi esempi lampanti di come le attuali tecnologie proteggano il proprio valore rispetto al mercato, interpretando il tempo come risorsa principale. 

Si pensi a Googlefacebookinstagram, Uber o altre piattaforme: non sfuggirà a nessuno che la stragrande maggioranza del valore loro associato, deriva dal fatto di essere stati i primi ad aver occupato un determinato spazio o segmento. 

Indubbiamente esistono altri fattori competitivi, ma altrettanto indubbiamente, così come sancito persino dalle inchieste appena iniziate dal legislatore USA, la loro posizione dominante – di cui possono o meno abusare – deriva in massima parte dall’aver reso disponibile un’innovazione nel minor tempo rispetto ad altri.

Questa accresciuta consapevolezza del tempo come risorsa più importante, sta stravolgendo i principi stessi della società sia in ambito sanitario con la pandemia, che tecnologico, sociale e ovviamente economico/finanziario.

Persino gli Hedge Fund – innovazione piuttosto recente in ambito finanziario – ma dalle ripercussioni pesantissime sulla struttura sociale dell’intera umanità (come provato nella crisi del 2008/2009), adottando il principio di leva finanziaria in maniera sempre più spregiudicata, di fatto – non potendo controllare l’andamento dei rendimenti – puntano a manipolare la dimensione temporale.

Chiunque creda che la leva finanziaria sia un moltiplicatore del rendimento, non comprende che in realtà questa leva agisce sul totale del tempo a disposizione che, come ogni altra risorsa, è appunto limitato. 

Una leva finanziaria non permette a uno speculatore di guadagnare X volte di più, ma semplicemente di trarre lo stesso profitto X volte più velocemente.

In un mondo sempre più interconnesso, che si evolve secondo la teoria di Boltzmann sull’entropia, la sola certezza è che il caos sarà sempre maggiore; questo conduce alla sempre maggiore attenzione nei confronti del fattore temporale, alla sua comprensione, alla sua gestione e al suo utilizzo come leva per cercare di convivere con l’inevitabile direzione verso sistemi la cui complessità rischia di essere travolgente.

Gli Stati iniziano a incorporare nel proprio dibattito politico questa dimensione, o meglio, iniziano a razionalizzare come, persino conflitti che si sono succeduti nel corso dei millenni hanno avuto l’effetto, intenzionale o meno, di rallentare o accelerare lo scorrere del tempo.

Da questo punto di vista è interessante rileggere il Manifesto del Futurismo che, riprendendo di fatto concetti filosofici molto antichi, evidentemente, si articola (e lo fa in modo quasi istintivo) sull’interpretazione del Tempo, glorificando la guerra («sola igiene del mondo»).

Senza entrare nel merito della glorificazione, non sfugge come, seppure non sia affatto igienica, la guerra abbia molto a che fare con lo scorrere del tempo: consentendo a certi attori di “recuperarne” rispetto ad altri oppure rispetto a determinate spinte sociali.

Oggi assistiamo a una competizione a 360 gradi tutta giocata proprio sulla linea del tempo: in Rwanda si progetta un nuovo modello di infrastruttura basata sui droni per migliorare le condizioni di vita dei villaggi più remoti, raggiungendoli in un minor lasso di tempo; Google progetta di stravolgere il sistema di formazione universitario, introducendo un suo diploma conseguibile in 6 mesi…

Il tempo indirizza sempre più, e sempre di più lo farà, le scelte delle masse e delle classi dirigenti.

In questo scenario l’ossessione che ciascuno di noi dovrebbe coltivare è quella di apprezzare il tempo come risorsa, del considerarlo una ricchezza, sviluppando la consapevolezza che esso offre a tutti le medesime opportunità di partenza.

Arnold Schwarzenegger – in una delle sue ultime apparizioni pubbliche – ha ricevuto sui social una valanga di critiche e addirittura accuse di “socialismo” solo per aver chiesto una maggiore eguaglianza di accesso alle risorse.

Si badi: non uguaglianza di valore riconosciuto ai risultati prodotti da individui diversi, ma uguaglianza di accesso alle risorse. 

Bene, quello che sta sfuggendo a Schwarzenegger così come a molti leader, più o meno illuminati, è che la risorsa più importante, è appunto il tempo e che forse nella sua consapevole gestione si potrebbero trovare molte risposte alla crisi economica che sta per deflagrare.

Le società stanno “eleggendo” delle nuove leadership diffuse.

