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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa fiducia a Dbeibah alimenta le speranze di stabilità...

La fiducia a Dbeibah alimenta le speranze di stabilità nonostante tutto

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Dopo oltre dieci anni di guerra civile, le due fazioni in conflitto nel paese nordafricano sembrano aver intrapreso la via di una riconciliazione che possa portare finalmente – e si spera definitivamente – ad una stabilità duratura. A Tobruk, nella sede della Camera dei Rappresentanti, il 10 marzo è stata votata la fiducia al nuovo governo di unità nazionale (Gnu), guidato da Abdul Hamid Dbeibah, che dovrà accompagnare il paese alle elezioni previste per il prossimo 24 dicembre. Un nuovo passo verso la pace e l’unità della Libia. L’esecutivo transitorio, che comprende 27 ministri, 6 sottosegretari di Stato e 2 vice-primi ministri, e un numero di donne pari a quasi un terzo del totale, inclusi per la prima volta nella storia del paese i ministeri della Giustizia (Halima Ibrahim Abderrahmane) e degli Affari Esteri (Najla Mangouch), ha giurato a Tobruk il 15 marzo. Il Consiglio di presidenza libico, composto dal presidente Mohammad Younes al-Menfi e gli altri due membri dell’organo, Abdullah al-Lafi e Musa al-Kuni, lo stesso giorno, ha giurato la Tripoli, dando inizio al processo affidatogli dal Libyan Political Dialogue Forum (Lpdf).

Articolo precedentemente uscito sul 12° numero della newsletter “Mezzaluna”

Il giuramento del governo Dbeibah è senza ombra di dubbio un passo storico verso l’unificazione della Libia, ma sono tante le sfide che attendono ora il nuovo esecutivo. Sfide come quella militare, con la carica di Ministro della Difesa ancora da assegnare – e per ora affidata ad interim allo stesso premier, ma anche quella economica, con l’imprenditore misuratino intenzionato a far approvare un bilancio più corposo di quello previsto fino ad oggi. Il corso di stabilizzazione sembra essere ufficialmente iniziato, sebbene permangano elementi controversi che creano non poche ansie e alimentano i fantasmi ancora presenti nel paese. A cominciare, per esempio, da un fatto simbolico, ossia il luogo dell’incontro per il giuramento del nuovo governo. Inizialmente era stata scelta come location la città di Bengasi, per poi trasferire l’evento a Tobruk per ragioni di sicurezza: secondo molti esponenti politici, Bengasi, considerata il centro di potere di Khalifa Haftar, era ritenuta pericolosa e soggetta a possibili attacchi militari delle milizie fedeli al feldmaresciallo. L’uomo forte della Cirenaica, che fino al giugno dell’anno passato ha tentato di conquistare Tripoli con l’uso della forza, viene considerato dunque ancora poco affidabile ed in grado di far sfumare i risultati ottenuti fin qui. I negoziati promossi dalle Nazioni unite, nell’ambito del Lpdf, hanno chiaramente evitato molti dei problemi più spinosi esistenti tra le fazioni in conflitto: dalla questione di un esercito unificato in grado di garantire sicurezza sull’intero territorio, alle responsabilità per i crimini commessi contro la popolazione durante gli anni del conflitto civile. Un accordo per unificare il comando delle formazioni armate libiche è sostanzialmente impossibile. La sfiducia e le spaccature create sono profonde e quasi insanabili. Milizie e gruppi armati fedeli a Tripoli non possono accettare un ruolo di primo piano del rivale Libyan National Army (Lna) e del suo leader Haftar in un futuro esercito nazionale unificato. Allo stesso modo, per Haftar la rivendicazione di una leadership sull’esercito rimane non negoziabile.

Uno degli aspetti più importanti degli allineamenti attorno al nuovo esecutivo sarà proprio la posizione del feldmaresciallo, le cui forze ancora oggi controllano la Libia orientale. Il capo del nuovo Consiglio – Mohamed al-Manfi, esponente della Cirenaica considerato molto vicino ai gruppi islamisti – non ha né sostenuto Haftar né tagliato i legami con lui. La visita di al-Manfi a Bengasi e il suo incontro con il leader dell’Lna hanno confermato la chiara apertura dell’establishment militare alla nuova autorità esecutiva eletta a Ginevra. Anche il Primo Ministro Dbeibah è sufficientemente opportunista da non escludere compromessi con l’uomo forte della Cirenaica, anche se ad oggi non c’è stato nessun incontro tra i due. Allo stesso tempo Haftar, nonostante abbia dichiarato la volontà di voler collaborare con il nuovo governo, non può permettersi di accettarne completamente l’autorità: dal suo punto di vista è infatti di vitale importanza continuare ad avere dei nemici nella Libia occidentale per mantenere il controllo sull’Est del paese. Il feldmaresciallo potrebbe conservare un atteggiamento ambivalente nei confronti del nuovo corpo politico, virando occasionalmente verso un’aperta ostilità e sfruttando al massimo le opportunità offerte dalla nuova struttura.

