La fine dell’Open Skies Treaty?

Il 15 gennaio Mosca ha annunciato la sua volontà di recedere dal trattato Open Skies. La fase di stallo creatasi dopo l’uscita degli Stati Uniti, il 22 novembre dell’anno scorso, che ha messo a dura prova il già precario equilibrio del trittico USA-NATO-Russia, si avvia alla conclusione. Con il New Start in scadenza, l’incombente uscita della Russia dal trattato sui Cieli Aperti rappresenta per la nuova Amministrazione Biden un’ulteriore sfida in materia di controllo degli armamenti.

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La filosofia Open Skies

La necessità di creare un regime internazionale di osservazione aerea venne percepita, per la prima volta, dal Presidente statunitense Eisenhower, il quale propose, nel 1955, all’Unione Sovietica, un accordo per il sorvolo reciproco dei territori. Il trattato implicava lo scambio delle mappe delle installazioni militari nei due Paesi, le quali sarebbero state verificate con le successive ispezioni aeree. L’accordo era volto a scongiurare un potenziale attacco a sorpresa russo: una “Pearl Harbour nucleare” nella narrativa statunitense. Gli Stati Uniti sapevano che l’arsenale atomico sovietico era in espansione, tuttavia non erano in grado di stimarne le effettive potenzialità offensive. La proposta fu respinta dall’Unione Sovietica che, coerentemente alla propria linea di politica estera, vedeva il trattato come una forma di ispettiva internazionale sul proprio territorio.

La filosofia Open Skies torna, dopo circa trent’anni (1989), nel dibattito internazionale ad opera di George H.W. Bush. Il contesto profondamente dissimile giocò un ruolo chiave per l’entrata a pieno titolo e con successo nell’ambito dei più importanti processi negoziali sul controllo degli armamenti convenzionali e non, che culminarono con il Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa (1990), il Trattato START I (1991) e START II (1993) nonché con il Trattato Open Skies del 1992. Firmati inizialmente tra gli Stati della NATO e del Patto di Varsavia, si svilupparono in seno all’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE), divenendo uno dei pilastri del sistema di norme negoziate alla fine della Guerra Fredda volte a promuovere, in ottica paneuropea, la cooperazione in campo militare.

Il Trattato

L’Open Skies fu firmato ad Helsinki nel 1992. L’Europa era teatro di scontri politici e militari, potenzialmente destabilizzanti per tutto il continente. In questa cornice si pensò di fornire alla Comunità Internazionale un ulteriore strumento di cooperazione, ma anche di controllo e verifica. Il trattato acquisì efficacia, iniziando a dispiegare i suoi effetti, dal primo gennaio 2002, dopo il raggiungimento del numero minimo di ratifiche (20). Il trattato, aperto e potenzialmente illimitato nel tempo, ad oggi conta 32 membri (Bielorussia, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia, Ucraina, Regno Unito) a cui verosimilmente si aggiungerà il Kirghizistan, già firmatario senza ratifica. L’insieme di disposizione definite dall’Open Skies consentono ai paesi firmatari di effettuare voli sul territorio delle controparti, previo preavviso e accordo con lo Stato oggetto del sorvolo, al fine di acquisire informazioni, che potranno essere rese note agli altri firmatari, sullo stato delle Forze Armate nemiche, il dispiegamento di vettori, nonché sulla costruzione di infrastrutture militari, al fine di garantire attraverso la trasparenza la sicurezza reciproca.

Le misure introdotte dall’Open Skies consentono non solo di mitigare le apprensioni che accompagnano le trasformazioni in campo politico-militare di una determinata regione, ma costituiscono anche un deterrente per le violazioni degli altri accordi in materia di controllo degli armamenti. Inoltre, lo Stato che sottoscrive gli accordi, dimostra le intenzioni pacifiche del proprio governo e la propensione alla risoluzione di controversie politico militari per mezzo di strumenti di cooperazione internazionale. A fondamento del trattato risiede il principio secondo cui la trasparenza non cela lo spionaggio. La forza degli accordi sta proprio nel fatto che, a differenza della maggioranza dei Trattati vincolanti sul controllo degli armamenti, non punta a limitare bensì a rendere visibile ciò che altrimenti lo sarebbe molto meno.