E in questa affermazione di una leadership diffusa, il tempo sta implacabilmente dettando l’agenda: dai cambiamenti climatici alle contese territoriali; pertanto è indubbio che, solo ripartendo da una cultura del tempo, gli ordinamenti nazionali e sovranazionali potranno riconciliarsi con la Storia, accettando che il futuro non è affatto tutto da scrivere, ma è inevitabilmente già scritto e noi possiamo, dobbiamo scegliere quale vivere ed entro quanto tempo.

Se infatti, come accennato in precedenza, la teoria della relatività di Einstein ha dimostrato scientificamente che il tempo non esiste, se non in funzione della velocità con cui ci muoviamo, alla base di una qualsiasi leadership sarà sempre più dominante, la componente evolutiva, laddove per evoluzione si intende un moto verso il futuro piuttosto che un moto in fuga dal passato. 

Vivere connessi nel tempo, significa accettarne la freccia che punta irreversibilmente al futuro e – per quanto sia possibile rallentarne lo scorrimento – il tempo relativo resterà il motore sociale portato da essenziale a totale.

Le spinte sociali domandano che il tempo sia il centro della nuova azione politica, che sia quello necessario a debellare una pandemia oppure quello funzionale a creare e distribuire nuova ricchezza. 

Se prima era accettabile che le evoluzioni sociali avvenissero nel corso di secoli, le classi dirigenti devono fare i conti con una domanda di cambiamento declinata prima in decenni e oggi ridotta ad anni, se non mesi.

In questo senso, abbracciando la teoria della relatività, ogni “universo personale”, ovvero ogni dimensione personale in cui ciascuno misura la propria esistenza, viene vissuto come un blocco unico in cui sicurezza sociale, benessere, diritti e più in generale la felicità, sono già presenti nel proprio futuro e la paura è solo quella di non raggiungerle in un tempo ritenuto accettabile.

Allo stesso modo, i nuovi leader devono prestare molta attenzione al futuro, tanto da esporre al dibattito pubblico il concetto di “quale futuro” scegliere.

Cosa stiamo “mettendo” nel nostro futuro? 

Cosa sta mettendo di fronte a noi, lungo la linea del tempo, la nostra classe dirigente?

Sembrano concetti filosofici, ma se facessimo reverse engineering rispetto al nostro presente, scopriremmo che ci troviamo dove siamo come frutto sempre meno casuale di una sequenza di passi.

Questo non significa assumere una visione totalmente deterministica, significa solo accettare che coloro che esercitano la propria leadership hic et nunc, abbiano sempre la possibilità di stabilire una traiettoria, di tendere a una destinazione e creare un contesto competitivo solo tenendo conto del fattore temporale.

Nel nostro futuro possono esserci benessere, ricchezza, felicità, sicurezza utilizzando le risorse a disposizione. Quante e quali risorse saranno necessarie? Dipenderà dal tempo soggettivamente accettabile.

Sulla relatività di quanto accettabile sia per un leader il tempo con cui si raggiunge un determinato obiettivo, si potrebbe discutere a lungo, entrando nel campo delle priorità. 

Dal punto di vista sociologico, invece, dobbiamo interrogarci sul perché la domanda di cambiamento costante abbia assunto l’attuale frenetica velocità.

Quello che sta accadendo, però è che il tempo è comparso prepotentemente sulla scena, e mentre esistono istituzioni che hanno regolamentato l’utilizzo del denaro e di tutte le altre risorse, sul tempo ancora non si stabiliscono parametri educativi e resta confinato a “problema” della nuova leadership.

La sfida che si presenta ai decisori è quella di capire come sfruttare al meglio questa risorsa, come cioè poter scegliere a quale futuro accedere, in un dato arco temporale socialmente accettabile.

Quanti più futuri avvicineremo al tempo degli uomini, tanto più questi si sentiranno allineati con una classe dirigente, che si tratti di “intercettare il cambiamento”, di anticiparlo o condizionarlo, la corsa contro il tempo è appena cominciata e tutto lascia presagire che i prossimi conflitti – armati e non – saranno sempre più indirizzati a gestire il tempo del nemico, chiunque esso sia.

Purtroppo, il tempo come valore relativo e non universale, lascia un disallineamento in cui si inseriscono alcuni populismi e radicalismi, che ritengono ancora possibile fermarlo, piuttosto che stare al suo passo; ma – con questo nuovo paradigma statutariamente inserito nelle dichiarazioni di intenti di molti Paesi – assisteremo a una nuova competizione dove solo le leadership disposte ad accettare il ruolo regolatore del tempo potranno competere per sopravvivere e, qualcuna, vincere.

Salvatore Santangelo,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

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