Sebbene le Nazioni Unite abbiano offerto garanzie per una transizione democratica, il suo quadro negoziale e istituzionale per porre fine al conflitto libico è parso in alcuni casi in contrasto con la realtà e ha messo in dubbio il processo e le prospettive a lungo termine per sane relazioni civili-militari. Il percorso del dialogo militare incentiva la partecipazione dell’Lna sulla base di una preziosa legittimità e del riconoscimento internazionale dell’Onu, ma non lo condiziona a significative riforme strutturali per trasformare l’esercito di Haftar in un apparato sottomesso e neutrale, garantendone la compatibilità con la transizione politica. Il percorso della riforma dell’apparato militare rimane l’unica opportunità di azione, ma nella sua forma attuale dovrà affrontare una significativa resistenza da parte delle milizie presenti sull’intero territorio. La preoccupazione principale resta il ruolo e la funzione del nuovo esecutivo e il suo rapporto con i militari. Haftar sembra aver raggiunto attraverso i negoziati, senza concessioni, ciò che non ha ottenuto con la guerra: legittimità istituzionale e riconoscimento politico internazionale, nonché un governo civile (transitorio) che non metterà in discussione il ruolo del suo esercito. Il quadro delle Nazioni Unite sembra garantire la pace nel breve periodo, ma dubbi rimangono per quanto riguarda il futuro: tutto si deciderà nei restanti nove mesi di transizione politica. Senza riforme militari sembra chiaro che la situazione resterà in bilico.

A complicare ulteriormente lo scenario libico, come ormai noto, è la presenza sul terreno di attori esterni, milizie tribali e gruppi armati stranieri. Per questi ultimi, in particolare, l’ultimatum per il ritiro – programmato per il 23 gennaio scorso nell’ambito dell’accordo sul cessate il fuoco raggiunto a Ginevra – è di fatto passato inosservato e senza risultato. E questo evidenzia chiaramente la discrasia tra i discorsi politici di questi ultimi mesi e la situazione sul campo, dove militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno del Gna di Fayez al Serraj, oggi controllano la base aerea di al-Watiya, quella navale di Misurata e che lo scorso agosto hanno firmato con Libia e Qatar – principale alleato di Erdogan nel paese nordafricano – un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Dall’altra parte della linea rossa, i mercenari russi della compagnia Wagner inviati nell’ex colonia italiana per sostenere Haftar, restano trincerati intorno a Sirte continuando ad operare nella Libia orientale e meridionale.

La fiducia all’esecutivo transitorio guidato da Dbeibah è stata raggiunta grazie all’accordo sulla sostituzione di alcuni ministri all’interno della nuova squadra governativa con il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Aguila Saleh. Il nuovo governo ha come obiettivo principale il lancio di un programma chiaro e deciso di riconciliazione nazionale. Ci sono alcuni compiti, come la riduzione della contrapposizione fra le forze politiche in campo, che senza ombra di dubbio richiederanno più tempo e un’azione diplomatica molto intensa. La strada da percorrere è impegnativa. Il fallimento del precedente accordo politico libico del 2015, nonostante l’entusiasmo generato all’epoca della sua firma, è un precedente che crea non poche apprensioni. Tuttavia, nonostante i rischi di insuccesso insiti nell’attuale percorso, la strada dell’Onu che ha portato all’esito dei giorni scorsi, sembra l’unico sentiero percorribile per non far sprecare il panorama più promettente che la Libia si è trovata davanti dalla caduta di Gheddafi: una combinazione di fattori positivi come il cessate il fuoco raggiunto lo scorso 23 ottobre a Ginevra, il ritorno delle esportazioni petrolifere ai livelli precedenti alla guerra civile e una popolazione che desidera ardentemente la pace.

Le elezioni del prossimo dicembre da sole non sono certo la risposta ai problemi della Libia. Ciò che il paese maghrebino necessita è una nuova identità nazionale in cui l’apparato militare sia fedele al governo civile, e che quest’ultimo sia in grado di mettere al primo posto della propria agenda il benessere dei cittadini. Per far sì che il Gnu ottenga quel successo che i suoi predecessori non sono riusciti a ottenere, la comunità internazionale dovrà impedire che si ripetano le dinamiche viste dal 2016 in poi, impedendo che gli oppositori del processo di riconciliazione ricevano un sostegno significativo da attori esterni. La comunità internazionale – e in particolare non solo la nuova amministrazione statunitense, ma anche l’Unione europea – dovrebbe coordinare il proprio approccio per sostenere gli sforzi delle Nazioni unite, impegnandosi con e per il popolo libico. Per il momento, gli Stati Uniti sembrano riservare la maggior parte della loro potenza di fuoco diplomatica altrove. La Libia è caduta fuori dai radar. Gli esperti temono che il disfacimento della Libia abbia portato i responsabili politici di Washington a tenersi alla larga dal paese, proprio quando potrebbe beneficiare del sostegno americano per questa fragile transizione politica. Secondo molti osservatori, l’amministrazione Biden ha una grande possibilità di aiutare Tripoli – esercitando pressioni su paesi come la Turchia, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti – in questa fase delicata e farsi perdonare gli errori commessi nel 2011, ma ciò richiederebbe un considerevole investimento diplomatico. È evidente che la diplomazia internazionale giocherà un ruolo chiave nel futuro del paese nordafricano. Non a caso il recente disgelo e le prove di dialogo tra Ankara e il Cairo sono da considerare positive anche in ottica libica.

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