La NATO

L’espansione della NATO ha provocato un’asimmetria nell’applicazione delle misure del trattato, con particolare riferimento ai territori oggetto dei sorvoli. Dal momento che i membri dell’Alleanza non si ispezionano tra loro, le missioni Open Skies dei Paesi NATO si sono dirette, inevitabilmente, verso i territori della Federazione russa e dei pochi Stati non appartenenti ad alcun blocco, come l’Ucraina, la Georgia e la Bosnia Erzegovina. È opportuno ricordare che, dal 2002 ad oggi, sono stati effettuati più di 1500 voli di osservazione, di cui il 55% sono stati effettuati da parte di Stati europei, i quali sono al tempo stesso anche la destinazione di circa il 59% dei voli di ricognizione della Russia. Gli Stati Uniti hanno effettuato più di duecento missioni in Russia, mentre Mosca ha effettuato una settantina di sorvoli del territorio statunitense.

Gli Stati Uniti

Lo scorso 22 novembre, gli Stati Uniti sono usciti ufficialmente dal Trattato Open Skies, sei mesi dopo che l’ex-presidente Donald Trump, accusando la Russia di ripetute violazioni, annunciava di volersi ritirare dall’accordo. L’ex-consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Robert C. O’Brien, ha dichiarato al Washington Post, poche ore più tardi, parlando del Presidente uscente: “non ha mai smesso di mettere l’America al primo posto ritirandoci da trattati e accordi obsoleti che hanno avvantaggiato i nostri avversari a scapito della nostra sicurezza nazionale”.

La scelta dell’Amministrazione Trump ha rischiato di seminare ulteriori divisioni tra gli Stati Uniti e gli alleati europei. Gli altri 32 sottoscrittori del l’Open Skies, infatti, sono fermamente intenzionati a mantenere in vita gli accordi nella loro interezza, auspicando che Washington possa confermare anche attraverso questo strumento, il proprio commitment alla sicurezza europea. Ciononostante, il ritiro russo dal trattato apre una nuova crisi del sistema di controllo degli armamenti che, a causa dell’incerto futuro del Trattato New START, rischia di veder compromessa la propria struttura portante.

La Russia

La risposta russa al ritiro statunitense non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, già nei mesi precedenti, chiedeva assicurazioni scritte dai membri della NATO sul fatto che tutti i dati raccolti dal quel momento in poi non sarebbero stati condivisi con gli Stati Uniti, aggiungendo che le basi statunitensi in Europa non sarebbero state esentate dalle missioni di sorveglianza russe. Lavrov ha poi dichiarato, in un’intervista all’emittente televisivo Rossiya-24, “non risparmieremo alcuno sforzo per garantire il più rigoroso rispetto delle disposizioni del trattato sulla non condivisione di dati da parte dei partner europei” promettendo “dure misure di risposta” nel caso in cui il trattato non fosse rispettato. È stata probabilmente proprio la “non risposta” da parte dei membri della NATO a causare, il 15 gennaio, l’annuncio dello stesso Lavrov, sulla volontà della Federazione di voler recedere a sua volta dal trattato: “il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato sui Cieli Aperti, l’anno scorso, ha significativamente snaturato l’equilibrio degli interessi degli Stati firmatari” aggiungendo “la colpa di questo scenario molto triste spetta pienamente e completamente agli Stati Uniti e ai loro alleati della NATO”.


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La nuova Amministrazione.

Dopo l’annuncio di Mosca dovranno passare comunque sei mesi per ufficializzarne l’uscita, ciò permette, almeno teoricamente, un margine di manovra per il neoeletto inquilino della Casa Bianca. La nuova Amministrazione statunitense sembra porsi in discontinuità, rispetto alla precedente, nei confronti della filosofia Open Skies. Già a maggio del 2020, nel momento in cui Trump annunciava la volontà di abbandonare la membership di questa comunità di Stati, Joe Biden criticava la scelta del Presidente in carica, affermando “ho sostenuto l’Open Skies Treaty come senatore perché ho capito che gli Stati Uniti e i nostri alleati avrebbero tratto beneficio dalla possibilità di osservare ciò che la Russia e altri paesi europei stavano facendo con le loro forze militari” aggiungendo che, nell’annunciare l’intenzione di ritirarsi, Trump “ha raddoppiato la sua politica miope di andare da solo e abbandonare la leadership americana”. Vale la pena ricordare il commento del capo negoziatore russo ai colloqui di Vienna sulle questioni di sicurezza militare e controllo degli armamenti, Konstantin Gavrilov, al ritiro degli Stati Uniti dal trattato: “se gli Stati Uniti riterranno necessario ritirarsi questo è un loro diritto, tornare o meno questa è una scelta della nuova Amministrazione” concludendo poi “è tutto nelle mani dei partner americani”.

Nicolò Sorio,
Geopolitica.info