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La geo-economia pandemica e la difficile ricostruzione dell’ordine economico internazionale: quale spazio per il multilateralismo politico?

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Le catene globali del valore (GVCs) stanno subendo un vero e proprio attacco senza precedenti. La loro struttura, tanto dettata e perseguita negli ultimi 20 anni, rileva segnali di debolezza preoccupanti che minano la solidità del framework che voleva essere alla base della trasformazione geo-economica del XXI secolo. La crisi dell’ordine economico internazionale indebolisce l’auspicato rinnovamento del multilateralismo politico nonché la sostenibilità di un pianeta minacciato da fenomeni transfrontalieri, non ultimo la campagna vaccinale in atto.

Sperequazione vaccinale e centralità del “breve termine”

La campagna vaccinale per contrastare la pandemia da COVID-19 procede a ritmi serrati e con efficacia degna di nota all’interno dei paesi che godono di potere geopolitico rilevante nell’arena internazionale. La disomogeneità con la quale i vaccini sono somministrati a livello globale deve far riflettere circa la mancanza di equità nel combattere una minaccia che colpisce in maniera assai più pesante proprio le regioni del mondo prive di strutture sanitarie e condizioni igieniche adeguate al contrasto della pandemia. Ad esempio, si noti come la percentuale di popolazione vaccinata in paesi quali India e Brasile (rispettivamente 13% e 24%) sia nettamente inferiore se comparata a paesi G7 e Israele (media ampiamente superiore al 50%). Anche nei paesi “più ricchi”, per quanto la lotta al COVID abbia fatto registrare miglioramenti nei dati sanitari e previsioni economiche di crescita sul lungo termine, preme sottolineare l’attuale fragilità che caratterizza le GVCs del commercio internazionale e gli strascichi irreversibili che la crisi pandemica ha coltivato nell’ultimo anno e mezzo. Il breve termine non può essere ignorato.

La lezione di Suez di fine marzo scorso ci ha insegnato come una falla nel sistema possa portare ad una paralisi semi-permanente del flusso commerciale internazionale che alimenta la creazione di surplus nella bilancia commerciale dei paesi coinvolti negli scambi. Suez non rappresenta solo più una lezione, ma un libro di Storia – quella Storia da studiare per non ripetere gli errori del passato e dunque vivere un futuro migliore.

Filiere industriali e logistiche

Le filiere industriali stanno oggi patendo la mancanza di approvvigionamento di materie prime; questo vuoto blocca i flussi che foraggiano il commercio internazionale secondo i principi di liberismo economico. I beni strategici vengono oggi scambiati sui mercati primari a prezzi completamente fuori mercato. Analizzando il Dow Jones Commodity Index (strumento di misurazione aggregata del prezzo delle materie prime), il suo valore si attestava a 546 il 12 giugno 2020, mentre un anno dopo lo stesso indice si attesta sopra i 900 punti. Le speculazioni finanziarie sulle materie prime che alimentano le filiere industriali non fanno altro che indebolire le GVCs andando a danneggiare a macchia d’olio l’intera rete di fornitura. Queste operazioni contraggono investimenti e consumi da cui scaturiscono stagnazione economica, risentimento sociale e depressione finanziaria. Tali premesse non sono in alcun modo incoraggianti per confidare in una ripresa economica (e sociale) nel lungo termine, ancor meno nel breve.

Inoltre, il meccanismo vizioso colpisce in maniera trasversale ogni attore economico che è coinvolto in operazioni transfrontaliere: anche le imprese virtuose e finanziariamente in salute devono fare i conti con ritardi nella fornitura di componentistica e materie prime essenziali alla creazione prodotti finiti o semilavorati – non riuscendo, pertanto, ad alimentare la propria rete e trovandosi, in fin dei conti, ad una ridefinizione dei piani strategici industriali reinventando il proprio business plan. L’incertezza nel breve termine non è ingrediente sano per innescare nuovi investimenti e crescita.

Allo stesso tempo, le filiere logistiche, che sono la spina dorsale delle GVCs, sono incagliate in un circolo vizioso che non permette loro di alimentare il flusso commerciale internazionale. Diverse compagnie marittime hanno interrotto i loro servizi da e verso paesi cruciali che sorreggono i difficili equilibri delle relazioni transfrontaliere (per esempio, India e Cina). Tali decisioni sono nuovamente dettate da situazioni di incertezza senza precedenti, oltre che da un rimbalzo della domanda post-lockdown e dalle modifiche apportate ai modelli di consumo durante la pandemia. Dunque, con una decisa diminuzione dell’offerta logistica, i costi dei container hanno raggiunto prezzi che crescono in maniera composita del 310% su base annua, con un picco impressionante sulla tratta Shangai-Rotterdam (estremamente strategica nei flussi commerciali internazionali) del 518% rispetto a quelli del 2020, secondo le analisi del Drewry’s composite World Container Index.

Governance globale

Il mondo globalizzato come lo conosciamo oggi soffre di una disomogenea politica economica internazionale e di una frammentazione della governance mondiale troppo marcata per poter affrontare le sfide transfrontaliere proprie dei nostri tempi. Entra qui in gioco la componente di policy statale, regionale ed internazionale. Il disegno politico che viene dettato dagli attori statali o sovranazionali che popolano l’arena globale influisce sui risultati economici che scaturiscono dai comportamenti dei player commerciali. La tendenza a politiche economiche orientate al protezionismo sta rivedendo al ribasso, in maniera netta e visibile, le stime su un improbabile sviluppo ulteriore delle GVCs come le conosciamo oggi. La paura legata alle incertezze dell’allungamento eccessivo delle catene conduce le associazioni di categoria a mettere in atto attività di lobby per chiedere a gran voce maggiori garanzie in un mondo sempre più in preda all’anarchia economica e ad una bassa fiducia nei confronti di meccanismi sovranazionali (e.g., WTO) che non godono di aderenza giuridica sufficiente per agire con autorevolezza e emancipazione.

