La geografia globale dell’Isis

Tempo fa si era scritto a proposito della incertezza geografica o geopolitica provocata dall’azione dello Stato Islamico in Medio Oriente, in Nigeria o in Libia. Lo si era fatto partendo da un presupposto concettuale fondamentale: lo Stato Islamico, nella sua interpretazione radicale e in senso politico dell’Islam, tende per sua stessa natura a superare i vincoli confinari stabiliti dall’Occidente e che sono il frutto della nostra impostazione geografico-politica stabilità nella modernità.

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L’Islam politico del Califfato, in altre parole, sebbene abbia fattivamente un controllo territoriale regionale tra l’Iraq e la Siria e in altre porzioni del globo, stabilito attraverso il sistema del reclutamento e del giuramento, si proietta globalmente, come ha rimarcato in un recente articolo Daniel Byman in un articolo apparso su Foreign Affairs, rivolgendosi alla Umma e tentando di applicare i parametri propri dell’idea di uno Stato Islamico, Dawla.

Guardiamo la mappa qui riportata, non aggiornata ai più recenti avvenimenti: essa riproduce gli attacchi del Califfato su scala globale. Si noterà facilmente quanto l’azione dell’Isis si diriga pressoché a ogni parte della Terra, anche se a ogni azione terroristica, a ogni attentato, non fa necessariamente seguito il tentativo di controllare politicamente quel territorio.

Pensiamo, poi, agli attacchi avvenuti a Parigi e a quelli, più recenti e dai tratti meno «netti» di rivendicazione in California, a pochi chilometri da Los Angeles: lo Stato Islamico, per mano di appartenenti a cellule terroristiche locali, favorite dai sistemi comunicativi odierni, dalla sua rete di propaganda e da un approccio politico condiviso che non necessita di un’appartenenza territoriale definita, riesce a colpire non solo nei teatri di conflitto interno al mondo islamico (si veda il caso degli attentati in Yemen e in Turchia, solo per fare due esempi), ma anche nei territori occidentali. La logica del Califfato, che li porta a colpire in Francia così come negli Stati Uniti, è semplice: voi colpite noi, minacciando la nostra fede e la nostra entità politica e noi colpiamo voi nel vostro territorio o dovunque vi troviate. È questo tipo di impostazione politica che li porta a scardinare le logiche belliche e politiche occidentali, perché basata sulla difesa della fede e sull’incarnazione della lotta jihadista.

Nel caso specifico l’Isis ha colpito la Francia e gli Stati Uniti non solo, genericamente, come simboli del mondo occidentale, ma in quanto direttamente impegnati nei bombardamenti contro il Califfato, in una geografia assai ampia e complessa e che produce quella che Papa Francesco ha definito come una “guerra a pezzi”, creando quella mappa sfaccettata della presenza dello Stato Islamico nel mondo, in tutte le sue forme (terroristiche o più statuali). Si tratta del risultato di una visione politica precisa che, pur con tutti i limiti evidenti del caso, si rivolge oltre ogni confine e che noi, in quanto europei, politicamente non possiamo concepire. Scarcia Amoretti affermava infatti, già qualche anno fa, che «sul piano statuale […] le entità che si formano con l’Islam o che l’Islam trova e conquista hanno piuttosto una dimensione imperiale» (1998, p. 127).

L’essenza dello Stato Islamico aiuterà a comprendere meglio tali sviluppi “globali”: esso nasce in effetti con l’obiettivo – al di là di ogni pensiero, o retro pensiero, sugli affari economici e sulle più o meno presunte complicità politiche, avanzati per tentare di spiegare un simile e complesso fenomeno – di restaurare il Califfato e di imporre il sistema giuridico della Sharia nei territori di propria appartenenza. Questo è l’intendimento primario di chi si affilia all’Isis, dei suoi seguaci e degli stessi foreign fighters.

Mezzo per raggiungere questo proposito è il jihad, letteralmente «sforzo», che è concepito in un duplice senso: personale e collettivo, contro i propri limiti umani e per la difesa della fede contro le minacce esterne. Sono – è immediatamente evidente – minacce esterne non a confini territoriali, come gli Stati occidentali le intendono, ma alla stessa fede, che non conosce confini. Dunque l’obbligo del jihad si rivolge globalmente e su questa scala colpisce, perché è fondato sull’universalità della rivelazione musulmana e rafforza quella caratteristica imperiale cui faceva riferimento la Scarcia Amoretti.

Se l’obiettivo finale, attraverso il jihad, è dunque quello della restaurazione di un Dawla, vale a dire di una formazione politica islamista, si deve comprendere anche cosa ciò significhi, evitando fraintendimenti linguistici. Nei media italiani e non solo si è preso ormai ad aggiungere allo Stato Islamico l’aggettivo “sedicente”, oppure lo si chiama “gruppo Stato Islamico”, a chiarire che si tratta di un Califfato de facto, appellandolo talvolta con il suo acronimo Daesh, che altro non vuole dire che Stato Islamico dell’Iraq e del Levante in arabo.

Si cerca di attenuare la definizione di Stato (usando anche un nome arabo che proprio questo significa!) perché si adotta l’impostazione occidentale. Lo Stato Islamico non può prescindere da tale ultimo aggettivo, è un tutt’uno che l’impostazione islamica concepisce nei termini di Dawla. È perciò erroneo pensare di utilizzare la nostre categorie politiche quando definiamo lo Stato Islamico, che certamente, dalla nostra prospettiva geografico-politica, non può considerarsi come Stato.

Il Califfato e il suo massimo esponente, secondo le parole di Al-Azmeh e di Lapidus, ha infatti un duplice compito, che è quello che Abu Bakr al-Baghdadi sta in effetti svolgendo: da una parte quello religioso, cioè di estendere la fede oltre i confini che si è dato, rispettando e rafforzando la Santa Legge; dall’altra quello politico, vale a dire di mantenere l’ordine nella società che controlla, attraverso la vera fede. Si tratta di funzioni che ogni governante Califfo deve svolgere e che lo Stato Islamico sta applicando. Inoltre, il governante (leggasi anche Califfo), secondo le parole di Bernard Lewis, «deve salvaguardare gli interessi secolari dello Stato e della comunità islamica, promuovere la difesa o l’espansione della frontiera e la guerra contro gli infedeli» (Lewis, 1996, p. 80), adottando una visione globale dell’Islam, anzitutto idealmente ma anche – come tragicamente si sta assistendo – fattivamente.