La governance globale in tema di commercio internazionale è sicuramente influenzata dai due più potenti attori geopolitici dei giorni nostri e dalle loro politiche commerciali.

Da un lato, l’agenda Biden sta perseguendo una politica che tende all’accorciamento delle GVCs oltre che ad una sempre maggiore indipendenza produttiva. Tale strategia è stata più volte citata dal presidente americano durante i suoi statement e recentemente ribadita nel 100-Day Reviews under Executive Order 14017.

Dall’altro lato, l’agenda Xi Jinping è fortemente improntata su principi legati ai sussidi statali per incentivare la produzione interna e per proteggere le proprie imprese.

Lo stesso presidente Xi Jinping, in un recente comunicato, ha dichiarato che “Solo essendo autosufficienti, sviluppando il mercato interno e appianando la circolazione interna possiamo raggiungere vibranti risultati in termini di crescita e sviluppo, indipendentemente dall’ostilità del mondo esterno”.

La tutela della crescita economica interna è altresì garantita da massicce operazioni governative sui mercati delle commodities: per esempio, le importazioni nette cinesi di rame raffinato sono aumentate del 38% a 4,4 milioni di tonnellate su base annua, battendo tutti i record storici.

Tali strategie ridimensionano sicuramente la portata “globalizzante” del commercio internazionale e minano concetti su cui si è basata la crescita economica dell’Occidente negli ultimi 70 anni.

Una globalizzazione tutta nuova

Il WTO non è ancora riuscito ad intervenire in maniera chiara e decisa nei meccanismi di risoluzione delle controversie e nell’assumere un ruolo di vera guida nel grande traffico commerciale internazionale. Urge sicuramente un intervento in tal senso che non può prescindere dal ridimensionamento delle tendenze egoistiche degli Stati membri. Contemporaneamente, non è sostenibile continuare a portare avanti una politica vaccinale fortemente concentrata nei paesi/regioni a più alto reddito e con maggiore potere contrattuale rispetto ad altri. Se al miglioramento del quadro sanitario si vuole far seguire un miglioramento del quadro economico (ma soprattutto sociale), sarà necessario che paesi quali India e Brasile (solo per citare due esempi) vengano al più presto supportati nella campagna vaccinale.

Ma non basta. Il piano deve essere più ambizioso e non può limitarsi a selezionare alcune pedine fondamentali che hanno garantito crescita economica dei paesi “sviluppati” dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Si rende necessario un piano di aiuti inclusivo e multilaterale, supportato da UN e WHO, che non faccia rimanere ancora una volta indietro chi non gode della stessa “fortuna” presente nei paesi industrializzati. Il potere incontrastato e gli interessi unilaterali delle Big Pharma devono lasciare spazio ad una più omogenea ed equa distribuzione dei vaccini per garantire una guarigione non solo sanitaria, ma altresì economica e politica per tutti gli attori coinvolti nelle GVCs. Ancora una volta, invece, abbiamo assistito ad un processo a diverse velocità – il quale non ha fatto altro che divaricare sempre più la sperequazione sociale a livello internazionale.

Un portavoce del WHO ha ammesso la problematica relativa alla diseguaglianza di accesso ai vaccini: “75% delle forniture vaccinali, fino ad oggi, sono state distribuite in soli dieci paesi. Meno dell’1% di tutte le dosi sono state destinate a paesi a basso reddito”.

Questi dati sono supportati dalle ricerche condotte dal Duke Global Health Innovation Center, il quale offre un’interessante comparazione tra la quantità di dosi ricevute da famiglie di paesi suddivise in base al reddito e le quantità di dosi acquistate per il programma COVAX/Global Entity. Mentre i paesi ad alto reddito hanno finora ottenuto quasi 6 miliardi di dosi di vaccino, i paesi a medio-alto reddito si attestano a 2.1 miliardi, quelli a medio-basso crollano ad un miliardo soltanto ed infine i paesi a basso reddito hanno finora potuto contare su appena 200 milioni di dosi. Il programma COVAX/Global Entity si ferma a 2.3 miliardi di dosi.

Per quanto il programma COVAX sia ambizioso (il chairman di GAVI Barroso ha dichiarato che l’investimento totale si attesterà a quasi 10 miliardi di dollari), è la modalità con cui viene utilizzato che presenta limiti strutturali. Questi impegni di finanziamento potrebbero aiutare COVAX ad avvicinarsi un po’ di più al suo obiettivo di distribuire più equamente le forniture di vaccini in tutto il mondo, ma i paesi geopoliticamente più forti, perseguendo i loro interessi strategici, tendono a donare direttamente agli alleati, senza curarsi troppo del programma COVAX.

Infatti, per esempio, gli Stati Uniti hanno promesso di consegnare circa 80 milioni di dosi di vaccino ai paesi più poveri in America Latina e nei Caraibi, nel sud-est asiatico e in Africa. Ma il presidente Biden ha dichiarato che solo tre quarti delle forniture sarebbero state distribuite attraverso l’iniziativa internazionale COVAX, il resto sarebbe stato inviato direttamente.

Questo complesso intreccio tra campagna vaccinale e indebolimento delle GVCs ci offre una visione alternativa del mondo e un’accezione di “globalizzazione” del tutto nuova e con principi diversi rispetto al passato. La speranza è dunque che la concertazione multilaterale e la cooperazione internazionale possano mediare diplomaticamente all’interno di un mondo in forte mutamento. L’arena globale (sempre più fluida ed anarchica) necessita di linee guida effettive ed efficaci per scongiurare conseguenze preoccupanti nei decenni a venire.

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